Spia della setaI quattro indizi delle influenze cinesi sul movimento no green pass

Ci sarebbe la mano di Pechino dietro le agitazioni dei portuali No Vax a Trieste. In base alle indagini condotte dalla Polizia Postale potrebbero essere stati reclutati attraverso dark web e Telegram. Una piccola parte di un disegno più ampio a cui si aggiungono i singoli attacchi hacker a chi diffonde notizie critiche verso il regime

LaPresse

«Rischiamo di diventare zona arancione o, ancora peggio, rossa. Quando saremo costretti a chiudere tutte le attività sotto Natale, forse i No Vax saranno contenti», sbotta furibondo il sindaco di Trieste. Forse non sono tanto i No Vax che saranno contenti, ma chi li sta manovrando per bloccare un porto chiave del sistema europeo. E chi li manovra potrebbero essere cinesi e russi.

Dopo aver circolato nella stampa, l’ipotesi è stata rilanciata nel corso di «Countering China’s Influence in Europe and Italy»: un convegno indetto da Farefuturo, International Repubblican Institute e Comitato Atlantico Italiano che si è tenuto il 22 e 23 novembre a Roma, il primo giorno al Senato, e che è venuto a ruota della pubblicazione di: «Una preda facile. Le agenzie di influenza del Partito Comunista Cinese e le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana», rapporto del Global Committee for the Rule of Law «Marco Pannella» e di Sinopsis

L’idea che ci stiano i servizi cinesi di intelligence dietro le agitazioni dei portuali No Vax è stata ventilata durante una parte dell’incontro non aperta al pubblico, e vincolata da quella Chatham House Rule che interdice di citare chi esattamente lo abbia detto. Ma il contenuto è riferibile, e il fatto che la due giorni sia stata aperta e chiusa da Adolfo Urso gli dà un contenuto particolare, anche se ovviamente questi interventi sono stati fatti da Urso nella sua veste di presidente della fondazione Farefuturo, e non di presidente di quel Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica (Copasir) che appunto supervisione l’attività dei Servizi.

In effetti la due giorni si è occupata soprattutto del modo in cui la Cina ha approfittato dell’apertura di credito che le era stata con l’ammissione al Wto (Organizzazione mondiale del commercio) per globalizzarsi a senso unico. Ad esempio, adottando le normative del Wto che le consentono di espandere le società e gli investimenti cinesi all’estero, ma di fatto impedendo alle imprese straniere d’investire e operare liberamente in Cina. Allo stesso modo gli accordi sulla Via della Seta sono stati utilizzati per creare megafoni di propaganda, e gli accordi universitari per fare spionaggio tecnologico.

Prima del Recovery particolarmente dipendente dalla necessità di liquidi per via della crisi, l’Italia è stata particolarmente aperta a una potenza in ascesa che si presentava come generosa finanziatrice. Nella migliore delle ipotesi, si è pensato che Pechino potesse dare una mano a fare ammodernamenti d’infrastrutture ormai improrogabili. In quella intermedia, a colmare buchi di bilancio. Nella peggiore, a sistemare interessi personali. Si è ricordato che qualcuno ha ad esempio proposto di cedere ai cinesi quote di debito pubblico nazionale, secondo un modello che ha visto prendere nella trappola del debito Paesi balcanici o africani. Si è ricordato anche che una certa timidezza della stampa italiana a prendere di petto Pechino è dovuto anche al timore di perdere introiti pubblicitari.

Con la pandemia, si è ricordato, dalla Cina ha iniziato ad arrivare una valanga di fake news, volte a enfatizzare l’«aiuto fraterno» cinese. Chi diffondeva notizie critiche di Pechino riceveva improvvisi attacchi di hacker: è accaduto anche al sito che ha pubblicato «Una preda facile. Le agenzie d’influenza del Partito Comunista Cinese e le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana».

In questo contesto sono montati anche dubbi sul perché proprio a Trieste si fosse scatenata una protesta No Vax che invece in altre città portuali italiane non ha avuto spazio. Appunto anche prima della due giorni si era parlato d’ipotesi dei Servizi su una manovra cinese e anche russa per destabilizzare il primo porto italiano e storico sbocco dei Balcani, come parte di una manovra contro l’Occidente intano che cresce la pressione di Biden su Xi. 

Un primo nome che si è fatto è quello di Zeno D’Agostino: presidente dell’Autorità di Sistema Portuale di Trieste firmatario dell’accordo sulla Via della Seta, che quando fu temporaneamente rimosso dall’incarico per ordine dell’Autorità Nazionale Anticorruzione fu sostenuto da manifestazioni di portuali che sventolavano bandiere cinesi. Adesso appare in rotta di collisione con i No Green Pass, che però coinciderebbero in larga parte con gli sventolatori di bandiere cinesi.

Un secondo nome è quello di Liu Zhan: alto funzionario dell’apparato cinese che ogni settimana faceva la spola tra la capitale e Trieste che è morto all’improvviso e misteriosamente e che è stato seppellito al Verano dopo una cerimonia funebre alla presenza dell’ambasciatore cinese a Roma e di molti «colleghi» venuti appositamente dal Friuli-Venezia Giulia. Il terzo indizio verrebbe dalle indagini della Polizia Postale sul reclutamento di manifestanti no green pass triestini attraverso dark web e Telegram, con la presenza di cinesi e russi. Il quarto dalle visite sempre più frequenti dei diplomatici americani a Trieste, e in particolare del console Robert Needham a luglio, autore di un rapporto finito al Dipartimento di Stato. Il quinto dalle indagini dei Servizi francesi, che hanno bloccato alla frontiera alcuni manifestanti No Vax, già noti agitatori No Tav. 

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