La lira a zeroLe scelte di Erdogan stanno distruggendo l’economia della Turchia

In tutto il paese il crollo della valuta nazionale non sta producendo gli effetti sperati nelle esportazioni, provocando solo instabilità e incertezza. Il presidente turco, spiega Financial Times, sembra voler accontentare le imprese anziché il popolo, ma la strategia che non sta pagando

AP/Lapresse

Il crollo della lira in Turchia sta mettendo a rischio l’economia del Paese. Non è solo una condizione dovuta alla crisi economica globale. È anche, o forse soprattutto, una conseguenza delle decisioni del presidente Recep Tayyp Erdogan.

Il Sultano è alla guida della banca centrale in un momento in cui la forza del dollaro e i prezzi delle materie prime costringono i Paesi emergenti a stringere la politica monetaria. Ma lui ha preso un’altra strada: ritiene che alti tassi d’interesse favorirebbero l’inflazione. In questo modo, l’elevato indebitamento statale in valute forti blocca il bilancio pubblico, e l’elevata inflazione si abbatte sui ceti popolari – cioè che avevano guidato il successo economico, politico, elettorale di Erdogan.

La crisi economica della Turchia sta avendo effetti concreti devastanti sulla vita dei cittadini turchi, che vedono la loro quotidianità stravolta dalle difficoltà del Paese.

Lo ha raccontato il Financial Times in un articolo scritto a quattro mani da Laura Pitel e Ayla Jean Yackley. «A inizio anno Recep Tayyip Erdogan ha ordinato alla banca centrale di tagliare ripetutamente i tassi di interesse nonostante l’aumento dell’inflazione, e la lira turca ha avuto un calo del 50%. Giovedì la banca centrale ha tagliato i tassi per il quarto mese consecutivo: la lira è scesa di un ulteriore 7%. Il presidente turco sostiene che una valuta meno forte possa aiutare il Paese a godere del boom delle esportazioni, degli investimenti e della creazione di posti di lavoro», si legge nell’articolo.

I più critici nei confronti del presidente vedono la politica monetaria di Erdogan come un gigantesco esperimento economico sulla pelle della popolazione. Durmus Yilmaz, un ex governatore della banca centrale, ha detto che Erdogan sta trasformando la Turchia in «un laboratorio per esperimenti strampalati».

Il racconto del quotidiano economico inizia con la storia di Vahit Yilmaz, imprenditore turco che, almeno in teoria, dovrebbe beneficiare della debolezza della lira turca: gli ordini dall’estero stanno inondando l’industria tessile e dell’abbigliamento in Turchia, dopo che il crollo della lira ha ridotto i costi di produzione.

«Ma il costo di tessuto, filo e altre materie prime, tutti valutati in dollari, è aumentato vertiginosamente e i produttori nazionali come Yilmaz si stanno preparando per una turbolenta stagione primaverile», scrive il Financial Times.

Lo stesso Yilmaz dice: «I tessuti turchi sono quasi gratuiti a questo tasso di cambio. Gli affari erano eccellenti quando il dollaro cresceva costantemente. Adesso è pericoloso». Yilmaz ha detto che le vendite nel mercato interno, che di solito costituivano metà della sua attività, sono arrivate praticamente a zero. Sperava, però, che le vendite estere controbilanciassero le perdite: non è stato così.

Erdogan vorrebbe imitare la trasformazione economica della Cina, e usare quello come termine di paragone per dimostrare che le sue idee funzionano – o quanto meno potrebbero funzionare.

Ma le differenze tra i due Paesi sono sostanziali. Ali Akkemik, un esperto delle economie sia della Cina si della Turchia che insegna all’Università giapponese Yamaguchi, ha detto al Financial Times che se Pechino aveva svalutato la sua moneta negli anni ’80 e ’90 è perché aveva una chiara «visione industriale», elemento cruciale per rendere la Cina la seconda economia mondiale nel giro di qualche decennio. «La Turchia – dice Akkemik – non ha una politica industriale chiaramente definita. Non sappiamo quale industria stia cercando di promuovere».

C’è anche un’altra fonte importante citata dal Financial Times, ma preferisce rimanere anonima. È un banchiere con esperienza lavorativa in Turchia e nel Regno Unito, conosce entrambe le economie: «È economicamente folle – dice – pensare che un Paese possa costruire un’economia orientata all’esportazione semplicemente basandosi sul fatto di avere una valuta che vale pochissimo. Se così fosse, lo Zimbabwe sarebbe una superpotenza».

Qualcosa però sta funzionando. O meglio, per qualcuno le cose stanno andando meglio. Dall’altro lato dello spettro ci sono aziende turche che stanno traendo vantaggio dal crollo della valuta.

«La maggior parte delle società quotate alla Borsa di Istanbul stanno beneficiando di una lira debole: le compagnie aeree quotate in borsa, ad esempio, o i gruppi della difesa, le case automobilistiche e i produttori di prodotti chimici, cioè società che godono di entrate misurate in valuta estera e costi del personale espressi in lira turca», scrive il Financial Times.

Il successo di questi settori ha contribuito ad alimentare un boom delle esportazioni, alimentando la crescita economica che dovrebbe superare oltre il 9% quest’anno. Ma è probabile che nei prossimi mesi subisca un’inflazione del 30% o più, danneggiando non solo le imprese che dipendono da energia e materie prime importate, ma anche i comuni turchi già alle prese con l’impennata del costo della vita.

«La verità è che Erdogan sta dando la priorità agli esportatori rispetto alle famiglie. Ma se pensi alla sua base di consenso politico, non ha assolutamente senso», ha detto Jason Tuvey, della società di consulenza Capital Economics, al quotidiano economico.

Di contro, ci sono anche grandi esportatori che si sono dimostrati critici nei confronti della volatilità della valuta turca: secondo loro rende difficile valutare i loro prodotti e pianificare in anticipo. Tusiad, un gruppo che rappresenta le grandi aziende industriali – insieme valgono circa l’85% del commercio estero della Turchia, energia esclusa – ha avvertito che ciò di cui il mondo degli affari ha più bisogno è la stabilità.

«Un uomo d’affari deve sapere quale sarà il tasso di cambio tra due o tre mesi, e quanto aumenterà. Il grafico del tasso di cambio non dovrebbe assomigliare al grafico di qualcuno con la pressione alta», si legge nell’articolo.

Nonostante il boom delle vendite di case, anche il settore delle costruzioni, che ha stretti legami con Erdogan e altri funzionari del partito al governo (Akp), si lamenta dell’andamento dell’economia.

I dati dell’industria, che da sola rappresenta circa il 5% dell’economia turca, rivelano che il settore è schiacciato dall’alto costo delle materie prime e dell’energia, entrambi aumentati di oltre il 90% anno su anno a novembre.

«Erdogan – scrive il Financial Times nella conclusione dell’articolo – semplicemente non ha un piano di gioco. Le autorità turche hanno speso diversi miliardi di dollari per difendere la lira nelle ultime settimane e allo stesso tempo lodare le virtù di una valuta a buon mercato. Niente di tutto questo ha senso. Non c’è alcuna logica».

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