Vecchia magiaPerché il canone delle canzoni di Natale è fermo al secolo scorso

Nonostante qualche raro ingresso più recente, il corpaccione delle melodie di fine dicembre nasce negli Stati Uniti tra gli anni 40 e 50 del Novecento. C’entrano la Seconda Guerra mondiale e le truppe al fronte, ma anche la successiva influenza americana sul resto del mondo

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Tempo fa toccava a Ed Sheeran, poi a Taylor Swift e ad Ariana Grande. Vincere la battaglia, molto americana e tutta musicale, della prima posizione nella classifica natalizia di Billboard è una soddisfazione per gli artisti (e un risultato anche in termini di vendite). Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate e, come spiega questo articolo dell’Economist, ai primi posti nelle ultime settimane di dicembre si trovano sempre di più canzoni vecchie, con artisti ormai cinquantenni se non addirittura morti.

La spiegazione è semplice e si chiama streaming. Da quando Billboard ha cominciato a conteggiare, oltre alle vendite reali dei dischi e i passaggi in radio, anche il numero di volte che una canzone veniva ascoltata su piattaforme come Spotify (cioè dal 2015), la classifica ha subito un ribaltamento. È un tutto un “All I Want for Christmas Is You”, di Mariah Carey, uscita nel 1994, ma anche “Jingle Bells Rock”, opera di Bobby Helms uscita nel 1957, o “A Holly Jolly Christmas”, di Burl Ives. Sono i classiconi che ritornano, segno per gli investitori che è tempo di comprare i diritti delle canzoni passate, da cui si può sempre guadagnare qualcosa in momenti come questo, e anche che durante le feste le tradizioni permangono.

Se è vero che, come titola il magazine economico britannico, “Lo streaming ha ucciso la classifica di Natale”, è anche vero che, quando si tratta di atmosfere natalizie, almeno dal punto di vista melodico si è rimasti attaccati ancora alla prima metà del XX secolo.

Non è un caso, e lo ricordava già nel 2011 anche Eric Harvey dell’Atlantic: il canone delle feste tradisce, come diceva, «un bias da baby boomer» (scritto quando si conosceva ancora il significato reale di “boomer”). “White Christmas”, di Bing Crosby è del 1941, uscita poco prima dell’attacco a Pearl Harbor. “The Christmas Song” (nella versione di Nat King Cole) è del 1945, e lo stesso vale per “Let It Snow”. Due anni prima era uscita “Santa Claus Is Coming To Town” e “I’ll Be Home for Christmas”, nel 1944 “Have Yourself a Merry Little Christmas”. E ancora: “Here Comes Santa Claus” è del 1947, “Rudolph, the Red-Nosed Reindeer” del 1949 e “Frosty the Snowman” dl 1950. L’anno dopo, a coronare il decennio, arriva “Silver Bells”.

Non è un caso, appunto. Le melodie natalizie esplodono durante la Seconda Guerra mondiale e negli anni successivi. Sono la colonna sonora dei soldati lontani, raccontano e cantano la mancanza per le case lontane e per le famiglie, insieme al desiderio di riunirsi. “White Christmas” nasce dalle constatazioni di Irving Berlin, che viveva nella calda California del Sud, ma diventa nel giro di poco il simbolo della nostalgia del soldato al fronte. Il Natale significa pausa, riunione sentimentale, connessione con chi è lontano.

E appunto, a collegare chi era rimasto in patria ci pensava la radio. Il canone si forma negli anni in cui il mezzo è ormai da tempo una presenza abituale e costante nelle case americane. Dalla fine degli anni ’40, poi, si aggiungerà anche la televisione.

Come ha ricordato anche Christopher Ingraham sul Washington Post, l’epoca del Dopoguerra fu uno dei periodi più incredibili della storia americana. «Il lavoro abbondava, l’economia cresceva, l’influenza americana sul resto del mondo toccava il suo apice».

La conseguenza è che le canzoni di Natale non ricreano l’atmosfera di un momento dell’anno «quanto lo spirito di un periodo speciale della storia americana».

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