Emergenza gattiniIl potere inquietante delle cose carine

Non se ne parla quasi mai, ma la cuteness è diventata un elemento sempre più presente nelle nostre vite, da Hello Kitty alle emoji. Come spiega Simon May nel suo libro (Luiss University Press) la crescita del fenomeno va di parsi passò con la glorificazione del bambino. Ed è la miglior definizione del nostro tempo

di The Lucky Neko, da Unsplash

Il Cute sta colonizzando il nostro mondo. Ma perché? E perché in modo tanto esplosivo proprio nella nostra epoca?

Potremmo pensare che il Cute sia talmente trito da non meritare la nostra attenzione e che quindi non costituisca un argomento degno di indagine. Oppure che sia talmente perverso, per la stereotipata vulnerabilità che impone ai suoi oggetti, forse anche con un certo compiacimento, da meritare poco più del nostro disprezzo. Pertanto sarebbe inutile, nel migliore dei casi, tentare di scavare in qualcosa di tanto superficiale come la figura della ragazza felina Hello Kitty; in Pikachu, il mostro dei Pokémon; in E.T., con il suo aspetto allampanato e raggrinzito; nelle bruttissime bambole Cabbage Patch Kids; e nella strana evoluzione di Topolino dopo la Seconda guerra mondiale.

O forse siamo ormai talmente abituati al Cute che non ci accorgiamo di quanto sia onnipresente: per esempio nella proliferazione degli emoji, usati da persone pressoché di ogni età e formazione; oppure nell’abbondanza di brand dal suono “carino” come Google (e, se è per questo, Apple, il cui logo collega scherzosamente la libertà personale concessa dai suoi dispositivi al simbolo originario della ribellione: il morso al frutto proibito nel giardino dell’Eden). Tutto questo potrebbe spiegare perché è stato scritto così poco sul fenomeno e sul significato del Cute e sull’incessante successione di mode passeggere che gli danno voce. Siamo stranamente poco curiosi riguardo a questo argomento.

E se il Cute, però, parlasse di alcuni dei bisogni e delle sensibilità più potenti del mondo contemporaneo? E se, per adattare una frase di Nietzsche, fosse davvero superficiale, ma per profondità?1 E se il Cute non fosse soltanto qualcosa di impotente e innocente ma giocasse, si divertisse, ironizzasse sul valore che attribuiamo al potere e sui nostri assunti riguardo a chi detiene il potere e chi no? E se fosse ipnotico proprio perché non è (o non è considerato) semplicemente innocuo, innocente, dolce e quindi confortante in un mondo impersonale e pieno di pericoli, ma invece può anche – come succede con la voluta distorsione e bruttezza di tanti oggetti carini – esprimere qualcosa di più ricco e più vero, che allo stesso tempo viene esperito come poco chiaro, insicuro, perturbante, imperfetto, consapevole, ma in un registro giocoso? E se questa sovversione lievemente minacciosa dei confini e questa indeterminatezza troppo umana – tra il chiaro e l’oscuro, il sano e l’anormale, l’innocente e il consapevole –, quando compaiono nell’idioma leggero e derisorio del Cute, fossero il fulcro della sua immensa popolarità?

E se poi l’esplosione del Cute rispecchiasse uno dei grandi sviluppi della nostra epoca, almeno in Occidente, ovvero il culto del bambino? A mio parere infatti il bambino è il nuovo oggetto supremo d’amore, e sta con lenta gradualità prendendo il posto dell’amore romantico come archetipo dell’amore che bisogna avere, il tipo di amore senza il quale si pensa che la vita non sia vissuta a pieno o al massimo del suo rigoglio. E l’infanzia è il nuovo locus del sacro e quindi anche il luogo in cui, come società e come epoca, è più facile trovare la profanazione.

Come vedremo, c’è stata una straordinaria coincidenza tra l’ascesa del Cute, dalla metà del Diciannovesimo secolo, e l’aumento, all’incirca nello stesso periodo, del valore attribuito all’infanzia, ed entrambe le tendenze hanno subito un’accelerazione in tandem dopo la Seconda guerra mondiale. Questo, argomenterò, non significa affatto che la mania del Cute sia dovuta soltanto – e in realtà neppure principalmente – all’impulso a una regressione infantile, al desiderio di tornare a un mondo immaginario di sicurezza e semplicità, né che le motivazioni che ne sono alla base e i suoi obiettivi siano necessariamente infantili.

Anzi, dobbiamo chiederci se il Cute non rispecchi anche una perdita di fiducia nelle distinzioni nette tra infanzia ed età adulta. Infatti, l’esperienza infantile non è sempre più considerata determinante per tutte le emozioni, le scelte e le azioni fondamentali dell’età adulta? E, di contro, non è sempre più invalsa la convinzione che il mondo adulto contemporaneo – in particolare la sua intensa attenzione nei confronti dell’espressione di sé, dell’autenticità e della sessualità – pervada quello infantile?

da “Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili”, di Simon May (traduzione di Chiara Veltri), Luiss University Press, 2021, pagine 160, euro 12

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