Per li ramiVita e miracoli (senza morte) dell’albero di Natale

Da antica tradizione invernale per la fertilità a simbolo di una magia a buon mercato che ognuno può portarsi in casa. La sua diffusione, ormai planetaria, ha accompagnato l’ascesa americana nel mondo e continua, anche oggi, a essere segno di speranza

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Il fascino dell’albero di Natale funziona grazie a un semplice trucco. È una cosa fuori posto – un albero dentro a una casa – cui si può attribuire diversi significati. Come spiega l’Economist, è allo stesso tempo «rudimentale e magico» e nel corso dei secoli si è caricato di simboli e virtù a seconda del periodo e del luogo, andando dagli antichi rituali di fertilità pre-cristiani fino al ringraziamento con cui la Norvegia, ogni anno, onora l’Inghilterra per l’aiuto dato durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’albero è questo, ed è anche altro. Simbolo globale del Natale, punto di riferimento dei cenoni e dei pranzi, luogo privilegiato per depositare i regali ancora incartati. Addobbarlo significa rinnovare un appuntamento annuale, misurando così il tempo che passa e riscoprendo ogni volta gli stessi ricordi. È un deposito di storie private, certo. Ma ne ha anche una propria.

Lasciando da parte le leggende – quella dell’albero di Thor, sacro per la popolazione germanica dei Catti, e abbattuto da San Bonifacio per dimostrare la superiorità del cristianesimo rispetto agli dèi pagani, oppure quella di Martin Lutero, che avrebbe decorato un abete di candele per rispetto delle stelle – sembra che la sua origine sia antica. L’impiego di sempreverdi nel periodo invernale era ancora più antico. Risale ai druidi, ai romani, agli egizi. Il significato, come sempre in questi casi, è quello della rigenerazione e della fertilità, cioè promessa del ritorno della primavera durante l’inverno. L’idea dell’albero interno, da tagliare e portare in casa per la decorazione, sarebbe venuta dopo.

Secondo la storica e giornalista inglese Judith Flanders risalga all’albero del Paradiso che compariva nelle commedie medievali, che nella Germania del XV secolo fu adottato in forma reale dalle congregazioni, poi dai ricchi e infine dalle masse. Da qui venne trasportato negli Stati Uniti, dove divenne un ornamento stabile di ogni 25 dicembre. Il suo successo planetario discende da qui: l’albero accompagna l’ascesa dell’America come potenza. Il presidente Coolidge ne accende uno a Washington nel 1923, come segno di progresso e come mezzo per pubblicizzare l’elettricità. Pochi anni dopo, l’albero collocato nel Rockefeller Center a New York veniva invece a simboleggiare la speranza, in mezzo alla Depressione.

Ogni Paese esprime così, attraverso questo segno, la sua ambizione. L’albero di Natale svetta a Rio de Janeiro (forse la meo natalizia delle località possibili), vicino alla Laguna de Freitas. Madrid lo colloca alla Puerta del Sol. In Germania è celebre quello davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino. A Roma, invece, nel 2017 si era arrivati fino al povero Spelacchio, simbolo (in)volontario della Roma governata da Virginia Raggi, a metà tra il pauperismo anti-Olimpiade e la strutturale incapacità organizzativa. Tempi passati, per fortuna. Quello di Gualtieri ha convinto tutti, anche gli americani del New York Times.

Da semplice decorazione natalizia a campo di competizione politica. L’albero di Natale è pronto ad acquisire significati. E in quest’epoca rabbuiata dall’incertezza della pandemia, la sua salda tradizione è un punto di riferimento. Le sue illuminazioni, per quanto plastificate e a buon mercato, una luce di speranza: come sempre, la primavera ritornerà.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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