Lungo la selva oscuraIl mio viaggio per capire Dante dura da vent’anni, dice Pupi Avati

L’amore del regista e scrittore nei confronti del poeta fiorentino è grande. In occasione del centenario, lo omaggia con un libro (edito da Solferino) e un film. È il racconto della vita dell’autore della Divina Commedia, interpretato con uno sguardo insieme umano e ammirato, lontano dalla versione «cloroformizzata» che si incontra a scuola

Pupi Avati sul set con Sergio Castellitto

Una devozione lunga 22 anni. Per Pupi Avati, regista e scrittore, Dante Alighieri è «il limite massimo cui può accedere un essere umano alla sacralità», colui che «ha toccato il soffitto dell’immaginario possibile». Il suo ultimo libro, “L’alta fantasia” (Solferino editore), che darà vita a un film (pronto per il 2022), vuole essere insieme un omaggio, una testimonianza “del lungo studio e del grande amore” per il poeta fiorentino e un’esplorazione fantasiosa e personale nei vuoti della sua vita, da ragazzo e in esilio.

Racconta il viaggio di Giovanni Boccaccio da Firenze a Ravenna per incontrare Antonia, la figlia di Dante, divenuta nel frattempo monaca con il nome di suor Beatrice. Deve consegnarle il risarcimento, fatto a nome della città di Firenze, per il trattamento inflitto al padre.

La missione è delicata, sia per le difficoltà fisiche dell’uomo sia per il tragitto sentimentale che percorre: sono, dal Casentino fino alla Romagna, alcune tappe della peregrinazione di Dante. Incontra persone che lo hanno conosciuto, si fa raccontare le sue stranezze e le sue azioni. Cerca di capire, di rivivere, di immaginare cosa avesse vissuto, patito e sentito lui. In questo senso Boccaccio (che nel film è interpretato da Sergio Castellitto) è un doppione dello stesso Pupi Avati: «Le cose che gli faccio dire e pensare sono quelle che penso e che dico io», ammette. È una «strumentalizzazione: fatta in parte ricorrendo al suo “Trattatello in laude di Dante”, in parte alla mia immaginazione. Per esempio, cosa si dissero davvero lui e suor Beatrice non si sa. Per scriverlo ho dovuto ricorrere alla mia fantasia».

L’affetto per Dante traspare in ogni pagina, insieme allo stupore. «Volevo capire la sua persona. Soprattutto, come vivesse la sua smisurata grandezza poetica, del tutto assente dalla sua famiglia, né prima né dopo. Erano persone normali, nessuno aveva dato segno di talento poetico». Da dove veniva? Dante si trova a vivere una situazione unica, in un contesto unico, con sofferenze e patimenti. «Ho cercato di capire come il dolore produca una sensibilità speciale. Anche Boccaccio, che non aveva mai conosciuto la madre, aveva questo dolore».

Il risultato è un Dante comprensibile e vicino al lettore comune «in modo che non avverta un senso di inadeguatezza rispetto a Dante, come capita spesso a causa della scuola. Dopo gli studi obbligatori, le persone non si azzardano ad andare oltre. Pagato il debito, diciamo, non tornano più. Invece la poesia di Dante è bellezza pura – pensiamo anche solo alla Vita Nuova – che la scuola ha cloroformizzato e messo in una bacheca». Il suo libro (e il suo film) vogliono «renderlo seducente e accessibile» a tutti.

Tra le libertà che si prende il regista c’è quella di dare più spessore al personaggio di Beatrice. «Nel film lo si vede ancora più netto. Ho voluto darle consapevolezza di quello che le stava accadendo, di chi fosse Dante, di cosa sarebbe diventata». Perché «la critica la considera, in generale, poco più di una proiezione. Invece chiunque conosca le donne sa che non esistono donne senza consapevolezza. Le donne partecipano a qualunque vicenda, anche se si risolve solo in uno scambio di sguardi». Beatrice, insomma, sapeva di avere davanti a sé qualcuno che avrebbe scritto per lei versi bellissimi e soprattutto vivi.

Tanto che ancora oggi, mettere in scena alcuni passaggi della “Vita Nuova” ha provocato stupore e sconcerto. «Quando abbiamo girato la scena del sogno di Dante, da cui poi trarrà la prima poesia, tutta la troupe – spesso capita che alcuni siano distratti – era attentissima. Era il passaggio in cui Beatrice, nuda e addormentata, su spinta di Amore incomincia a mangiare il cuore di Dante. Detto così, sembra voler dire poco. Ma la parola ha il suo pudore, il suo limite. Un conto è raccontare, un altro è vedere. Si sa che è diverso dire che qualcuno è stato ammazzato a coltellate rispetto a vederlo mentre accade. Ecco: nel caso in questione, significava far mordere un organo, che sanguinava. Erano tutti stupiti e sconcertati, sembrava un film dell’orrore». Altro non è che il segno «che la sua potenza immaginativa era fortissima. Anche oggi mantiene la sua forza».

Nel libro i paragrafi sono interrotti da titoli di brani musicali. Sono opere slegate dal tema e dal periodo storico: si va da melodie jazz a passi di musica classica. Non è certo la colonna sonora del film: è forse quella della lettura? «È quella della scrittura. Sono musiche che ascoltavo mentre scrivevo quelle pagine e penso che, in qualche modo, queste ne siano rimaste segnate. Per questo ho voluto far partecipare anche il lettore, in qualche modo, al momento della scrittura. Ascoltando, se vuole, mentre legge quello che ascoltavo io quando le scrivevo». È, insomma, una «playlist di capolavori, un modo di omaggiare la bellezza con la bellezza».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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