Il segreto di OnkaloUn deposito in Finlandia contiene messaggi pronti a durare (almeno) centomila anni

Il linguaggio cambia, i manufatti vengono erosi dal tempo, perfino la natura si modifica. Immaginare qualcosa che sappia restare così a lungo e comunicare ai posteri segnali di pericolo (ad esempio residui nucleari) è una sfida, che Silvia Ferrara racconta nel suo libro pubblicato da Feltrinelli

di Isaac Chou, da Unsplash

L’ultimo salto che facciamo è nel futuro lontano, a centomila anni da oggi. È il salto più lungo che possiamo concepire, ed è nel buio, ed è davvero mortale per tutti noi, senza remissione. Non è facile nemmeno immaginarlo, ma proviamo.

Finora i nostri giochi di fantasia nel passato, dalle grotte del paleolitico in poi, sono stati un manifesto di quanto sia difficile, a volte impossibile, entrare nella mente di chi non è lì con noi, a raccontarci i simboli che ha creato, a decifrare i segni della sua immaginazione. È incredibile come la fisiologia umana, il nostro assetto cognitivo, i nostri occhi siano pressoché gli stessi, che nelle ultime migliaia di anni sono cambiati, sì, ma non hanno subìto rivoluzioni. Eppure, capiamo poco, brancoliamo nel buio delle caverne. Siamo alla mercé dell’arbitrarietà del segno.

Tra centomila anni come sarà? Come lo interpreteremo?

Andiamo sulla costa ovest della Finlandia, dove esiste un deposito, ancora in via di costruzione, che dovrà essere operativo tra pochi mesi. Forse, quando leggerete questa pagina, sarà entrato in funzione. È un deposito costruito per contenere migliaia di tonnellate di residui nucleari, scavato a più di cinquecento metri di profondità. Si entra in un tunnel con le pareti ricoperte di cemento armato, si scende a zig-zag nelle viscere della roccia granitica, quella più resistente che c’è, fino alla spianata del deposito. Le scorie nucleari entrano lì dentro per non uscirne mai più. Per essere dimenticate.

Tutto lì deve essere dimenticato, anche l’esistenza del deposito stesso, che dovrà essere obliterato dai boschi, dalla natura, dalle costruzioni, che devono fare solo una cosa: nasconderlo. Renderlo invisibile per l’eternità, per non indurre a scavare novelli archeologi del post-antropocene, o come diavolo si chiamerà l’era futura.

Il segreto di Onkalo deve durare almeno centomila anni, finché le scorie non diventeranno progressivamente sempre più innocue. Centomila anni sono dieci distanze da Göbekli Tepe: niente di tangibilmente costruito o edificato dall’uomo è durato più di un decimo di questo lasso, nessun simbolo può essere capito dopo tutto quel tempo. Proprio come non capiamo i segni astratti e geometrici sui pilastri di calcare del sito anatolico, di qui a centomila anni che cosa potrà dire Onkalo di noi, come potrà esprimere il pericolo che correranno i nostri discendenti avvicinandosi a lui?

Dagli anni Ottanta del secolo scorso esiste una disciplina, che abbraccia un ampio spettro del sapere, che si chiama “semiotica nucleare a lunga gittata”, o long-term nuclear semiotics. Solo a pensarci vengono i brividi, ma esiste davvero. Un gruppo di ingegneri, antropologi, fisici nucleari, artisti e scienziati del comportamento umano furono incaricati di inventare messaggi di avvertimento per segnalare la presenza di materiale pericoloso. Tre concetti sono fondamentali da comunicare:

Quello che vedete è un messaggio
Qui correte un pericolo
Questo è il pericolo che correte.

Cose elementari, direte voi, basta il simbolo della radioattività (le tre palette nere su sfondo giallo) oppure scrivere “radioattivo” in tutte le lingue, giusto? Eh no, vi sbagliate di grosso. Chi lo può capire tra ventimila anni o più?

Le lingue sono frizzanti, cambiano velocemente, non sono universalmente comprensibili, sono localizzate, in continua evoluzione e molto specifiche. Anche la scrittura cambia ed è contestuale. Spesso muore, diventa obsoleta, si perde, viene dimenticata. E di sicuro non dura invariata per millenni. I disegni anche, ormai l’avete capito, sono interpretabili, arbitrari, capricciosi. In un universo di messaggi in cui panta rei, in cui tutto scorre, come si fa?

Di fronte a questo problema, riporto alcune delle soluzioni proposte, che non sono per niente male.

a. Costituire un “clero atomico”, cioè sacerdoti proselitisti per far proliferare il senso di paura, un po’ perché la religione è dura a morire, un po’ perché è un conduttore efficace. Strano che la proposta sia arrivata da linguisti, come Thomas Sebok.

b. Rendere il sito inespugnabile, accessibile solo a un MacGyver dei posteri. Proposta avanzata da un fisico, ci sta.

c. Gatti atomici (giuro). Il semiologo Paolo Fabbri, con Françoise Bastide, propone di allevare gatti geneticamente modificati che cambino colore vicino alle scorie. Le loro storie di radioattività technicolor dovevano essere tramandate fino a diventare mitiche.

d. Messaggi scritti, proposti da un semiologo ungherese,

Vilmos Voigt, che suggerisce di indicare le scorie nelle lingue più diffuse al mondo, e di rinnovare le indicazioni di pericolo con il passare del tempo.

Alla fine, nessuna di queste soluzioni può essere risolutiva. Il nostro tentativo, conscio e intenzionale, di comunicare attraverso il baratro del tempo è destinato a fallire. Chissà se per gli artisti del paleolitico valeva lo stesso, chissà se, con le loro grotte dipinte, erano consci della posterità e agivano con intenzione. Chissà se volevano comunicare anche con noi.

Il risultato è comunque identico. Questi messaggi rischiano di finire tutti allo stesso modo: nell’incomprensione.

I nostri primi segni, quelli che sono rimasti, vengono dalle caverne. Non possiamo capirli, interpretarli fino in fondo. E l’ultimo ricordo di noi finirà a Onkalo e in altri luoghi forse simili, anch’esso in una caverna, sigillato tra gli anfratti della terra. Avrà successo solo se della sua traccia non si saprà più nulla, solo se cadrà nell’oblio.

Incomprensione e oblio. Un vero salto nel buio.

È inquietante pensare che i resti più resistenti di tutta la nostra civiltà, in tutta la sua interezza, siano quelli che speriamo nessuno scopra, quelli da cui le generazioni future dovranno difendersi. L’impronta pesante del passaggio umano sulla terra non è tutta buona. Non siamo stati solo brava gente.

Ma forse, quello che resterà, setacciato e dosato, la percentuale di noi che durerà per centinaia di migliaia di anni, non sarà soltanto questo. Ci saranno i grattacieli del futuro, i resti dei ponti crollati, delle case di oggi, le micro-microplastiche, gli avanzi di metalli, le rovine disperse, e molti simboli che rimarranno indecifrati.

Se sapremo conservarli, rimarranno ancora i megaliti del neolitico, le impronte delle nostre dita di quarantamila anni fa, i ritratti disegnati con l’ocra, le sagome degli animali estinti, i petroglifi aridi e secchi del deserto. Faremo ancora più fatica, con lo svantaggio del tempo, a ricostruire le loro storie. Forse continueremo a dire che sono “arte”, che sono “religione”. O ci daremo per vinti, e diremo che non vogliono dir nulla.

Ci stupiremo davanti alla minuscola dose di quel che resterà, nel mucchio invisibile di quel che non ci sarà più, e cercheremo, come abbiamo sempre fatto, di mettere ordine, per sentirci più avanzati, per farci più civili. Troveremo altre allegorie e metafore, per illuderci di aver capito. E poi verrà qualcuno, dopo di noi, a spazzare via tutto, a dare spazio a un’interpretazione diversa, facendo tabula rasa di tutto quello che lo ha preceduto.

da “Il salto. Segni, figure, parole: viaggio all’origine dell’immaginazione”, di Silvia Ferrara, Feltrinelli, 2021, pagine 272, euro 19

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