Egoismo sanitarioIl degrado morale dell’uomo chiuso in casa

La vita-non-vita di chi, per paura di contrarre il morbo, ha rinunciato a tutte le abitudini che lo mettono al di sopra delle bestie, è l’ultima spiaggia di una civiltà che ha ridotto l’esistenza alla mera sopravvivenza, in una spirale continua di abbrutimento che dura da due anni

di Ian Keefe, da Unsplash

Il plurivaccinato, mascherato, guantato, che non va al bar, non entra in un ristorante, non prende un treno, un aereo, un autobus, ed esce di casa solo se vi è costretto dalla necessità alimentare o medicinale e anche in tal caso lo fa guardingo, furtivo, tremebondo, per tornarsene veloce e incurvo verso l’intimità del suo cazzo di appartamento, raggomitolandovisi come lo scimmione nella caverna di “2001 – Odissea nello spazio” languiva terrorizzato dall’incombere del leopardo, dimostra in modo perfetto quanto nei suoi tratti primari l’uomo sia dopotutto e ancora una bestia, un essere governato da prepotenza bestiale proprio quando al contrario sarebbe giusto attendersi che non vi si abbandonasse, proprio quando sarebbe giusto pretendere che fosse capace di soverchiare con ragione, con criterio, con civiltà, quella propensione animalesca.

Il fatto che in una temperie di avversità controllata, sorvegliata, presidiata, quest’uomo risponda esclusivamente al comando biologico del ratto, della blatta, e si attacchi in quel modo forsennato a una vita perlopiù miserabile, facendo le mostre di pendere dalle labbra di un’esistenza fatta di nulla, di vie intestinali che funzionano e di respiro regolare, di temperature rassicuranti: come un parassita, appunto, con la differenza che questo almeno non si accorge di quant’è conchiuso il suo mondo di sopravvivenza, ecco, è un fatto che non si dice incredibile solo perché se ne ha riprova quotidianamente ormai da due anni.

Già se si trattasse della paura di morire perché, morendo, si rinuncerebbe a qualcosa di serio, un brasato, la pagina di un libro, il poker, un bel culo, il calcetto, insomma qualsiasi cosa “piaccia”, già se si trattasse di questo sarebbe irritante quel premunirsi, quel proteggersi, quella profilassi claustrale, quella riduzione disinfettata a una sicurezza da degente. Ma non si tratta pressoché mai di questo: e se gli dici che il peggio che può succedere è di morire, tu vedi che a terrorizzarlo non è l’idea di rinunciare alle cose che gli piacciono, che probabilmente non ci sono veramente, ma la prospettiva di non menare ulteriormente una vaga routine di funzioni biologiche: non quel brasato, ma il fatto di poter ingurgitare e poi defecare qualcosa.

E a me infine mi puzza che quello è uno che se la nave affonda, non divide il salvagente.

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