Lettere dal fronteCosì la guerra cambia a poco a poco la mente dei soldati

Nel suo romanzo “Punto di fuga” (21 lettere), lo scrittore russo Mikhail Shishkin, noto per le sue prese di posizione anti-Putin, racconta seguendo il modello epistolare, una storia di amore e di morte, di distacco e di fuga, tra un militare e la sua donna rimasta a casa

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Sašen’ka mia!

Abbiamo scaricato tutto il giorno e solo ora ho trovato un minuto per scriverti.

Sai qual è la cosa più difficile per me adesso? Spiegarti la cosa più semplice: ciò che vedo attorno a me. È impossibile da descrivere. I colori, gli odori, le voci, le piante, gli uccelli — tutto è diverso qui.

Oggi ho anche fatto la mia prima notifica di decesso. Un soldato è morto in un modo molto stupido: stava proprio sotto l’argano quando qualcosa è caduto ed è rimasto schiacciato dalle casse. Pensavo che mi avrebbe fatto un effetto speciale, invece la mia mano ha scritto parole terribili come niente fosse. Forse sta cominciando ad accadere in me quello che volevo così tanto?

Per tutta la vita mi sono sempre posto le stesse domande. E ora a volte mi sembra di avvicinarmi non proprio a una risposta, ma a una specie di comprensione.

Come odiavo e disprezzavo me stesso, quanto avrei voluto strapparmi via come una scarpa troppo stretta! Come avrei voluto essere come tutti gli altri che non si fanno domande, solari, cattivi, allegri, solidi, per i quali tutto è ovvio. Imparare ad aggrapparsi alla vita. Trascendere tutto il superfluo, il convenzionale, il libresco. Imparare a non pensare alla paura della morte, o meglio, a non meditarci. Imparare a colpire quando è il momento di colpire. Essere felici con quello che si ha e non scervellarsi sul perché si ha bisogno di tutto questo.

Ecco qui, ho finito di scrivere un rapporto sulla morte di un uomo e la mano non ha tremato. Questo è un bene.

Ora un rapido riassunto di questi primi due giorni.

Ieri ci siamo avvicinati a Taku. Nella rada c’erano già molte navi battenti ogni bandiera possibile e immaginabile, ma la baia è poco profonda e le grandi navi non possono raggiungere la foce del fiume Peiho. Quindi prima ci siamo spostati sulle chiatte e faceva una certa impressione vedere i cavalli che venivano issati e calati col verricello. Nitrivano spaventati, sperduti, come rassegnati al loro destino, si dimenavano impotenti nell’aria con le zampe tese.

Abbiamo gettato l’àncora nella baia verso sera e abbiamo scaricato fino a tarda ora. Al calar della notte, le luci di tutte le navi si sono accese, intere costellazioni di luci elettriche sugli alberi, sui pennoni. Sai, era molto bello! Per la prima volta mi è dispiaciuto che tu non fossi con me. I riflessi degli oblò nell’acqua nera, le luci dei battelli e delle scialuppe. Ogni tanto il faro lampeggiava, i suoi raggi si ficcavano nelle nuvole lasciandovi macchie di luna. Guardando tutte quelle luci ho pensato a te. Una brezza calda soffiava dalla riva, portando nuovi odori irriconoscibili. Una sensazione di gioia mista alla paura. Le luci si accendevano e si spegnevano a intermittenza.

Immagina di assistere a una conversazione tra navi che si scambiano segnali attraverso le nuvole.

Era già l’alba quando siamo stati trainati dentro la foce. Basse e lunghe file di forti si estendevano su entrambi i lati. Tutto era deserto, morto. I forti erano stati presi solo pochi giorni prima. Si potevano vedere qua e là sulle mura i segni delle granate.

Non so cosa avessero trasportato prima su quella chiatta, ma era sporco, scivoloso e i piedi si appiccicavano al ponte. Pare che in cinese il nome del fiume significhi “bianco”. Ma il colore del Peiho è un marroncino denso, tipo ocra. Trasporta tutto ciò che può da centinaia di città e villaggi — spazzatura, pezzi di legno, bucce di cocomero, ogni sorta di cose.

Saška, non dimenticherò mai il silenzio che è calato quando per la prima volta abbiamo visto un cadavere galleggiare proprio a fianco della nostra chiatta, tutto gonfio, faccia in giù, che non si capiva nemmeno se fosse un uomo o una donna, con una treccia grigia.

Canne, salici emaciati, onde torbide, una distesa sabbiosa a perdita d’occhio. La monotonia del deserto era interrotta da mucchi di sale marino, e da alcuni avvallamenti e tumuli — tombe, come ci hanno detto più tardi. A volte si vedevano villaggi abbandonati. Non un’anima viva, solo branchi di cani. E di maiali neri che grufolavano nella melma della riva.

Poi è apparsa Tongku. Da lontano si vedevano casette giallastre di terra battuta, quindi spuntarono i grandi depositi doganali, i magazzini, officine e la banchina ingombra di casse e balle.

Abbiamo caricato merci sulla banchina per tutta la notte. Ora ripartiamo. Non so quando potrò scriverti la prossima volta.

Bagliori sulla città tutta la notte. C’è odore di bruciato nell’aria. Dicono che sono gli stessi abitanti a dar fuoco alle proprie case, ma danno la colpa agli stranieri per aizzare l’odio. Mezza Tongku è già bruciata, ma gli incendi continuano, anche perché nessuno li spegne.

Sai che organo soffre di più? Il naso. Adesso si sente nell’aria un odore disgustoso di canne che bruciano e spira una brezza indefinibile e nauseabonda. Credo di aver imparato a riconoscere questo particolare tanfo dolciastro.

da “Punto di fuga”, di Mikhail Shishkin, 21lettere, 2022, pagine 448, euro 19,50