Ahi settembre, primavera verrà L’ingloriosa fine dell’alleanza contro il bipopulismo, e noi

Bravo Calenda ad ottenere dal Pd tutto quello che chiedeva, forse anche di più (mentre Renzi pare che andrà da solo). Resta il dubbio che sarebbe stato meglio evitare che i draghiani si alleassero con gli antidraghiani e con i draghiani riluttanti. Se il 25 settembre la sinistra batterà Meloni, il leader di Azione avrà avuto ragione, altrimenti sarà stato un errore imperdonabile

di Jukan Tateisi, da Unsplash

Alla fine del gran varietà inscenato in diretta su Twitter, versione 2022 dello streaming grillino, Carlo Calenda ha ottenuto dal Pd tutto quello che chiedeva, forse anche di più, a cominciare dal riconoscimento del metodo e dall’agenda Draghi, fino a rigassificatori, inceneritori, nessun impresentabile in lista nei collegi e il trenta per cento dei posti uninominali e degli spazi televisivi. Bingo.

Come ciliegina, Calenda ha ottenuto anche l’impagabile broncio di Fratoianni, dei Verdi e di chissà quanti altri, precedente che fa già capire che tipo di lotta intestina sarà la campagna elettorale del centrosinistra e con che armata bracaleone si presenteranno agli elettori. Auguri.

Bravo Calenda, dunque, anche se per riuscire nell’impresa di diventare senior partner del Pd ha perso la prima occasione storica di offrire agli elettori italiani una chiara proposta liberal-democratica, non annacquata all’interno di un’alleanza contro natura con Di Maio, metà dei Cinquestelle, i cocomeri e i neo, ex, post comunisti.

Vedremo se il 25 settembre la lista di Azione alleata con Pd e altri cespugli riuscirà a convincere gli elettori di Forza Italia, i liberali, i moderati che fin qui hanno sempre votato a destra, tranne quando il Pd di Matteo Renzi prese il 40 per cento alle europee del 2014.

Da questo particolare sarà giudicata la funambolica carambola calendiana, che intanto ha provocato il ritiro del presidente della Fondazione Luigi Einaudi dal ruolo di garante del programma liberale di Azione che qualche settimana fa Calenda gli aveva affidato.

L’efficacia dell’operazione politica di Calenda dipenderà molto dalla sua indubbia abilità elettorale, gia mostrata a Roma, ma in parte anche dalla capacità o meno di Matteo Renzi, se si presenterà coraggiosamente e senza paracadute in corsa solitaria al centro, di intercettare i voti liberal-democratici e quelli in uscita da Forza Italia che non se la sentono di votare a sinistra.

Linkiesta ha sostenuto, e sosterrà, tutti i protagonisti dell’area liberal-democratica, simpatici e antipatici, dentro e fuori il centrosinistra, renziani e calendiani, anche se certamente avrebbe preferito un’offerta politica pienamente draghiana contrapposta agli antidraghiani di destra e di sinistra e a quei draghiani riluttanti del Pd. 

È andata come è andata anche per precise responsabilità di Emma Bonino, già eletta alla Camera col centrodestra berlusconiano e al Senato col centrosinistra renziano, oltre che nominata commissaria europea da Berlusconi e ministra da Prodi e Letta, e ora affossatrice dell’alternativa liberale.

PiùEuropa parla tanto di Draghi, ma ha messo un veto personale non sugli antidraghiani incalliti con cui invece si allea, ma sul politico che da solo e contro tutti ha determinato l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi. Qualsiasi ipotesi politica anche solo di vaga ispirazione draghiana che tenga fuori Renzi è stravagante o una vendetta personale.

La scelta di Calenda non è né giusta né sbagliata, lo scopriremo il 25 settembre, ma fa discutere perché entrare in un’alleanza contagiata dal populismo significa rinunciare a curare il male bipopulista che affligge la politica italiana, a meno che Calenda non si sia improvvisamente appassionato alla medicina omeopatica.

Peraltro il bipopulismo perfetto italiano è un male che il leader di Azione, sulla scia della triennale campagna di questo giornale, ha sempre denunciato e combattuto con particolare efficacia e che certamente continuerà a combattere anche adesso, ma con la credibilità limitata di chi si è alleato elettoralmente con Di Maio e compagnia.

La comprensibile scelta realista di Calenda, inoltre, si piega al ricatto di costruire un fronte con tutto e il contrario di tutto per fermare l’avvento delle destre, ma che è esattamente il metodo che Calenda ha sempre rivendicato di detestare, anche quando è servito a fermare la presa dei pieni poteri di Salvini ai tempi del Papeete.

Evidentemente Meloni spaventa Calenda più di Salvini oppure semplicemente Renzi è troppo ingombrante per un leader che comunque tra sabato e domenica era tentato dal grande salto nel vuoto, avendo avvertito i suoi dirigenti che lunedì, cioè l’altro ieri, avrebbe annunciato di correre al centro, fuori dai poli e in coalizione con Renzi.

Provare a vincere le elezioni col centrosinistra, anziché mantenere insensati gradi di purezza liberale, è molto più che comprensibile, probabilmente anche giusto, certamente mette più facilmente la coscienza a posto. Lo è meno, però, se si lascia Renzi a combattere fuori dai poli la battaglia politica che fino all’altro ieri Calenda si era intestato. Ma vedremo nei prossimi giorni che cosa faranno Renzi e il Pd, perché non è detto che alla fine un accordo non si trovino anche tra loro.

Fallito il progetto liberaldemocratico, cui alla fine credevamo soltanto noi, Linkiesta continuerà a sostenere tutti i soggetti d’area in campo, quindi sia Calenda sia Renzi, meno il Pd se davvero decidesse di sprofondare nel ridicolo candidando Di Maio nelle proprie liste proporzionali (l’ape con Tabacci forse finirà nella biblioteca degli inediti di Franceschini, vai a sapere).

Guarderemo con attenzione le iniziative di Renzi e difenderemo le proposte di Calenda dalle contumelie dei nuovi alleati antidraghiani, pur giudicando un errore la scelta finale di coalizzarsi con Di Maio e Fratoianni, Boccia e Orlando, Tabacci e Bonelli, Emiliano e Provenzano.

Se il 25 settembre l’accozzaglia di sinistra-destra che va da Fratoianni a Gelmini vincerà le elezioni, ovviamente l’errore sarà stato nostro e Calenda e Letta avranno salvato il paese.

Saremmo felicissimi di riconoscerlo, perché l’obiettivo principale di breve periodo è quello di respingere alle urne il fronte Orbán-Putin che ora, grazie a Di Maio e al Pd, dispone anche dell’esplosiva miscela di una legge elettorale che lo stesso Pd ha definito pericolosa per la democrazia se associata alla riduzione del numero dei parlamentari che ha contribuito ad approvare.

Ma se, al contrario, il fronte guidato dal Pd non dovesse riuscire a battere Meloni e Salvini, la scelta della parte liberale del centrosinistra di non aver costruito subito un’alleanza repubblicana contro il bipopulismo sarà giudicata imperdonabile.

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