Paradiso offshoreLe cose che abbiamo imparato dall’inchiesta sui Pandora Papers

L’indagine giornalistica sui clienti dei 14 studi internazionali che organizzano il trasferimento verso i paradisi fiscali dei patrimoni dei loro assistiti ha destato il giusto clamore. Ma trasferire le proprie ricchezze in un conto all’estero non costituisce sempre un illecito, a patto però che siano rispettate le procedure e i limiti previsti dalla legislazione bancaria e fiscale locale (ma anche di quella del Paese d’origine)

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Una delle più grandi fughe di notizie riguardanti documenti finanziari, un mondo nascosto pieno di ricchezze, centinaia di politici e miliardari coinvolti. Domenica scorsa l’inchiesta Pandora Papers ha pubblicato le analisi sul contenuto di 11,9 milioni di documenti fiscali e finanziari, per un totale di circa 2,9 terabyte di dati. L’indagine è frutto del lavoro di oltre 600 dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), e gli articoli sono stati pubblicati su 150 testate di 117 Paesi, compreso l’Espresso in Italia.

A cinque anni dai Panama Papers, sono stati rivelato nuovi traffici di denaro in società offshore. La lista di personaggi noti è molto lunga e comprende, tra gli altri, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, il Re di Giordania, il premier della Cechia Andrej Babis e presidenti in carica di Paesi come Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador. Spiccano anche i nomi di molte celebrità dello sport, della moda e dello spettacolo, come Julio Iglesias e Claudia Schiffer. E poi i boss mafiosi, anche italiani, con i loro tesorieri. Tutti loro, negli ultimi decenni, hanno occultato ricchezze in paradisi fiscali, come Panama, Dubai, Belize e le Isole Cayman.

L’inchiesta al momento si concentra sui clienti dei 14 riservatissimi studi internazionali che si occupano di organizzare il trasferimento verso i paradisi fiscali dei patrimoni dei loro assistiti (per permettere l’anonimato dei titolari del conto).

Il video pubblicato dal consorzio si apre con un riferimento all’inchiesta del 2016: «Questa fuga di notizie somiglia ai Panama Papers sotto steroidi», cioè una versione più grande, più forte, più corposa, di quella che cinque anni fa raccolse milioni di documenti confidenziali sulle società offshore.

Di solito il trasferimento di denaro inizia con l’apertura di una società con sede legale in un paradiso fiscale. Società che sarà gestita da un intermediario in grado di mascherare trasferimenti di denaro e ridurne la tracciabilità.

È possibile che in queste operazioni ci siano attività illecite – ad esempio per il riciclaggio di denaro – ma non è automatico. «Non c’è una norma internazionale che vieti il trasferimento di somme all’estero, se conformi alle leggi del Paese in cui sono state generate», dice a Linkiesta l’avvocato tributarista Daniele Bertaggia.

Dunque, l’apertura di un conto all’estero è legale e lecita, se rispetta le procedure e i limiti previsti dalla legislazione bancaria e fiscale locale (ma anche di quella del Paese d’origine). «È chiaro però che – prosegue l’avvocato Bertaggia – chi possiede denaro in conti all’estero deve regolarmente dichiararlo. Poi che sia eticamente scorretto che un capo di Stato, per fare un esempio, porti i suoi soldi all’estero, è un altro discorso».

Generalmente vengono scelte banche con sede in Paesi che permettono più facilmente anche ai non residenti di aprire un conto corrente, magari con procedure semplificate come fa il Belize.

Aprire un conto offshore può essere uno strumento utile per differenziare i conti in diversi Stati di modo tale da limitare i rischi, ad esempio in caso di insolvenza degli istituti bancari di uno Stato. Oppure può permettere di accedere a sistemi bancari che offrono servizi aggiuntivi. O magari serve per accedere a sistemi bancari che permettono di detenere più facilmente valute diverse (magari criptovalute).

«Gli illeciti in queste operazioni di solito riguardano l’apertura di attività in Paesi con tassazioni convenienti, quando però quelle attività poi vengono svolte in un altro territorio», dice l’avvocato Bertaggia. «Posso aprire un’attività a Malta perché lì la tassazione è molto conveniente. Fin quando lavoro da Malta non commetto nessun reato: se poi in realtà la mia attività si svolge altrove allora si configura il reato».

L’indagine Pandora Papers deve ancora svilupparsi e non è chiaro se emergeranno illeciti e se ci saranno conseguenze gravi per le persone coinvolte. Ma inchieste così grandi lasciano quasi sempre una traccia importante nella storia.

I Panama Papers del 2016, ad esempio, hanno contribuito a cambiare le prospettive per i paradisi fiscali, verso i quali adesso c’è molta più attenzione: è stato dopo lo scandalo dei Panama Papers che Panama – come tanti altri Paesi – ha accettato di aderire al “Common Reporting Standard” (o CRS), un protocollo di scambio automatico di informazioni fiscali e finanziarie tra Stati, sviluppato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economicoc proprio per contrastare la frode e l’evasione fiscale in ambito internazionale.

«I Panama Papers – conclude l’avvocato Bertaggia – ci avevano già fatto capire che il tempo degli spostamenti di denaro senza fare dichiarazione dei redditi è finito. Non a caso le indagini dei Pandora Papers sono riferite a spostamenti di denaro avvenuti in periodi precedenti».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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