Maestro di pensieroSalvatore Veca, il filosofo gentile che sognava una società giusta

Il suo impegno intellettuale ha spaziato dal mondo accademico a quello editoriale, con un costante interesse per la teoria politica. Fu lui a portare in Italia il pensiero di John Rawls

© Gian Mattia D'Alberto/LaPresse (particolare)

È stato una delle figure intellettuali più importanti degli ultimi quarant’anni. Il filosofo Salvatore Veca, morto a 77 anni a Milano, è stato uno dei punti di riferimento della vita culturale, politica e sociale dell’Italia (e di Milano in particolare).

Di idee progressiste e di orientamento filosofico analitico (ma se ne distaccò negli ultimi anni), fu lui che portò in Italia e diffuse le opere dello studioso americano John Rawls, tra cui il suo capolavoro: “Una teoria della giustizia”, «400 pagine su cui mi chinai con una fatica terribile», dichiarò qui. Era un pensiero originalissimo per l’epoca, dal quale Veca trasse nel 1982 il suo “La società giusta” che portò scompiglio nel mondo ideologico della sinistra italiana e segnò il suo distacco definitivo dal partito comunista. Il partito cui si era iscritto – dichiarò anni dopo – perché sperava che potesse cambiare in direzione sociodemocratica.

Veca era nato a Roma da una famiglia «medio borghese». La madre era pianista, il padre si occupava di ricambi di automobili. Prigioniero durante la guerra, poté vedere suo figlio, nato nel 1943, soltanto quando aveva già due anni grazie a una fuga avventurosa.

A Milano studiò al Carducci e al Parini e si innamorò di Platone. All’università scelse filosofia ed ebbe come maestri Enzo Paci e Ludovico Geymonat. Il secondo, in particolare, influenzò gran parte dei suoi primi lavori, concentrati sul rapporto tra filosofia e scienza. La sua attività, da quel momento, comincia a espandersi: intraprende il cursus honorum universitario, prima a Milano e poi all’Univesità di Bologna, per tornare – e restare quasi dieci anni, dal 1978 al 1986 – alla Statale a Scienze Politiche. Passò poi a Pavia, dove resterà fino al termine della sua carriera.

A questa carriera viene affiancato un ampio lavoro editoriale, a partire dalla rivista “Aut aut” che fondò nel 1971 insieme a Paci e Rovatti e proseguendo con la Fondazione Feltrinelli, di cui fu presidente dal 1984 al 2001. Un periodo di lavoro intenso, con la nascita del Centro di Scienza Politica e la creazione, insieme agli Annali della fondazione, di uno spazio per il dibattito e lo studio della ricerca politica contemporanea. Fu anche consulente per la saggistica per il Saggiatore, introducendo la collana Theoria, e partecipò a numerosi comitati scientifici di riviste, il cui elenco comprende l’”European Journal of Philosophy”, “Filosofia e questioni pubbliche”, ma anche “Reset”, i “Quaderni di Scienza politica”. Per citarne solo alcuni.

Sempre presente nel dibattito teorico-politico, si spese fin dagli anni ’70 per un superamento del marxismo nella sinista. Una proposta vista con sospetto dal partito, tanto che le idee espresse in “La società giusta” furono sottoposte a «una sorta di processo». Ma si trattava di cose «abbastanza ovvie». La sinistra doveva cercare i suoi consensi in una società aperta, dove l’uguaglianza andava intesa come equità, correggendo le condizioni di partenza. In questo contesto, «vedevo una prospettiva in cui la cooperazione sociale non era incompatibile con il conflitto».

Schivo e riservato, lontano da un’idea mediatica di filosofia, nel tempo si è allontanato dalle scene, diradando le interviste e le apparizioni pubbliche per continuare a dedicarsi alla ricerca e alla scrittura. Nei suoi ultimi volumi ha inquadrato nuovi suggerimenti e idee per una politica progressista, mentre nel 2020 per Mimesis è uscita la sua autobiografia, “Prove di autoritratto”, con cui ripercorre le tappe e le passioni della sua esistenza, lascia un ritratto dell’Italia e testimonia, ancora una volta, come ognuno possa determinare, con la forza delle proprie idee, il destino cui va incontro.

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