Volare bassoLo scisma dei caccia europei tra Italia e Germania

Scegliendo di sviluppare il Future Combat Air System solo con la Francia, e non con gli altri paesi europei, Berlino ha anteposto la politica nazionale alla logica industriale e militare. Una scelta di campo opposta a quella del nostro Paese. Dal punto di vista commerciale sarebbe anche più conveniente avere un unico velivolo di sesta generazione che faccia concorrenza ai modelli americani sul mercato europeo

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Il vento europeista fischia forte nel campo della Difesa. Il Trattato del Quirinale è l’ultimo di una lunga serie di accordi che suggella, almeno in teoria, il principio di una maggiore cooperazione militare fra stati europei. In pochi a Parigi e Roma si fanno però illusioni: nonostante l’accordo franco-italiano è infatti la Germania che dovrebbe fare da motore a  una convergenza militare fra stati membri.

A provocare irritazioni, soprattutto nel nostro paese, è piuttosto la tendenza tedesca a vedere la Difesa comune come una priorità di Francia e Germania, almeno a livello industriale. Ma tra il dire e il fare ci sono costose dispute economiche, interessi strategici e progetti dal valore di centinaia da miliardi di euro. Uno fra tutti si è trasformato in una mina vagante per i rapporti bilaterali: il Future Combat Air System, soprannominato Fcas. Il caccia di ultima (sesta) generazione dovrebbe entrare in servizio nel 2040 e rappresenta uno dei progetti più tecnologicamente avanzati perseguiti nell’Ue: l’aereo, invisibile ai radar e pilotabile anche in remoto, sarà completamente integrato con i sistemi elettronici delle aeronautiche alleate (come radar e altri sensori) e capace perfino di gestire alcuni droni di supporto.

Sistemi così complessi hanno ovviamente da guadagnare dalla condivisione delle capacità di ricerca di tutti gli stati membri. Un unico modello per le aviazioni europee avrebbe anche senso in prospettiva degli enormi costi di sviluppo (secondo la Fondazione Konrad Adenauer lo sviluppo di Fcas costerà almeno 300 miliardi di euro) e di armonizzazione fra le forze armate. Da un punto di vista commerciale, sarebbe anche meno problematico avere un unico caccia che faccia concorrenza ai modelli americani sul mercato europeo. Così facendo si diminuirebbe la pressione sui singoli produttori europei, che per recuperare il costo di progettazione e sviluppo tentano spesso di esportare velivoli fuori dall’Ue e verso paesi autocratici.

Fcas è tuttavia un progetto unicamente franco-tedesco, con alcune piccole componenti prodotte dalla Spagna. L’azienda italiana Leonardo ha preferito infatti fare causa comune con Regno Unito (Bae Systems) e Svezia (Saab) per avviare un progetto alternativo, denominato Tempest.  Questo strappo fra le tre maggiori potenze dell’Unione non è mai andato giù ai due consorzi, e nell’ultimo anno ci sono state alcune dichiarazioni da parte dei comandanti dell’Aeronautica Militare italiana e della Luftwaffe a favore di una convergenza fra i due progetti.

L’industria tedesca «sconfitta»
Soprattutto le forze armate tedesche sarebbero tentate di diluire le posizioni dell’alleato francese facendo entrare nuovi partner nel consorzio. In Fcas la Francia è presente con Dassault Aviation, un’azienda legata a doppio filo al governo di Parigi e che l’Eliseo sponsorizza incoraggiando l’export di caccia Rafale in Medioriente e Asia. I tedeschi, invece, sono rappresentati da Airbus, un colosso che beneficia di scarso supporto politico a Berlino, sia per la natura paneuropea dell’azienda, sia per una cultura economica poco propensa all’intervento dello Stato in scelte industriali.

Gli effetti di questa asimmetria sono stati abbastanza deleteri per l’industria tedesca, come lamentano sia il consiglio sindacale (tedesco) di Airbus che l’agenzia di approvvigionamento militare tedesca, la BAAINBw. Un rapporto confidenziale di quest’ultima, pubblicato a maggio dal settimanale Spiegel, descrive la Germania come «la grande sconfitta» del progetto. Un sostanziale contributo tedesco sarebbe dovuto infatti provenire dai piccoli e medi fornitori che affollano il mercato tedesco e specializzati in singole componenti, come pezzi del sistema radar. Ciò non sarà però possibile a causa di scelte ingegneristiche prese a monte. Su insistenza francese si è infatti deciso di impostare i prototipi di Fcas proprio su modello del Rafale francese, avvantaggiando così i fornitori che al di là del Reno sono già abituati a cooperare con Dassault.

Sono scelte che possono sembrare tecniche ma che implicano una forte perdita di know-how tecnologico, oltre che a una fetta di torta più piccola per l’industria tedesca (per intenderci, il budget previsto per Fcas fino al 2040 supera di un terzo i 235 miliardi di euro stanziati per il  Pnrr). Una tempesta perfetta anche per i parlamentari della maggioranza: se da una parte la sinistra del Spd di Scholz ha sempre mal digerito una spesa così pesante su un progetto militare, dall’altro i politici più centristi contestano che una parte significativa del budget militare tedesco vada ad arricchire principalmente l’industria francese.

Europa sovrana ed Europa atlantista
Queste irritazioni confermano le perplessità italiane sull’approccio bilaterale franco-tedesco. Alessandro Marrone, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali, spiega che con questo metodo Parigi e Berlino considerano «gli altri stati europei come acquirenti del prodotto finale, non come partner di sviluppo. Questo ovviamente non va bene al governo italiano», che possedendo il 30 per cento delle azioni di Leonardo è più propenso a intervenire a favore dell’industria italiana rispetto a Berlino.

Ma l’Italia è rimasta e rimarrà lontana da Fcas anche per motivi smaccatamente politici. Il progetto si basa sull’idea di una Ue tecnologicamente sovrana e autonoma dagli Stati Uniti, concezione abbastanza incompatibile con la posizione atlantista di Roma. Sempre Marrone spiega che «Italia e Regno Unito hanno una comunanza di requisiti, di dottrine d’impiego, di tattiche e addestramento sviluppate come principali produttori europei del F-35 americano, in dotazione a entrambi i paesi. I piloti italiani, per dire, si addestrano negli Stati Uniti».

L’imperativo di cooperare con la Francia
L’elemento politico domina anche la scelta tedesca di accettare ingenti perdite economiche a favore di Parigi. Per quanto la Luftwaffe e la Difesa tedesca avrebbero preferito partecipare a un programma simile a quello italiano, Berlino si è fatta guidare dall’imperativo di cooperare con l’altro grande paese leader dell’Ue. «Formulandola in maniera un po’ maligna, Merkel voleva assolutamente un grande progetto franco-tedesco. Che la scelta sia caduta proprio sulla Difesa è stato abbastanza casuale», spiega Thomas Wiegold, un giornalista tedesco specializzato in affari militari. La forza di questa richiesta politica è dimostrata dai numerosi problemi ancora irrisolti del progetto: come integrare l’aereo nel sistema di condivisione nucleare Nato, a cui la Francia non partecipa ma che richiede alla Luftwaffe di poter operare armi nucleari americane? Come si riconciliare la politica di export permissiva dei francesi con l’approccio più prudente della Germania?

Sempre secondo Wiegold è probabile che Fcas si porrà al centro di una rete che unirà sistemi d’arma sviluppati in maniera indipendente, e che in poche parole il caccia franco-tedesco potrà connettersi al Tempest anglo-italiano e ad aerei di produzione americana comprati per l’eventualità di un conflitto nucleare. Una soluzione tecnologica per accomodare interessi strategici ed economici divergenti, ma che costerà comunque di più di un singolo caccia per tutto il blocco europeo.