Accordi e disaccordi Calenda strappa l’Agenda Letta e il Pd si ritrova solo con le sue contraddizioni

I democratici avevano due strade: l’alleanza di tutti i riformisti pro-Draghi o il fronte democratico contro la destra. L’unica cosa che non si poteva fare era sostenere entrambe le tesi contemporaneamente

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Carlo Calenda straccia l’accordo con il Partito democratico quasi fuori tempo massimo, con una brutalità che susciterebbe anche un naturale moto di solidarietà nei confronti di Enrico Letta, se lui non avesse fatto di tutto, ma proprio di tutto, per mettersi in questa situazione, dalla caduta del governo Draghi in poi (per una volta, ma non vi ci abituate, salto il consueto riassunto delle puntate precedenti, dal taglio dei parlamentari, benedetto dallo stesso Letta da Parigi in un’intervista al Corriere della Sera, al sabotaggio di una possibile, ancorché difficile, revisione della legge elettorale).

All’inizio di questa surreale campagna elettorale, infatti, il Partito democratico aveva due strade davanti a sé: un’alleanza con tutte le forze che avevano sostenuto il governo Draghi, per provare a capitalizzarne il consenso facendo leva sullo sconcerto suscitato dalla sua improvvisa caduta, oppure un’alleanza più larga, in nome della necessità di fronteggiare il pericolo rappresentato dalla destra sovranista. La prima sarebbe stata un’alleanza più coesa e dal messaggio più nitido, la seconda avrebbe avuto in partenza, almeno sulla carta, numeri più consistenti.

L’alleanza di tutti i partiti schierati a sostegno di Mario Draghi e che si riconoscevano nell’ispirazione di fondo del suo esecutivo, dunque con l’esclusione del Movimento 5 stelle e delle forze di sinistra che gli si erano opposte, sarebbe stata anche la più coerente con la storia del Pd e della sinistra riformista; l’alleanza di tutti gli avversari del centrodestra, compreso quindi il Movimento 5 stelle e il Cocomero di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, sarebbe stata in compenso più coerente con la linea tenuta dal Pd negli ultimi tre anni, quelli in cui era arrivato a definire Giuseppe Conte punto di riferimento di tutti i progressisti.

C’erano insomma argomenti per giustificare l’una e l’altra scelta. Alcuni magari più solidi o più condivisibili, a mio personale parere, ma comunque ce n’erano in abbondanza per sostenere entrambe le tesi. L’unica cosa che non si poteva fare era tentare di sostenerle entrambe, a seconda delle esigenze: giustificando l’esclusione di Conte con la sua scelta di non votare la fiducia a Draghi (ma prendendosi Fratoianni) e giustificando l’apertura ai rossoverdi con la necessità di raccogliere tutte le forze in grado di contrapporsi alla destra (ma lasciando fuori i cinquestelle). Era una posizione autocontraddittoria e indifendibile in sé e per sé, che la defezione di Calenda ha reso però ancora più insostenibile.

Il problema era a monte. Dopo avere passato due anni a inseguire e legittimare Conte come leader progressista, facendosi sorprendere dalla sua prevedibilissima decisione di far cadere Draghi (sarebbe bastato leggere il Fatto quotidiano, per capirlo almeno con un anno di anticipo), Letta si è infatti buttato a corpo morto proprio su Calenda, sulla linea diametralmente opposta, per finire scaricato anche da lui.

Il risultato è che il Pd ha stretto un solenne patto programmatico con il leader di Azione, con cui non è più alleato (salvo la componente di Più Europa), e un contraddittorio accordo elettorale con il Cocomero rossoverde di Fratoianni e Bonelli, che però restano adesso i suoi principali partner. In altre parole, negli stessi giorni, ha scritto sulle sue bandiere «Agenda Draghi» e si è alleato con i suoi più fermi oppositori. Un modo peggiore di cominciare una campagna elettorale, anche volendolo fare apposta, obiettivamente, sarebbe stato difficile escogitarlo.

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