«Non resterà più nessuno»Isabel Allende difende la memoria di Pablo Neruda dalla cancel culture latinoamericana

Durante la presentazione del suo nuovo romanzo “Violeta”, la scrittrice cilena ha chiesto ai gruppi femministi di non eliminare ogni traccia del grande poeta, ma di sostenere la revisione della storia «in modo che sia raccontata come dovrebbe essere raccontata»

Unsplash

«Se ci mettiamo a tagliare teste, non resterà più nessuno». Forse Isabel Allende ha voluto saldare un antico debito, quando ha approfittato della presentazione del suo ultimo libro per scendere in campo contro la Cancel Culture e difendere Pablo Neruda dall’offensiva che le femministe gli hanno lanciato contro come stupratore confesso.

Lei stessa ha raccontato che da giovane era stata contattata dal poeta Premio Nobel. La convocò, le disse che seguiva con attenzione i suoi articoli, e sparò: «Lei deve essere la peggior giornalista di questo Paese, figliola. È incapace di essere obiettiva, si mette al centro di tutto, sospetto che mente abbastanza, e quando non ha la notizia, la inventa. Perché non si dedica piuttosto a scrivere romanzi? Nella letteratura questi difetti sono virtù».

In teoria terrificante, ma i due la presero a ridere, divennero amici, lei seguì il consiglio, ed in effetti divenne un grande fenomeno editoriale. Un esempio di fusione tra tecniche di letteratura di genere e la lezione dei grandi del boom latino-americano che può far arricciare il naso a chi i libri di García Márquez, Vargas Llosa o Cortázar li ha letti, e che però offre effettivamente qualcosa di molto più articolato del solito a un pubblico di lettori, e soprattutto lettrici, spesso al livello di Collana Harmony.

Anche il suo ultimo romanzo “Violeta”, in vendita anche in Italia dal 3 febbraio, si presenta con una chiave simile. La storia sentimentale di una donna, in sé, sarebbe letteratura rosa, e Isabel Allende lo ha detto spesso che le piacerebbe scrivere storie puramente rosa.

Però Violeta campa cent’anni, evocando così quelle matriarche di “Cent’anni di solitudine” recentemente citate anche dal disneyano “Encanto”. Il libro ha riferimenti alla lotta femminile per l’emancipazione che fanno impegnato, alludono a quel che sta succedendo nel Cile di oggi. E comunque una vicenda che parte dalla Spagnola del 1920 per arrivare al Covid del 2020 dà un tocco di attualità ulteriore.

Più di un tocco, anzi, se si pensa che grazie anche all’onda lunga dello smartworking avviata dalla pandemia la stessa presentazione del nuovo romanzo è stata fatta da Isabel Allende in modalità virtuale, a un pubblico di giornalisti sparso per il pianeta. Inevitabile parlare dunque anche di Me Too e Cancel Culture. E in Cile questo riguarda anche la mobilitazione femminista che si è risollevata l’anno scorso, contro la proposta di intitolare a Pablo Neruda l’aeroporto internazionale di Santiago del Cile.

Pablo Neruda è stato un leader del Partito Comunista cileno. Senatore nel 1945, fu costretto ad andare in esilio dopo la messa fuori legge del Pccch, e finì anche in Italia. È la storia raccontata nel romanzo del 1986 di Antonio Skármeta “Il postino di Neruda”, da cui il film del 1994 con Massimo Troisi.

Nel 1969 fu anche candidato comunista alle primarie di Unidad Popular, assieme a altri tre tra cui la spuntò il socialista Salvador Allende. E fu Nobel per la Letteratura nel 1971, dopo essere stato Premio Lenin per la Pace nel 1953.

La polemica pinochettista ha ovviamente accusato Allende di portare il Cile verso il comunismo, ma la realtà è che il Partito Comunista del Cile esprimeva una linea di moderatismo togliattiano che fu spiazzata dall’estremismo del governo allendista.

Neruda si era infatti candidato anche nel tentativo di dare a Unidad Popular una linea responsabile, e come attestano vari conoscenti lui in privato era piuttosto critico per la piega che stavano prendendo le cose. Pinochet non ebbe il coraggio di toccarlo apertamente, ma la sua morte in ospedale proprio 12 giorni dopo il golpe apparve sospetta: anche se stava comunque male per un cancro alle prostata, e il dolore per la tragedia politica non doveva essere passato senza conseguenze. Varie testimonianze riportano però di un aggravamento dopo una iniezione. Su questa base, nel 2013 e 2015 sono stati fatti esami sulla salma. Non sono state trovate tracce di veleni, ma la seconda volta si riscontrarono proteine dubbie.

Da qui una dichiarazione del governo cileno dell’epoca, secondo cui è probabile che Neruda non sia morto «a causa del cancro alla prostata di cui soffriva», e che «risulta chiaramente possibile e altamente probabile l’intervento di terzi», concludendo che al paziente «fu applicata un’iniezione o gli fu somministrato qualcosa per via orale che ha fatto precipitare la sua prognosi in appena sei ore». Ma c’è il dubbio se anche questa non sia stata una presa di posizione prettamente politica.

A ogni modo, prima di darsi alla politica e di emergere come poeta, Pablo Neruda era stato diplomatico, e con Allende lo sarebbe ridiventato per un paio di anni, dirigendo tra il 1970 e il 1972 l’ambasciata a Parigi. Tra gli anni ’20 e ‘30 era stato console tra Giava, Birmania e Ceylon. A suo dire, soprattutto per mettere la firma a cospicue spedizioni di tè, di cui i cileni sono tradizionalmente grandi consumatori. Tè e pane era in Cile la tradizionale cena di chi era troppo povero per permettersi due pasti al giorno.

Nella sua autobiografia “Confesso che ho vissuto” racconta appunto di quando era console del Cile a Colombo, e stava in un bungalow il cui gabinetto scaricava in «un semplice cubo di metallo sotto il buco rotondo». «Il cubo ogni giorno, di buon mattino, riappariva pulito – scrive – senza che riuscissi a capire come sparisse il suo contenuto. Una mattina mi ero alzato più presto del solito. Rimasi sbalordito vedendo cosa stava succedendo. Dal retro della casa, come una statua scura che camminava, entrò la donna più bella che avessi fino a quel momento visto a Ceylon, di razza tamil, della casta dei paria. Era vestita di un sari rosso e dorato, della tela più ruvida e grossolana. Sui piedi scalzi, portava pesanti cavigliere. Ai lati del naso le brillavano due puntini rossi. Saranno stati fondi di bicchiere, ma su di lei parevano rubini. Si diresse con passo solenne verso il gabinetto, senza neppure guardarmi, senza curarsi della mia esistenza, e scomparve con il sordido recipiente sulla testa, allontanandosi con il suo passo da dea».

Colpo di fulmine! «Era così bella – prosegue – che malgrado il suo umile lavoro mi lasciò turbato. Come se si trattasse di un animale scontroso, venuto dalla giungla, apparteneva a un’altra vita, a un mondo separato. La chiamai senza risultato. Poi qualche volta, sulla sua strada, le lasciai qualche regalo, seta o frutta. La donna passava senza sentire né guardare. Quel tragitto miserabile era stato trasformato dalla sua oscura bellezza nella cerimonia obbligatoria di una regina indifferente. Un mattino, deciso a tutto, l’afferrai per un polso e la guardai faccia a faccia. Non c’era nessuna lingua in cui potessi parlarle. Si lasciò guidare da me senza un sorriso e a un tratto fu nuda sul mio letto. La sottilissima vita, i fianchi pieni, la traboccante coppa del seno, la rendevano identica alle millenarie sculture del Sud dell’India. Fu l’incontro di un uomo e di una statua. Rimase tutto il tempo con gli occhi aperti, impassibile. Faceva bene a disprezzarmi. L’esperienza non venne più ripetuta».

Molto letterario, in realtà, e a quanto ne possiamo sapere potrebbe benissimo essere stata inventata. Ma, insomma, è la confessione di uno stupro. Uscita postuma nel 1974, quindi ormai senza più possibili conseguenze penali. Ma era stata di fatto come dimenticata, e nel 2016 dopo l’esumazione era stato fatto un nuovo funerale che era stata una celebrazione del poeta, probabile martire.

Proprio su quell’ondata emotiva nel novembre del 2018 era venuta dalla Camera la richiesta di intitolargli l’aeroporto della capitale. Ma nell’ottobre del 2017, dal caso Weinstein, era intanto montato il movimento , e il poeta da allora ne è stato investito in pieno.

Una brutta gatta da pelare per il prossimo presidente Boric: da una parte è salutato come l’erede di Allende, una nipote del presidente sarà suo ministro della Difesa, e Neruda è uno dei simboli di quel periodo; dall’altra è stato però eletto nell’ambito di una mobilitazione che è stata anche femminista, e avrà 14 ministri donna su 24.

«Forse la cosa più saggia sarebbe che la storia venisse insegnata come dovrebbe essere insegnata, non solo come raccontata dal vincitore, che di solito è l’uomo bianco, ma come raccontata dagli sconfitti, le voci silenziate, che sono quelle che devono essere portate nei testi di storia», ha detto dunque Isabel Allende. «Ma non puoi sempre eliminare quei simboli che ci ricordano quel passato, puoi piuttosto rivedere quel passato».

Nel dettaglio: «Neruda confessa di aver violentato una donna e le femministe cilene vogliono eliminare Neruda, ma una cosa è l’uomo che sbaglia, e tutti sbagliamo, e un’altra cosa è il lavoro. Se nel caso di un artista come Neruda vogliamo mantenere quello che ha fatto, rivediamo la sua vita privata, ma non eliminiamo tutto, perché altrimenti nessun burattino rimarrà con la testa». Ecco il consiglio dunque ai paladini della Cancel Culture: «Non eliminiamo la storia, andiamo a rivederla in modo che sia raccontata come dovrebbe essere raccontata».

Piuttosto che al passato, Isabel Allende ha consigliato di guardare al presente. Scrittrice che anche per il cognome è spesso associata a una certa mitologia della sinistra latinoamericana, la nipote di Allende ha mostrato di condividere le preoccupazioni di chi vede in questa sinistra ormai troppe involuzioni autoritarie.

Dopo aver firmato un appello contro la repressione a Cuba, nella conferenza di presentazione del libro ha ricordato la persecuzione che ha costretto all’esilio dal Nicaragua lo scrittore Sergio Ramírez, che del dittatore Daniel Ortega era stato addirittura vicepresidente. Ha denunciato anche la situazione in Venezuela, dove era andata in esilio dopo il golpe in Cile.

Se il suo primo romanzo “La casa degli spiriti” è in pratica il tentativo di scrivere una nuova “Cent’anni di solitudine” passando dall’ambientazione colombiana a un’ambientazione cilena e con una eroina donna che narra in prima persona (con qualche elemento ripreso dal “Gattopardo”), dopo l’altra storia cilena “D’amore e ombra” il suo terzo best-seller “Eva Luna” ripete il meccanismo con un’eroina venezuelana e sullo sfondo appunto della storia venezuelana. «Io ho conosciuto un Venezuela molto diverso da quello che c’è ora, e anche se non era un mondo ideale, quello che sta succedendo in Venezuela oggi è molto triste».

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter