Diplomazia spuntataL’annullamento delle elezioni in Libia sancisce il fallimento della strategia di Onu e Ue

Il mondo occidentale ha dimostrato tutte le sue difficoltà su uno dei dossier più delicati del Mediterraneo: era evidente che nel caos del paese nordafricano votare sarebbe stato impossibile, e come al solito ne approfittano Russia e Turchia

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L’ennesimo fallimento dell’Europa e dell’Onu in Libia ormai non fa notizia. Se ne è perso il conto. Ma questa volta l’annullamento delle elezioni presidenziali e parlamentari frettolosamente indette sotto la guida, appunto, di Onu e Unione europea per il 24 dicembre 2021, e confermate solennemente nella recente conferenza di Parigi di un mese fa, ha del clamoroso e addirittura del tragicomico.

Solo una diplomazia onusiana ed europea totalmente scollegata dalla realtà poteva pensare che nel caos libico ancora ribollente si potesse votare. Ma questa diplomazia, questa Onu e questa Europa hanno il mito delle elezioni come panacea di tutti i mali per una ragione semplicissima: non vogliono comprendere che nel caso che la crisi sia determinata da forze militari contrapposte e tuttora antagoniste, come appunto in Libia, si può mediare unicamente se si interviene con una forza militare più forte di quelle in campo. E che solo questa forza militare di mediazione può garantire, col tempo, la convocazione di elezioni.

Ma né l’Onu, né l’Europa, che pure hanno provocato nel 2011 con un poderoso loro intervento militare la deflagrazione della crisi libica, hanno la minima intenzione di inviare forze militari adeguate.

In particolare, non lo vuole e non lo può fare un’Europa divisa, con la Francia che appoggiava militarmente i cirenaici di Khalifa Haftar, mentre l’Onu e l’Italia sostenevano il governo di Tripoli di Fayez al Serraj.

In subordine all’invio di una forza militare onusiana ed europea c’era solo un’altra via percorribile: avviare una trattativa tra le forze militari in campo. Questo comportava mettere attorno a un tavolo Recep Tayyp Erdogan – che controlla militarmente la Tripolitania – e Vladimir Putin – che controlla militarmente la Cirenaica – ognuno dei due accompagnato dalle milizie dell’uno e dell’altro campo.

E comportava, inoltre, che Onu e Unione europea chiedessero a Turchia e Russia di coordinare le milizie accanto alle quali hanno combattuto, di far loro designare dei rappresentanti e che si aprisse un tavolo dei belligeranti.

Di fatto comportava prendere atto della realtà: la crisi libica non ha una soluzione politica, come dice sempre a pappagallo Luigi di Maio, ma ha avuto una soluzione militare.

Ma anche questo percorso comportava un prezzo: ammettere l’impotenza onusiana ed europea che si è consumata sul campo, e soprattutto riconoscere un dato di fatto sconvolgente: Erdogan e Putin, grazie solo alla imbelle incapacità europea, controllano la Libia, hanno impiantato un forte presidio militare sul Mediterraneo centrale. Grandi basi militari permanenti incluse.

Per non pagare questo prezzo, Onu e Unione europea hanno fatto letteralmente come le tre scimmiette e hanno siglato accordi e subaccordi a prescindere dalla realtà del terreno. Accordi scritti sulla sabbia.

Basta guardare alla solennissima conferenza di Parigi convocata da Emmanuel Macron il 12 novembre scorso, per comprendere perché tutto va a rotoli in Libia e forse la guerra civile riprenderà.

Invece di assegnare a Putin e Erdogan il ruolo centrale nella definizione di un compromesso, Russia e Turchia sono state invitate ai lavori come fossero Paesi qualsiasi. Ma la Turchia si è rifiutata di partecipare alla conferenza perché vi erano stati invitati anche Cipro e la Grecia. Una aperta provocazione per Erdogan, perché questa partecipazione implicitamente annullava il suo accordo con Tripoli per estendere la Zona Economica Esclusiva di Libia e Turchia a tutto il Mediterraneo Orientale, a scapito, appunto, dei diritti economici di Atene e Nicosia.

In assenza di Erdogan e di fronte al verbalismo inutile della conferenza, Putin si è limitato a inviare come osservatore il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che si è limitato ad ascoltare i lavori.

Così è andata in scena la commedia della solenne conferma delle elezioni libiche che è stata sconfessata dopo solo quaranta giorni. Commedia con ulteriori aspetti surreali, perché Onu ed Europa non hanno tenuto conto di un particolare: a un mese dalle elezioni si era ancora in altissimo mare per la definizione di una legge elettorale sia per la presidenza che per il Parlamento libici. Insomma, oltre la farsa.

Spiace che in questa ennesima e solenne proclamazione della imbarazzante impotenza di Onu e Europa sia stato coinvolto un incolpevole Mario Draghi, al quale è stata assegnata la copresidenza di quel consesso di incapaci.

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