Il ministro che non c’èDi Maio si disinteressa delle crisi in Kosovo e in Libia e pensa solo al suo seggio

Mentre il governo continua a lavorare a pieno ritmo, il titolare della Farnesina ignora sia le tensioni nei Balcani, dove sono impegnati numerosi militari italiani, sia la cruciale svolta a Tripoli, che mette a rischio la fornitura di petrolio al’Italia. Per lui conta solo trovare accordi elettorali

Mauro Scrobogna/LaPresse

Luigi Di Maio ha sorpassato ogni limite di insipienza e di decenza come ministro degli Esteri: in questi giorni si disinteressa infatti totalmente di due gravi crisi che coinvolgono gravemente l’Italia e si occupa unicamente e freneticamente di procurarsi un seggio. Fatto ancora più grave, la crisi deflagrata tra Kosovo e Serbia, della quale il titolare della Farnesina minimamente si occupa e preoccupa, coinvolge ben 638 militari italiani, il più consistente contingente della KFOR (Kosovo Force) della NATO, che svolge una delicatissima missione di interposizione tra kosovari di etnia albanese e quelli di etnia serba.

Nei giorni scorsi nel nord del Kosovo la tensione è salita in modo preoccupante, con tanto di blocchi stradali alla frontiera con la Serbia, a causa di un’intricata vicenda di targhe delle automobili e veicoli la cui sostanza è in realtà tutta politica, e riguarda la stessa esistenza della Repubblica del Kosovo, non riconosciuta né dalla Serbia né da altre cinque nazioni della Ue (e da quasi la metà delle nazioni dell’Onu). Necessita, per questo, di un urgente intervento diplomatico in primis, appunto, dell’Italia.

Ma Luigi Di Maio del Kosovo si disinteressa toto corde e si occupa solo di disegnare api nel simbolo della lista col suo nome, salvo poi abbandonarla al suo misero destino per piatire un diritto di tribuna per presentarsi nelle liste del Pd. Il tutto, si badi bene, abbandonando alla loro triste sorte i 62 parlamentari che l’hanno seguito nella scissione dai 5Stelle e che ora, dopo l’accordo tra Enrico Letta e Carlo Calenda, non hanno neanche più una lista e un simbolo con cui presentarsi al voto.

Ma se per l’Italia la crisi Kosovo-Serbia è grave e pericolosa, anche perché il presidente russo Vladimir Putin, alleato stretto di Belgrado, manovra agevolmente per una escalation, altrettanto preoccupante e decisiva per il nostro Paese, ma non per Luigi Di Maio, è l’ultima evoluzione della crisi libica.

A Tripoli due avversari storici hanno stretto un accordo che spiazza gli schieramenti ed eccita le milizie armate a nuovi scontri, puntualmente esplosi. Abdel Hamid Debeibah, presidente del governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, e il generale Khalifa Haftar, che sinora lo ha avversato e che aveva sostenuto il governo alternativo votato dal parlamento di Bengasi di Fathi Beshaga, hanno stretto a sorpresa nei giorni scorsi un accordo per nominare Farat Bengdara a capo della Nioc, l’ente petrolifero libico. La sostanza di questo accordo, che spariglia i fronti delle alleanze libiche, è di vitale interesse per l’Italia perché preclude specificamente e per volontà delle due parti alla ripresa delle esportazioni di petrolio, che sino al giugno scorso erano calate sino a ben 865.000 barili in meno al giorno. Calo che ha pesantemente contribuito all’ulteriore aumento del prezzo.

Il problema è che a questo accordo si oppone l’escluso, Fathi Beshaga, sinora alleato di Khalifa Haftar, che controlla le strategiche milizie di Sirte, dove ha installato il suo governo, e alcune milizie impiantate nella stessa Tripoli. Da qui le manifestazioni popolari di protesta nelle città, con il pericolo di nuove ondate di violenza e, di conseguenza, di un nuovo calo delle esportazioni di petrolio verso l’Italia.

In questa situazione un ministro degli Esteri italiano degno della sua carica passerebbe intere le sue giornate a fare la spola tra Tripoli, Sirte e Bengasi e tra Belgrado e Pristina.

Non così Luigi Di Maio che, unico ministro di un governo Draghi che continua a lavorare a pieno ritmo (martedì ha approvato per decreto la strategica nuova normativa per il Golden Power), si limita a fare avanti e indietro dal Nazareno per piatire un nuovo seggio nel prossimo Parlamento.

Mai visto un tale squallore.