Come salvare KievIl mancato ingresso dell’Ucraina dipende dai problemi irrisolti nell’Unione Europea

Ci sono ragioni serie che rallentano la procedura di ammissione: la prima riguarda il ruolo di mediatore della Francia, che rischierebbe di essere indebolito; e la seconda risiede nel conflitto tra gli stati dell’Est e il nucleo fondatore, oltre che sui dubbi sulla natura stessa dell’istituzione

Volodymyr Zelensky non è soddisfatto della risposta del Parlamento Europeo alla sua precisa e accorata richiesta di avviare «una procedura d’urgenza e senza ritardi» per l’ammissione dell’Ucraina nell’Unione Europea: «Sono sicuro che è giusto, sono sicuro che è possibile». Non lo è stato. Il Parlamento Europeo non ha ritenuto di compiere questo atto politico, di grande impatto, al di là e al di sopra delle rigide norme procedurali.

Dopo una lunga e commossa standing ovation infatti il Parlamento Europeo, a grandissima maggioranza, ha approvato una risoluzione che non ha aderito pienamente alla drammatica richiesta di procedura d’urgenza di Zelensky e burocraticamente ha seguito le procedure che richiedono due-tre anni per la verifica delle 37 condizioni stabilite: «Il Parlamento Europeo invita le istituzioni della Ue a adoperarsi per concedere all’Ucraina lo status di Paese candidato all’adesione alla Ue, norma dell’articolo 49 del trattato sull’Unione Europea sulla base del merito e, nel frattempo, a continuare ad adoperarsi per la sua integrazione nel mercato unico dell’Unione in virtù dell’accordo di associazione».

Va detto che le procedure per l’ammissione nella Ue non prevedono scorciatoie o motivi d’urgenza, ma il Parlamento, forte in questo caso del valore non deliberante, ma solo consultivo del suo voto, avrebbe potuto votare una risoluzione politica con cui marcare a voce alta, di fronte e contro Vladimir Putin, l’urgenza assoluta che le istituzioni della Ue dichiarino in qualsiasi forma che l’Ucraina aggredita ferocemente dalla Russia è parte dell’Europa. Avrebbe potuto dunque inviare un forte messaggio al Cremlino, questa era appunto la sostanza della richiesta drammatica di Zelensky. Non è stata accolta.

Due le ragioni di questo rifiuto. La prima ragione è dovuta al ruolo di mediatore tra Ucraina e Russia, quale presidente di turno del Consiglio della Unione Europea, che Emmanuel Macron conduce con vigore, in contatto diretto permanente sia con Putin sia con Zelensky. Da qui l’opposizione della Francia a una presa di posizione che poteva indebolire o intralciare la mediazione col Cremlino.

Esplicita la spiegazione al Monde di un alto dirigente del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri: «Putin ha utilizzato come uno dei pretesti per la sua guerra una eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO della quale si sa dal 2008 che non avverrà mai. È inutile agitare davanti a lui un drappo rosso evocando una eventuale adesione alla Ue». Dunque una motivazione che ha una sua consistenza sostanziale, non ipocrita.

Ma c’è anche un’altra ragione, ben più solida, ma non detta, con una notevole dose di ipocrisia, che ha motivato il sostanziale no a Zelensky: l’Olanda e altri Stati, come ha sibillinamente ricordato il presidente del Consiglio Europeo, «hanno differenti sensibilità sul punto», ricordando che è necessaria l’adesione unanime di tutti e 27 gli Stati membri.

Il punto focale è che con ventuno anni di ritardo l’Unione si è resa conto che l’allargamento ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia, deliberato nel summit di Nizza del dicembre 2000, crea fortissime e ancora irrisolte crisi politiche. Da anni il Gruppo di Visegrád, tra Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Ungheria, non agisce affatto in sintonia con i vertici europei.

Ma proprio l’anno scorso si è aperta anche una forte crisi politica con Polonia e Ungheria sul tema della applicazione dello Stato di diritto che, come ha ammesso Angela Merkel in una tesissima riunione del Consiglio d’Europa il 21 ottobre 2021, riporta a una contraddizione politica di fondo, di importanza capitale, ancora irrisolta: «Bisogna discutere di come gli Stati immaginano cosa sia la Ue, se un’Unione sempre più integrata o un Unione composta da più Stati nazionali».

Di fatto, Polonia e Ungheria hanno quindi messo in crisi il rapporto “pattizio” tra Stati, definito dal Trattato di Lisbona nel 2008 che ha tentato con molte mediazioni spesso volutamente imprecise, ma evidentemente senza successo, di risolvere la grave crisi aperta nel 2005 dal rifiuto dell’elettorato della Francia e dell’Olanda di approvare la Convenzione per la Costituzione Europea, cioè la definizione di fatto del passo decisivo per costituire una Europa federale.

Da qui dunque il timore che un ingresso dell’Ucraina nella Ue, rapido o meno che sia, rafforzi politicamente il dissenziente Gruppo di Visegrád e soprattutto la dissidente Polonia che ha strettissimi e storici rapporti con Kiev.

Zelensky quindi si è visto rifiutare il suo urgente e accorato appello per una ragione che è improrogabile che l’Europa risolva: un disaccordo tra gli Stati che la compongono sulla sua stessa natura federale o confederale. Un tema vitale.