Il finto doroteoÈ davvero difficile credere alla conversione di Luigi Di Maio

La trasformazione del leader grillino da eversore a uomo di Stato, da gilet giallo a macronista, da populista a progressista può far sorridere, invece dovrebbe far innervosire chi lo ha votato e oggi si ritrova truffato dalle sue giravolte

Mauro Scrobogna /LaPresse

Invidio la superiore capacità che molti hanno di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. A me Luigi di Maio sembra ancora un bicchiere vuoto e mi secca – lo ammetto – far la parte di quel che non capisce, che non è sufficientemente scafato.

Vedo affermarsi nei talk una vulgata secondo la quale se uno si è sbagliato, ma oggi si ravvede, dobbiamo festeggiare. Si arrangino quelli che non hanno sbagliato né prima né ora. Troppo banali. La parabola del figliol prodigo non mi ha mai convinto. Io stavo dalla parte dei fratelli che avevano sgobbato, mentre lui era andato a spasso. 

In politica, lo sappiamo, il tempismo è una virtù decisiva. Le cose le devi dire e fare al momento giusto, altrimenti non serve.

La faccetta compunta del ministro degli Esteri tra stucchi, ori e specchi quirinaleschi dietro le spalle del trio Macron-Mattarella-Draghi al recente vertice italo-francese proprio non riesco ancora a digerirla.

Mattarella era il presidente di cui l’ineffabile aveva chiesto l’impeachment perché non voleva, e meno male, un sovranista all’economia, e quanto a Mario Draghi era proprio lo stesso che Beppe Grillo, tra le matte risate dei suoi seguaci, già con Di Maio capo, aveva definito «una Mary Poppins un po’ suonata che tira fuori dalla sua borsetta sempre le stesse ricette».

Ma soprattutto Di Maio, da vicepresidente del Consiglio, quindi anche un po’ in my name, aveva preso un bel giorno l’auto e con lo straordinario Dibba era andato a Parigi per stringere la mano a quattro gilet gialli un po’ stralunati, scesi dal bulldozer e ancora rauchi per aver invocato “morte a Macron”. Devo ora dimenticarmene? Anzi, compiacermene, perché uno che sbagliava, e oggi è contrito, e voterebbe Macron se vivesse in Francia, è meglio di uno che continua a sbagliare? Una cosa così mi fa venire in mente il contribuente che paga le tasse e deve dire bravo a quello che ha fatto il condono. Almeno i complimenti vorrei evitarli.

Dopo l’exploit di Parigi il malcapitato Mattarella dovette scusarsi, e non è stato un bello spettacolo.

Dall’altra parte della Senna, c’era in quel momento anche il prof. Letta della Sorbona, erano i giorni in cui Di Maio aveva appena esecrato un partito che faceva l’elettroshock ai bambini di Bibbiano per torbidi tornaconti, e fa un effetto strano vedere oggi il neodeputato di Siena che briga per portare il mozzicone spento dei 5 Stelle dentro il gruppo socialista di Strasburgo, quello che fu un tempo di Willy Brandt.

E con chi tratta? Con il terzo uomo del rendezvous con il macellaio leader de gilet gialli, quel Fabio Massimo Castaldo che è vicepresidente del Parlamento europeo, dopo aver agevolato la glorificazione di Nigel Farage da parte di Grillo, con tanto di incontro solenne a Londra, e dopo aver provato a bussare a tutte le porte ed essere stato respinto ogni volta, anche da gruppi ben più improbabili di quello socialista.

Il Giggino di ieri aveva per lo meno il fascino dell’improntitudine: un furbastro che cavalcava l’onda provocata da Grillo senza bagnarsi, in perfetta giacca e cravatta. C’era della professionalità, in quella interpretazione.

Un teatrino volgare, ma che dire? Fisiologico, nel contesto.

Ci raccontava l’esistenza di un mondo senza democrazia rappresentativa, che noia, tutto piattaforma e honestà. Un mondo in cui un partito senza una lira poteva prendere il 32% (visto che non serve il finanziamento?), in cui un Presidente della Camera poteva andare in ufficio (con fastoso appartamento di rappresentanza, altro che uno vale uno) in autobus, pagando il biglietto per sé (ma non per la scorta). Era il mondo immaginario dell’antipolitica, in cui le regole venivano capovolte. Gente che era lì come semplice portavoce di qualcuno, che restituiva i soldi, che cancellava retroattivamente le pensioni per ora della casta (duemila vecchietti senza più potere), poi chissà, c’erano i baby pensionati da colpire, anche se ormai anch’essi non più baby.

Quello era un Giggino degno dell’ammirazione che suscita uno spettacolo efferato ma notevole.

Quello di adesso? Un arredo del Quirinale, un finto doroteo che offende quelli veri, che qualcosa hanno fatto per la Repubblica.

Non è la contraddizione che ci offende, troppo facile parlare di incoerenza. Quel che non va è lo scusarsi. Non servono a nulla le scuse, se tutto finisce lì, perché i voti non si possono restituire. Ormai sono stati dati. Gente che attratta dalla “novità”, ha scelto quella roba lì è la vera gente fregata, e infatti al quesito sul 2 per mille non rispondono neppure con un vaffa che sarebbe spontaneo. 

E, soprattutto, il problema è politico. L’Italia non ha una politica estera, tutto ruota solo attorno a Draghi e al suo prestigio, ma allora cosa serve un ministro degli Esteri se il principale alleato internazionale, il presidente francese, evita di incontrarlo fuori protocollo?