Todos caballerosLa specialità dell’Italia è produrre presidenti

Sono tantissimi, hanno funzioni diverse, paghe variabili e poteri che cambiano a seconda del ruolo. Il titolo, però, rimane lo stesso. Nel suo ultimo libro (pubblicato da La Nave di Teseo) Michele Ainis si impegna del compito gravoso di metterli in fila, indicando per ciascuno ruoli e prerogative

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Ma che mestiere svolge il presidente? C’è un potere, una funzione, una prerogativa che lo distingua rispetto a tutte le altre cariche? Su frasicelebri.it si trova la risposta: «Il lavoro di un presidente è quello di presiedere». Definizione ineccepibile, ma forse un po’ elusiva. Qual è infatti il significato di “presiedere”, in quale attività consiste? Risponde, questa volta, la Treccani online: «Presiedere è essere a capo in qualità di presidente».

Insomma, un circolo vizioso. Però la colpa non è delle parole, è della cosa. Dipende dall’ambiguità della figura, dalla grande varietà di modi con cui viene disegnata nei singoli settori.

In via generale, potremmo anche fissarne taluni attributi ricorrenti: per solito, ogni presidente ha infatti il potere di convocazione del collegio; di stabilire l’ordine del giorno e dirigerne i lavori; di rappresentanza esterna, spesso anche in giudizio, dell’ente che presiede. Tuttavia è molto di più ciò che li divide, che distingue l’uno dall’altro i vari presidenti. E il censimento offerto in questo libro ne offre la prova. Viaggiando fra i 57 presidenti dei Consorzi Bim e i 17 presidenti dei Teatri stabili, fra gli scranni presidenziali in un municipio o in un’azienda di Stato, s’incontra una fauna variegata: i nostri presidenti avranno in comune la poltrona, ma sono diversi per criteri di nomina, per durata dell’incarico, per retribuzioni, per regime d’incompatibilità, per somma di poteri.

Cominciamo da qui, dai loro poteri. Talvolta formali, da maestro di cerimonie o poco più; talvolta simili ai poteri d’un re. Così, in vari casi il presidente può sostituirsi al collegio che presiede, adottando provvedimenti monocratici da sottoporre poi a ratifica. Accade nei tribunali, ma accade altresì presso varie autorità amministrative, dall’Agcom all’Anpal, dalle Camere di commercio agli Enti parco, e poi nei Consorzi interuniversitari di ricerca, in Federculture, Ismea, Inrim, Inaf, e via elencando. In altri casi ancora, a parità di voti il suo voto vale doppio: un potere che accomuna il presidente della Corte costituzionale, quello dell’Antitrust, quello della Commissione sullo sciopero. Il presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, può proporre al prefetto il commissariamento di un’impresa. Il presidente dell’Istituto superiore di sanità ha una quantità di uffici alle sue dirette dipendenze, dalla Segreteria al “Servizio conoscenza” (qualunque cosa voglia dire), dall’Unità di bioetica all’Ufficio stampa, per finire con le Relazioni esterne e i Rapporti internazionali. Il presidente della Corte dei conti è un presidente al cubo, giacché presiede pure il Consiglio di presidenza e le Sezioni riunite. Ma il presidente più presidenzialista è quello dell’Invalsi: conferisce deleghe, adotta tutti i provvedimenti urgenti, reclama pareri dalle authority e dal Consiglio di Stato, ci manca solo che benedica le folle a piazza San Pietro.

Anche il regime giuridico dei nostri presidenti appare ondivago come una libellula. Il presidente dell’Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), per esempio, non può esercitare alcuna attività professionale, né ricoprire uffici pubblici di qualsiasi natura; e l’incompatibilità si estende ai due anni successivi alla cessazione dell’incarico. Come lui altri presidenti, ma i più non soffrono di limitazioni. E la riconferma? Qualche volta è ammessa, qualche volta no. Puoi fare il presidente dell’Art (Autorità di regolazione dei trasporti) una volta sola nella vita; quello di Federbim (Federazione nazionale dei consorzi di bacino imbrifero montano) anche vita natural durante, tanto che nel 2020 il suo presidente ha ricevuto il quinto mandato consecutivo, un’avventura cominciata nel 2000. Mentre rimangono presidenti fino alla pensione i vertici della Corte dei conti e del Consiglio di Stato.

Sulla durata della carica, infatti, il nostro ordinamento gioca i numeri al lotto: 3 anni per l’Agenzia italiana del farmaco; 4 anni per l’Autorità di sistema portuale; 5 anni per il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro; 6 anni per l’Ufficio parlamentare di bilancio; 7 anni per la Privacy; fino a 12 anni per il Coni, il Comitato olimpico nazionale. Sempre che il presidente non venga revocato anzitempo, quando la legge lo consente. È il caso dell’Istituto per la finanza e l’economia locale, il cui presidente può venire destituito in ogni momento dal presidente dell’Anci, senza necessità di motivare la decisione.

Invece il presidente della Camera dei deputati non può mai ricevere un voto di sfiducia, come mostra la vicenda di cui fu protagonista Gianfranco Fini durante la XVI legislatura, in seguito allo scontro con il presidente del Consiglio Berlusconi. Si dirà: ma questa garanzia discende dal suo ruolo, giacché chi presiede un’assemblea legislativa è come un arbitro, staremmo freschi se i giocatori potessero cacciarlo dal campo di gioco. Vero, ma allora non si spiega perché mai in Toscana il presidente del Consiglio regionale possa subire una mozione di sfiducia, a norma di statuto. Misteri statutari.

Insomma, s’incontrano presidenze effimere e presidenze fin troppo durature. Questa carica ha una doppia valenza, e d’altronde sono doppie le stesse forme del verbo presiedere (si può dire “presiederono” ma anche “presiedettero”). Sicché diventa un po’ come un elastico, si lascia stirare o restringere a piacere. Presso la Consulta, per esempio: la presidenza più lunga venne incarnata da Gaspare Ambrosini (5 anni, 1 mese e 25 giorni), la più breve da Vincenzo Caianiello (44 giorni). O a Palazzo Chigi, dove siede il presidente del Consiglio. Qui la palma della longevità spetta al secondo Governo Berlusconi, che sopravvisse per 1412 giorni, quasi 4 anni (2001-2005). Mentre il record negativo di durata risale al primo Governo Andreotti, nel 1972: 8 giorni appena. Un’esperienza che rievoca l’epistate dei pritani, antica istituzione della democrazia ateniese; era una sorta di capo dello Stato, ma durava un solo giorno, e si poteva ricoprire questo ruolo un’unica volta nella vita. Giulio Andreotti, viceversa, guidò sette governi; e come lui Alcide De Gasperi.

E c’è poi la retribuzione che spetta al presidente, ammesso che gli spetti. Giacché in vari casi la sua funzione viene svolta gratis, senza ricevere il becco d’un quattrino. Accade, fra l’altro, nei Consorzi fra enti locali, alle Camere di commercio, presso la Conferenza Stato-Regioni, all’Aero Club d’Italia come all’Upi e all’Uncem. Contravvenendo alla regola costituzionale secondo cui chi lavora va pagato, sempre che quello del presidente sia un lavoro. Ma i dubbi restano, a giudicare dalla diversità di trattamento.

Si viaggia così dai 165 euro al mese che spettano al presidente d’un Consiglio comunale nei piccoli paesi, fino ai 295.000 euro l’anno per il presidente della Cassa depositi e prestiti, ai 400.000 euro per il presidente dell’Ivass, ai 432.000 euro versati a chi presiede la Consulta. Nel 2014 il Governo Renzi stabilì un tetto di 240.000 euro per gli stipendi pubblici, ma il tetto dev’essersi bucato. D’altronde il nostro legislatore è un cacadubbi, come mostra l’indennità del presidente della Provincia: prima corrisposta, poi negata, poi introdotta di nuovo (nel 2020). Sarà per questo, sarà per una forma di pudore, che la loro retribuzione viene spesso calcolata in gettoni di presenza (11.115 euro, all’Azienda regionale per il diritto allo studio universitario di Padova). E dopotutto, meglio poco che niente. Ne sa qualcosa il presidente del Tribunale regionale delle acque pubbliche, cui spetta un’indennità mensile di 11,36 euro, naturalmente al lordo delle tasse.

Infine: come si diventa presidenti? Dipende dai costumi locali; in America il presidente è eletto, in Italia viene nominato. Da chi? Sovente dal ministro: è il caso di Enea, Inapp, Aran, Inl, Formez, Cnr, e delle molte altre sigle dettate da un legislatore balbuziente. Per converso, ogni ministro viene a sua volta nominato da un presidente, quello del Consiglio.

E qualche ministro è a sua volta presidente, recitando due parti in commedia. È il caso, per esempio, del ministro della Cultura, che presiede l’Osservatorio nazionale per la qualità del paesaggio; o di quello per le Disabilità, che presiede un altro Osservatorio. Ma si dà pure il caso opposto, quando è il presidente a trasformarsi in un ministro. Succede ai presidenti delle Regioni a statuto speciale che partecipano al Consiglio dei ministri, se si decide su materie di loro competenza. Doppia qualifica, doppia divisa. Come quella che indossa il sindaco, al contempo presidente della Giunta comunale; o il direttore generale della Banca d’Italia, che diventa in automatico presidente dell’Ivass, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni.

In altri casi, tuttavia, la legge reclama l’uso del concorso, come avviene per i presidenti di tribunale e per varie altre figure. Ma i requisiti per concorrere non sono affatto uguali. Se vuoi presiedere un Consiglio d’istituto devi essere un papà o una mamma, devi dar prova, insomma, delle tue capacità riproduttive. Se ti candidi a un ente di ricerca dovrai esibire qualità di competenza, esperienza, indipendenza. Requisiti stringenti, benché non sempre applicati in modo restrittivo. Nel 2012, per esempio, un professore di ginnastica divenne direttore generale dell’Istituto nazionale di geofisica; e in quel caso il direttore conta più del presidente. Sennonché, talvolta, il requisito stesso è inapplicabile. Accade alla Consip, il cui presidente dev’essere scelto “nel rispetto dell’equilibrio di genere”. E come si fa, se la poltrona è una? Cercasi candidati ermafroditi.

Per evitare abusi, resta però una via d’uscita: far nominare il presidente dal presidente. Di chi altri dovremmo mai fidarci? E infatti questa soluzione si pratica in Sicilia, dove il presidente dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni viene scelto personalmente dal presidente della Regione. Si pratica, altresì, in Campania, rispetto al presidente dell’Osservatorio regionale sulla gestione dei rifiuti, indicato anch’esso dal presidente della Regione. E qualche volta il presidente è costretto ad autonominarsi, a designare sé medesimo. Succede nei Consigli comunali, dov’è ammessa la formazione di gruppi costituiti da un unico membro. Succede nel Consiglio provinciale di Trento, dove nel 2021 si contavano 13 gruppi consiliari, di cui 7 con un solo componente, presidente di se stesso. Condizione invidiabile: nessun dibattito, nessun contrasto sulle decisioni. Ma diventerà presto la regola, dato che in Italia i presidenti sono ormai più dei presieduti.

da “Presidenti d’Italia. Atlante di un vizio nazionale”, di Michele Ainis, con Andrea Carboni, Antonello Schettino, Silvia Silverio, La Nave di Teseo, 2021, pagine 224, euro 19