Il consenso a tutti i costiLe promesse a vuoto della politica hanno cancellato la cultura dei doveri

L’elettorato italiano, viziato da regalie e bonus, è spinto verso l’insoddisfazione, la rabbia, il populismo e la ricerca di un «partito messia». Come spiega Alberto Brambilla nel suo ultimo libro (Guerini), la risposta dei cittadini è l’infedeltà alle urne. E il risultato è disastroso

di Miriam Espacio, da Unsplash

Nonostante siano ormai chiari gli errori del passato e i relativi costi in termini di debito pubblico e mancata crescita, le proposte di politici e sindacati, soprattutto in questi ultimi anni, non sono cambiate; neppure oggi, alla fine del 2021, a fronte dell’enorme debito pubblico accumulato per arginare gli effetti della crisi pandemica. Come abbiamo detto, se osserviamo le dichiarazioni di politici, sindacalisti, giornalisti e religiosi, la parola più usata in questi ultimi anni è «diritti», seguita da «lotta alle disuguaglianze», «non lasceremo indietro nessuno» ed «eliminare la povertà» (copyright del M5S); la parola meno usata è «doveri». Eppure, se ci riflettiamo bene, non possono esistere i diritti senza i doveri.

La conferma sta nella Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell’uomo adottata nell’aprile del 1948, in cui nei 37 articoli, accanto a un elenco dei diritti, civili e politici, economici, sociali e culturali, delle persone, è inserito in modo speculare un elenco dei doveri che le stesse hanno nei confronti dei propri simili e della società; nel testo si specifica che «L’adempimento del dovere per ogni individuo è un prerequisito per i diritti di tutti. Diritti e doveri sono interrelati in ogni attività sociale e politica dell’uomo. Mentre i diritti esaltano la libertà individuale, i doveri esprimono la dignità di quella libertà».

È il dovere di cui parla, in un documento che presenta ancor oggi tutta la sua attualità, Giuseppe Mazzini nel suo Doveri dell’uomo dell’aprile del 18603:

La cultura del diritto ha generato uomini che si sono impegnati nel miglioramento della propria condizione senza provvedere a quella degli altri; in conseguenza della teoria dei Diritti, gli uomini, privati di una credenza comune, calpestano le teste dei loro fratelli… È dunque una questione di educazione: Educazione a un principio: il Dovere. Attraverso l’educazione al Dovere si può arrivare a comprendere che lo scopo della vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori. Questo non vuol dire rinunciare ai diritti, bensì arrivare al loro raggiungimento attraverso la pratica dei Doveri. Quando udite dire dagli uomini che predicano un cambiamento sociale che lo fanno per accrescere i vostri diritti, è opportuno diffidare della proposta perché loro conoscono i mali che vi affliggono e la loro condizione di privilegio giudica quei mali come una triste necessità dell’ordine sociale; per questo lasciano la cura dei rimedi alle generazioni che verranno.

È di 159 anni fa ma sembra un testo scritto oggi in risposta ai governi che si sono succeduti in questi ultimi anni, che hanno parlato solo di diritti e non di doveri, fatto una quantità di promesse che sono sfociate, come vedremo, in una spesa sociale per assistenza enorme e insostenibile, e molto spesso la mancanza di diritti non dipende da cause economiche ma è causata da quelli che non fanno il proprio dovere e che hanno un elevato livello di povertà educativa e sociale e di incapacità ad assumersi responsabilità. Questa povertà sfocia inevitabilmente in povertà economica e purtroppo in mancati diritti o privazioni dei bambini spesso causati dai loro genitori. Questo è il problema più grave che attanaglia il nostro Stato e non si risolve distribuendo sussidi a destra e a manca ma facendo migliore istruzione e più cultura dei doveri e delle responsabilità.

Invece, la classe politica italiana, probabilmente senza essere conscia degli effetti pericolosi del suo operato, con le continue promesse e parlando solo di diritti, sta trasformando il sentimento collettivo della maggioranza dei cittadini verso l’insoddisfazione, la rabbia, il populismo e la ricerca continua di un «partito messia» che possa migliorare la loro situazione, straordinariamente ottima se confrontata con la maggior parte dei Paesi mondiali ma pessima agli occhi di un popolo cui si predicano solo diritti. L’impegno di tutti dovrebbe essere quello di indicare a fronte di ciascun diritto il dovere equivalente; non promettere solo soldi o prestazioni assistenziali ma dare educazione e senso dello Stato. Aumenterebbero i diritti, si ridurrebbe la spesa e sarebbe una società migliore; invece, la politica preferisce la scorciatoia degli annunci, della spesa facile e la ricerca a tutti i costi del consenso immediato.

E come ha risposto il popolo degli elettori? Con un’infedeltà elettorale su cui questi politici dovrebbero riflettere. E così dopo i lunghi anni, dal 1996 al 2011, del bipolarismo Prodi-Berlusconi, i cittadini hanno cercato spasmodicamente un leader che desse loro quello che, spesso e in modo mendace o inconsapevole dei rischi, la politica definisce «le risposte che gli italiani si meritano», indicando così una specie di risarcimento per diritti non riscossi ma che in realtà sono del tutto inesistenti; e questo promesso risarcimento i cittadini se lo aspettano e se non arriva cambiano cavallo.

Dopo il titubante governo di Enrico Letta che è durato 9 mesi e 25 giorni (dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014), ecco la travolgente avanzata del PD di Renzi che raggiunse alle elezioni europee del maggio del 2014 un consenso del 40%; il governo guidato da Matteo Renzi si dimise il 7 dicembre 2016 con un PD in forte calo di consensi, e questo nonostante avesse introdotto il bonus giovani da 500 euro, agevolazioni contributive per oltre 10 miliardi per le assunzioni e soprattutto il bonus da 80 euro che porta il suo nome e che costa al Paese circa 10 miliardi l’anno dal 2016. Insomma, una montagna di soldi che però non ha soddisfatto le brame del popolo che in un’indagine di quei mesi giudicava il nostro servizio sanitario nazionale «insufficiente».

Un popolo cattivo e severo? No, solo una popolazione a cui hai promesso la luna e che quindi è insoddisfatta anche di uno dei migliori sistemi sanitari mondiali, peraltro totalmente gratuito nel senso che per garantire la sanità a circa il 60% dei cittadini che non pagano quasi nulla di IRPEF, il restante 40% deve sborsare 54 miliardi ogni anno, oltre naturalmente a pagarsi la propria quota sanitaria.

Dopo il governo-ponte di Gentiloni (dal 2 dicembre 2016 al 1° giugno 2018) durato 1 anno, 5 mesi e 20 giorni, l’assetato popolo dei diritti e dei bonus si invaghisce di chi promette un reddito certo per tutti e un posto fisso per tutti (il decreto dignità), incurante del fatto che il debito pubblico sia aumentato al 132,08% del PIL. È un plebiscito in Sicilia e un enorme successo a livello nazionale con oltre il 34% di share; il maggior partito in Parlamento che conquista anche Roma e Torino. I governi Conte I e II saranno un disastro, come vedremo tra breve, per la povera Italia nella lotta al COVID-19. Tuttavia, nonostante i pesanti effetti della pandemia da SARS-CoV-2, le promesse dei capi e capetti di tutti i partiti si moltiplicano e con esse la rabbia degli italiani che insoddisfatti voltano le spalle al M5S in meno di un anno e mezzo (Renzi era durato almeno tre anni e Berlusconi, nei suoi ultimi due governi, oltre nove) e si innamorano della Lega di Salvini che tra Quota 100, cancellazione e rottamazione delle cartelle esattoriali (leggasi condono), alle europee del 2019 raggiunge il 37% di consensi, meno di 3 punti dal record Renzi.

Le promesse continuano e sono talmente tante e insostenibili finanziariamente che buona parte di esse non viene mantenuta, aumentando così il rancore degli italiani verso la politica. Così cala nei sondaggi anche Salvini, che già nel 2021 è intorno al 17%, un dimezzamento come per Renzi, e sale l’innamoramento per «io sono Giorgia»; la Meloni con una serie di richieste molto popolari raggiunge e supera la Lega anche se di poco, scatenando la bagarre nel centrodestra a chi la spara più grossa in termini di promesse, con la posta in palio che chi ha più consensi diverrà presidente del Consiglio. In uno sprazzo di realismo, alla domanda del direttore de La Stampa Massimo Giannini: «Senta, siamo sinceri, ma se Draghi va a fare il presidente della Repubblica poi a chi dà l’incarico di fare il nuovo governo? A Salvini? Alla Meloni?», la risposta di Berlusconi è stata: «Ma dai, non scherziamo», una frase che è tutto un programma, anzi un dramma per l’Italia.

Complice il SARS-CoV-2, il debito sale al 153%. Il 13 febbraio al Conte II subentra il governo Draghi anche per la totale incompetenza di Conte, l’uomo che il 27 gennaio 2020 dichiarava che «l’Italia è prontissima a fronteggiare l’emergenza virus avendo adottato misure cautelative all’avanguardia»; meno di un mese dopo lotteremo tutti a mani nude e senza protezioni con migliaia di morti, diventando uno dei tre peggiori Paesi tra i principali trenta nell’affrontare la crisi e con le salme trasportate dai camion dell’esercito. Per molto meno si sono dimessi fior di capi di Stato.

Oggi, nonostante i 159 miliardi di nuovo debito accumulato nel 2020 per cassa integrazione, NASpI, DIS-COLL, Reddito o pensione di Cittadinanza e di emergenza, bonus di ogni genere e i circa 137 miliardi di nuovo debito 2021, i partiti veleggiano tutti sotto il 20%; il M5S nonostante l’invenzione del Reddito di Cittadinanza che ha regalato soldi a oltre 3,8 milioni di persone, nonostante il «decreto dignità» che di questa parola non ha nulla, nonostante la follia del superbonus del 110% (inesistente in qualsiasi altro Paese), il cashback e altre elargizioni, arriva malamente al 16% dei consensi.

da “Il consenso a tutti i costi. Quando la politica promette, il cittadino deve sempre chiedere: chi paga?”, di Alberto Brambilla, Guerini e associati, 2022, pagine 304, euro 18,50