Slalom sicuroLe nuove regole (e i costi aumentati) per andare a sciare

Tra i provvedimenti c’è l’obbligo di casco fino a 18 anni e la copertura assicurativa giornaliera. Ma a parte alcune lacune interpretative il vero problema, secondo gli esperti della montagna, è la scarsa cultura della prevenzione

AP Photo/Matthias Schrader

I problemi di chi sceglie, nel 2022, di frequentare le località innevate sono numerosi – alcuni curiosi, altri ormai consolidati: si va dalla carenza di neve alla mancanza di chip per gli strumenti tecnologici di autosoccorso in montagna, passando per una normativa tutta nuova che crea grattacapi per quelli che in montagna ci vanno da una vita, in estate e in inverno. E poi, ed è il problema consolidato, c’è la pandemia.

La stagione che stiamo vivendo è a livello climatico atipica. Ma fino a un certo punto: dando ormai per scontato che l’emergenza del riscaldamento globale esiste, in pochi dovrebbero stupirsi della “nuova era” che ci apprestiamo a vivere nel panorama alpino: aridità di fiocchi e temperature prossime allo zero termico, e poco sotto. È il trend meteorologico attuale (e forse coerente quindi) che c’è fin dall’inizio di questo secondo inverno di pandemia globale. A stupire è la reazione dell’essere umano, che sfida il clima portando la neve ai monti anche con l’elicottero, come si è visto in queste ore nelle Dolomiti.

Per quanto riguarda la normativa di riferimento, modificata di recente, occorre spendere qualche parola in più per precisare il precisabile. La nuova ondata di richieste di tecnologia per l’ambiente alpino d’inverno crea difficoltà, soprattutto con la domanda pressante di strumenti di autosoccorso per la montagna, ovvero i sistemi artva, pale sonde, il tutto in una situazione di scarsità globale di chip per l’elettronica che perdura da mesi in tutti i settori tecnologici.

L’artva, sistema tecnologico delle dimensioni di uno smartphone, permette attraverso l’impiego di antenne e processori di individuare persone seppellite dalle valanghe, oppure (e viceversa) di essere trovati. Pale e sonde rimangono strumenti analogici: uno appunto per spalare, l’altro per sondare la neve alla ricerca di dispersi. Un “trittico” strumentale che, per essere sfruttato al meglio, necessita di formazione ed esperienza.

Dal primo gennaio 2022 chi pratica discipline sportive sulla neve delle montagne italiane deve vedersela con le misure di sicurezza nelle discipline sportive invernali, introdotte dal decreto legislativo governativo n. 40 del 28 febbraio 2021.

Facciamo subito distinzione tra chi pratica lo sci alpino e chi fa escursionismo con sci da alpinismo, ciaspole o semplicemente va a piedi.

Nel mondo dello sci alpino ci sono diverse novità. Sciatori e snowboarder dovranno sottoscrivere coperture assicurative (e costose) per la responsabilità civile da danni o infortuni a terzi, ci sarà l’obbligo di indossare il casco in pista per i giovani fino a 18 anni, (prima era a 14) e il divieto di sciare sotto effetto di alcol, con etilometri pronti a bordo pista, ma anche ovviamente il divieto di uso di stupefacenti.

La lista è lunga e si può vedere consultando il decreto stesso, e le regole vanno a sommarsi alle normative anti-Covid per lo sport già in essere. E tutto ciò comporta un notevole esborso extra per gli amanti della discesa. Molti comprensori hanno ormai un costo skipass giornaliero dai 25 ai 50 euro a persona esclusa l’eventuale tassa assicurativa, che si aggiungerebbe al conto finale, che per una famiglia media in vacanza rimane notevole.

Per Maurizio Bonelli presidente dell’Amsi, associazione maestri di sci italiani, «il mondo dei maestri di sci è solo lievemente toccato dal decreto. Ritengo importante il buon senso, come prima regola non scritta dello sci alpino. Fortunatamente il casco si diffonde non solo fra i giovani, grazie all’obbligo, ma anche fra i veterani della disciplina. Le Rca a pagamento, a fronte di pochi euro, possono assicurare giornalmente i sciatori, là dove il rischio è maggiore, poiché sulle piste innevate, in mancanza di testimoni certi o rilievi precisi durante gli incidenti, si può incorrere facilmente in concorsi di colpa onerosi per le controparti. Uno dei buchi normativi riguarda la quantità di alcol necessaria per essere ubriachi in pista davanti alla legge: 0,5 gr/lt? 0,8? ancora le norme non lo suggeriscono. Anche se il personale delle forze dell’ordine in pista non manca, c’è organico. Le piste sono ben segnalate, salvo rari casi, per cui la possibilità di incappare in piste non commisurate al proprio grado di esperienza è diventato difficile».

Se lo sciare in modalità “cinepanettone” fra bagordi e festini è roba d’altri tempi ormai, a contrapporsi sono le nuove generazioni di sportivi che prediligono la fatica vera, anche sulla neve, ovvero escursionisti con sci da alpinismo e ciaspole.

Raggiungere la sommità di una montagna con gli sci e le pelli di foca risulta essere assai gratificante per corpo e mente, e da qualche anno questa disciplina è stata riscoperta insieme alle racchette da neve, le ciaspole, per la loro apparente libertà di movimento che donano. Per questi sport, molto affascinanti ma decisamente pericolose quando praticate senza buone conoscenze di attrezzature e ambiente innevato, il decreto cerca di chiarire le norme di sicurezza, ma creando alcuni vulnus interpretativi, secondo molti.

Dalle parole di Antonio Montani del Club Alpino Italiano si può capire molto : «Abbiamo chiesto chiarimenti sulla normativa del decreto legge entrato in vigore, con una lettera alla sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali. Una circolare esplicativa per chi usufruisce della montagna e chi fa i controlli dovrebbe essere necessaria per chiarire alcune fondamentali lacune, come la differenziazione di chi realmente rischia in terreno innevato, su itinerari di alto livello atletico per sci alpinismo e ciaspole, che si discosta dagli escursionisti “della domenica”. Va detto, l’ambiente innevato non presenta il rischio zero per chi si avventura, tutti devono essere preparati tecnicamente e vestiti in maniera adeguata al contesto. Oltre al costo dei dpi personali, si pone il problema del saper utilizzare certi strumenti di sicurezza: occorre sensibilizzare chi va realmente in montagna su pericolo e rischio valanghe, il Cai da sempre istituisce corsi ad hoc, come altri enti connessi all’assistenza in montagna, per l’utilizzo dei dispositivi di autosoccorso. Insomma, bisogna pensare molto alla formazione, per chi va realmente in montagna, e differenziarli con chi saltuariamente frequenta certi ambienti solo per finalità turistiche e poco sportive, senza ricorrere per forza a obblighi e divieti. Oggi questa differenziazione non esiste per la normativa. Basterebbe il buon senso. Nel frattempo, esortiamo tutti i frequentatori dell’outdoor alla massima precauzione su ogni tipo di terreno innevato».

Per le guide alpine italiane, come il piemontese Giorgio Sacco, la visione è molto chiara: «Il problema non sta nella normativa ne nelle discipline sportive, ma è nell’italiano in sé. Lavorando molto con pubblico estero, potrei individuare nell’italiano “medio” che si appresta a invadere piste, sentieri innevati, la parte più problematica, da sempre, nel mondo degli sport invernali. Anarchia, poca cultura della prevenzione e sicurezza, nonostante i corsi ad hoc impostati da noi guide alpine professioniste oppure del Cai. Si pensa erroneamente che svolgendo un corso su Youtube si possa diventare esperti di outdoor. Un’idea sbagliatissima. Chi viene da nazioni diverse, tedeschi, svizzeri o francesi, ripongono molto tempo e risorse nella formazione individuale e nell’attrezzatura. Senza fare di tutta l’erba un fascio, ma la realtà è questa. L’obbligo di artva, pala e sonda per tutti lascia quindi il tempo che trova, se le persone non sono capaci ad usare tal strumenti. Si renda anche il corso obbligatorio. Invece ben venga l’assicurazione sulle piste, visti gli incidenti molto seri che si verificano talvolta».