Il feticcio della pandemiaIl dibattito surreale sulla durata del Green Pass e l’incertezza come metodo di gestione

Per due anni esperti e politici hanno navigato a vista, con decisioni prese al buio e comunicate molto male. Adesso la discussione verte su quanto ancora andranno mantenute le misure prese nell’emergenza, quasi fossero amuleti, solo in nome della prudenza e non di un approccio razionale

di Robert Ruggiero, da Unsplash

Nelle ultime settimane a Hong Kong i casi di Covid-19 sono aumentati vertiginosamente (parliamo di 1.400 casi in media negli ultimi 7 giorni, con 16 decessi in media e su una popolazione di 7 milioni e mezzo). L’esempio fa al caso di chi resiste allo scenario del ritorno alla cosiddetta normalità. Dimostrerebbe che il pericolo è ancora incombente.

Peccato che il motivo per cui l’ex colonia britannica si è trovata sguarnita e in difficoltà è che ha applicato la politica Zero Covid, creando un solo centro per i malati, su un’isola, e cercando di impedire la circolazione del virus – ora hanno deciso di testare a tappeto come se i test avessero di per sé un effetto di prevenzione diretta – e forse anche il fatto che buona parte della vaccinazione è stata fatta somministrando Sinovac, il vaccino cinese di cui non è del tutto noto il livello di protezione (per l’OMS, che si basa su pochi dati, è solo al 50% protettivo contro l’infezione e al 100% contro ospedalizzazione e Covid grave).

Buona parte degli esperti, e con loro molti politici italiani, insistono che sarebbe necessario procedere con prudenza per non perdere la “libertà acquista” – così dicono – grazie a vaccini e Green Pass. Che i vaccini abbiano generato libertà è fuori discussione, ma che lo stesso si possa dire del Green Pass (o delle mascherine per esempio all’aperto), è quantomeno discutibile.

Il Green Pass aveva senso come incentivo alla vaccinazione e deve essere valutato empiricamente se come incentivo abbia funzionato oppure no (a noi sembra in linea di massima che abbia funzionato poco). Ma è comunque un incentivo “negativo”, che nella misura in cui funziona, funziona limitando la libertà di chi ne è sprovvisto e non ha alcun effetto profilattico per chi lo usa. Come tutte le cose, il Green Pass ha sortito effetti inintenzionali e nello specifico ha indotto alcuni No Vax a cercare consapevolmente il contagio per guadagnarsi il Green Pass “da guarigione”, autoesponendosi così a un rischio.

Se non ci fossero vaccini a disposizione e dovessimo quindi cercare a tutti i costi di ritrovarci in un contesto sociale solo con altri immuni naturali o persone che sono risultate negative al test, o se la percentuale di vaccinati ed immuni fosse modesta, si capirebbe l’ossessione di molti per mantenere il Green Pass. Ma nella situazione nella quale ci troviamo, con quasi il 90% della popolazione (over 12) che ha completato il ciclo vaccinale e il 92% (sempre over 12) che è o vaccinata almeno con una dose o immune per guarigione, non ha senso.

O è frutto di una confusione logica, per cui si pensa che il Green Pass sia il vaccino: ma il vaccino è un’innovazione medico-scientifica, il Green Pass una misura burocratica. Oppure semplicemente riflette il malcelato senso di superiorità morale di chi pensa che sia necessario “farla pagare” ai non vaccinati. Il che è probabilmente controproducente per quello che dovrebbe essere l’obiettivo, cioè avere quante più persone possibile che si vaccinano, ma rappresenta anche, non possiamo esimerci dal farlo notare, il desiderio di penalizzare altri individui in ragione delle loro convinzioni.

La società è piena di persone che coltivano credenze che a noi possono apparire del tutto irrazionali, dai testimoni di Geova agli adepti del Mago Otelma agli ammiratori di Hegel e Marx. Per fortuna, nessuno di loro è legalmente discriminato a causa delle sue convinzioni.

La prudenza è inutile? È un esercizio vacuo cercare di anticipare il futuro. L’evoluzione del virus non è prevedibile. Intelligentemente, però, tutti i Paesi approfittano di primavera ed estate per lasciar circolare liberamente il virus, sperando che questo aiuti anche un aumento delle immmunizzazioni naturali e riduca i colli di bottiglia che potrebbero favorire varianti più trasmissibili o patogene. Intanto, le strategie per un’eventuale somministrazione di una quarta dose di vaccino a tutta la popolazione interessata nell’autunno vengono vagliate, approfittando anche del tempo che consente di seguire l’andamento della copertura vaccinale.

Diversi Paesi sono andati anche meglio, ovvero hanno raggiunto target di vaccinazione più elevati dell’Italia o come l’Italia senza il Green Pass. Essi però stanno cercando di ragionare su come pragmaticamente consentire alle persone di fare la propria vita in primavera ed estate. Alcuni pensano anche a ciò che è necessario mettere in campo per attrezzare i rispettivi sistemi sanitari alla convivenza con Covid-19, tenendo conto che disponiamo finalmente anche di trattamenti autorizzati per le forme gravi del virus.

In Italia, invece, il Ministro della Sanità e, quel che è peggio, i suoi esperti di riferimento occupano le televisioni per discettare di quanto a lungo sarebbe più prudente e quindi preferibile mantenere il Green Pass o le mascherine al chiuso. Se dispongono di dati che non sono pubblici o che non abbiamo trovato ci informino e di fronte a fatti controllati noi non abbiamo difficoltà a cambiare idea.

Pensiamo, tuttavia, che questo modo di procedere sia deleterio e che la popolazione italiana non si meriti di essere tenuta sadicamente nel mezzo di un guado, dopo essersi comportata in modo decisamente encomiabile in tutte le fasi della pandemia. Le persone rispondono emotivamente all’incertezza e dobbiamo capire che quella che stiamo attraversando a livello globale ha dei connotati particolari, che un governo dovrebbe contenere fornendo informazione capillari e tempestive.

I nostri lontani antenati cacciatori-raccoglitori tenevano come certezza una struttura sociale che li aiutava a trovare da nutrirsi – e a evitare di diventare cibo. Per le popolazioni transitate all’agricoltura la produzione agricola e l’irrigazione davano la certezza di accumulare eccedenze di cibo, acqua e manodopera. Quello che ci dà oggi certezza sono delle routine molto diverse: per esempio coniuge, figli, mutuo, lavoro, pendolarismo, vacanza, partita di calcio e così via. La pandemia di Covid-19 ha gettato tutti nell’incertezza. Di un genere molto più pervasivo e non uniforme. Nessuno di noi aveva vissuto in precedenza qualcosa di simile, quindi non avevamo alcuna conoscenza preliminare di come affrontarla. Abbiamo trascorso due anni ad ascoltare indicazioni, che poi cambiavano, lasciati spesso nella difficoltà di trovare da soli delle risposte che il governo avrebbe potuto comunicare in tempo reale.

Se permane a lungo l’incertezza, cioè se viene generata ansia e minata la fiducia sociale, potrebbero anche essere accolte misure che in qualche modo proseguiranno le restrizioni. A discapito di quello che è l’autentico interesse di ognuno a recuperare la propria indipendenza individuale o libertà di scelta nella sfera personale. Dopo due anni nei quali ognuno si è creato e ha attrezzato una propria comfort zone per abbattere in qualche modo l’ansia causata da una comunicazione terroristica, le fobie personali e tarare secondo le proprie inclinazioni psicologiche la quantità e qualità di vita sociale praticata, può essere conveniente o anche solo rassicurante restare rintanati. Questo però farà male psicologicamente, alla lunga ma anche a breve, e rischia di non far ripartire i veri ingranaggi sociali che non sono solo le relazioni umane, ma soprattutto quelle relazioni che danno luogo a scambi produttivi e reddito.

Viviamo in un tempo nel quale forse nessuno sosterrebbe mai che l’uomo è come una macchina, che si comporta in base a un elementare schema “stimolo-risposta” o anche che produce risposte creative come un’intelligenza artificiale. Eppure, dall’inizio della pandemia questa idea ha dominato i governanti, convinti che la società sia una specie di flipper al quale si gioca premendo un paio di pulsanti, e gli esperti, soprattutto italiani, i quali hanno pensato, imperterriti anche di fronte a evidenze contrarie, che qualunque misura venisse adottata, in modo automatico tutti gli italiani l’avrebbero seguita. In effetti, abbiamo messo le mascherine, rispettato il lockdown e ci siamo vaccinati. D’altro canto, la famosa inclinazione paternalista ha preteso le mascherine all’aperto, il Green Pass e l’obbligo vaccinale, malgrado tutti stessero seguendo le indicazioni e chi non le seguiva fosse una minoranza epidemiologicamente quasi irrilevante.

Riguardo alle misure odiose e di cui non si capisce l’utilità, la macchina si è dimostrata meno mansueta. L’idea che mettendo il Green Pass tutti si sarebbero vaccinati, e poi mettendo l’obbligo e la multa i No Vax sarebbero corsi a farsi l’iniezione si sono rivelati interventi inutili e che rischiavano di vanificare quanto di positivo si era fatto.

Paradossalmente, ha funzionato bene la logistica, la macchina organizzativa affidata al generale Figliuolo. Meno bene ha funzionato la lettura dei comportamenti degli esseri umani (categoria dalla quale sono stati provvisoriamente espulsi i No Vax, finendo per radicalizzarli). Il guaio è che il governante e l’esperto si compiacciono del proprio ruolo considerando il loro prossimo un bambino un po’ scemo.

Noi homo sapiens dovremmo chiamarci homo moralis. Il fatto che le scelte siano razionali anziché irrazionali è l’esito di processi di negoziazione tra individui, ovvero di quanta libertà è prevista per le interazioni che confrontano diverse preferenze e selezionano quelle più vantaggiose. Nel corso della pandemia, abbiamo visto prevalere nella comunicazione intuizioni private, sentimenti di dovere, egoismi autoriferiti, eccetera.

Anche gli esperti, che pure avrebbero dovuto incarnare la razionalità, hanno invece usato le conoscenze a loro disponibili per razionalizzare risposte intuitive e quindi dei pregiudizi personali. Come chiunque di noi, nei campi in cui non è esperto. Dovendo anch’essi navigare nell’incertezza hanno reagito psicologicamente esprimendo profili di superiorità morale, quasi fossero in “missione per conto di dio”. Che è poi esattamente il contrario rispetto al modo in cui opera la scienza, contribuendo a migliorare la convivenza sociale.

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