Autoritratto digitalePerché siamo disposti a pagare per accumulare foto e ricordi senza senso

I nostri smartphone sono diventati depositi e miniere di ricordi, alcuni talmente frivoli e piatti che ci dimentichiamo persino della loro esistenza. Però continuiamo a scattare, presi da una sorta di frenesia, per paura che la nostra vita, se non è documentata, scompaia

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Il 3 agosto sul Financial Times esce un articolo dal titolo “Why do we take so many forgettable snaps?”, che tradotto sta a significare “Perché facciamo un sacco di foto irrilevanti?”, oppure, consentendoci un po’ di licenza, “Perché ci riempiamo di scatti che poi dimentichiamo?”.

L’autore scrive che è arrivato a una simile constatazione quando si è risolto ad aggiornare il piano iCloud, il quale da mesi gli ricordava con tempistiche più o meno regolari che “non aveva più spazio”.

Non solo si è accorto che le fotografie rappresentano il principale fattore dell’usura della memoria dei nostri telefoni, il carico maggiore, il fardello più pesante. Scorrendole, ha anche realizzato che la maggior parte di questi fantomatici scatti che conserviamo gelosamente e che risalgono a tempi remoti della nostra esistenza sono del tutto cestinabili. Irrilevanti, appunto. Immagini che non ricordiamo nemmeno di avere immortalato.

Si dice che nel 2020 l’umanità abbia scattato 1.436.300.000.000 foto, cioè oltre 1,4 migliaia di miliardi. Secondo lo studio che si è occupato di mettere i dati in prospettiva, una singola in persona in media ha prodotto 185 foto. Questo numero finale sembra basso se paragonato alle premesse, ma in realtà non ci dice granché: al suo interno sono contenuti neonati, bambini, anziani che ancora si servono del cellulare per funzioni essenziali, e le popolazioni dei Paesi meno sviluppati, che certamente non pagano 9 euro al mese per il proprio piano di archiviazione iCloud.

Già, perché quando terminano i giga della tariffa base, che consta di 5GB gratuiti e compresi per tutti nel momento stesso in cui si acquista il cellulare, si passa a estensioni più o meno consistenti: da quasi un euro (0,99) per 50GB, a quasi dieci (9,99) ogni trenta giorni.

Una volta “comprata”, la propria memoria digitale si dipana all’interno di uno spazio virtuale e lo copre, permettendoci di tenere i video e le foto dei gruppi su Whatsapp, i selfie (pure quelli venuti male) le foto di gruppo, che di solito sono dieci per occasione e sono tutte uguali, ma guai a cancellarne una. Ormai è rassicurante contemplare file di immagini rappresentative di un unico momento, quindi va bene anche conservare i tentativi di scatti, quelli che uno prova prima di mettere a fuoco l’obiettivo o di trovare la giusta angolazione.

L’autore dell’articolo del Financial Times se la prende soprattutto con le nature morte. Quelle foto di tramonto, magari cinque alla volta, identiche e pure bruttine. In effetti, non sono che una carrellata di monumenti, edifici, acque blu e “viste” da un punto a strapiombo della città o isola in cui ci trovavamo quell’estate o quella Pasqua o quel fine settimana, e che cercate su Google Images sono perfino più carine. Eppure restano al loro posto, simboliche come un cimelio, in una sorta di mausoleo senza corpo che fluttua nel cyberspazio.

Potremmo dire che iCloud sta a metà tra una discarica e l’inconscio. Insieme a ciò che già sapevamo di sapere, capita di trovarvi oggetti rimossi, insospettabilmente pronti a un nuovo uso – un throwback su Instagram, ad esempio – stralci di esperienze sepolte, immagini di noi stessi in cui non ci riconosciamo più, come se si dipanasse il filo della nostra esistenza e noi lo contemplassimo, esterrefatti e beati.

Non è un caso infatti che l’apparato tecnologico che fa capo al marchio Apple, abbia una “i” come lettera iniziale: “i” che in inglese significa io, pronome personale singolare.

Quell’io che precede il nome di ogni strumento – iPhone, iCloud – non cela tanto il narcisismo collettivo, già ampiamente analizzato, che perpetuiamo nell’uso sfacciato dell’immagine di noi stessi.

È più che altro un suffisso che ci autorizza a documentare, ad accumulare, a certificare prove del nostro passaggio. È un rituale ormai meccanizzato, automatico: se non lo fotografo, non è mai avvenuto. “Io” non sono mai avvenuto.

Dobbiamo tangibilità e concretezza alle esperienze che avvengono sotto i nostri occhi, la forza del ricordo mentale non è sufficiente, si scivola subito all’interno di una dimensione onirica. Le immagini, i volti, le abitudini, i dettagli, gli elementi a raccordo del nostro essere stati al mondo e proprio in quel luogo, proprio con quella persona, sfumano, impallidiscono.

Cosa succederebbe se un domani arrivassimo a poter fotografrare i nostri sogni? Ne approfitteremmo tutti di certo. Sarebbe un altro disperato tentativo di preparare un piccolo monumento, un deposito – e dunque un senso – alla nostra vita, colmo di inutili ma anche di sorprendenti componenti.

L’autore del pezzo si limita a citare le fotografie. Ma cosa ne dice delle chat su Whatsapp, che con il supporto di iCloud raggiungono limiti di tempo ugualmente arretrati, e ci restituiscono con vivida coerenza discussioni che avevamo con amici, amori e famigliari che abbiamo allo stesso modo dimenticato – o quantomeno, credevamo di averlo fatto?

E così, anche uno scambio banale con qualcuno che abbiamo perduto a proposito di una serata da organizzare, o di un prodotto da comprare al supermercato sotto casa, si carica di echi struggenti.

Le lettere, i biglietti, il diario segreto contenevano frammenti al pari di questo bagaglio esistenziale che sembra, non a caso provenire da un file criptato della nostra memoria, senza peso, alquanto precario – nonostante l’affidabilità via via perfezionata, basta un furto senza backup e tutto è perduto – il cui peso leggero è tuttavia kunderianamente insostenibile.

Il rischio allora diventa proprio quello di perdersi tra i fili dei ricordi e restare imbambolati di fronte allo schermo dell’iPhone, mentre ci scorrono davanti flash di rapporti interrotti, di quella notte di tanto tempo fa, di quel giorno che non eravamo andati a un appuntamento – perché? ah, ma sì, avevamo il mal di gola, vi sono testimonianze anche di quello – delle liti con amanti antichi, screenshot di conversazioni che avevamo voluto conservare chissà per quale motivo, messaggi che abbiamo scritto quando non eravamo in noi, osservazioni, considerazioni, epifanie, audio in cui la voce registrata nostra o altrui si imprime in tutta la sua fresca, disarmante prossimità, fotografie di un passante in un vicolo, video brevi di una traversata in traghetto su cui neppure ricordavamo di essere stati.

Vita non vissuta, o vissuta troppo poco? È azzardato rispondere alla domanda se sia un bene o un male, se si stava meglio prima o adesso, se, come suggerisce il giornalista del Financial Times, corrisponde a un atto sovversivo decidersi a non postare, a non fotografare, a non collezionare rovine.

Forse abbiamo bisogno di questo continuo ricorso al passato, anche se intimo, personale e soggettivo. Forse l’immediata impressione di autenticità dettata dai cumuli di noi stessi e della nostra storia è il solo rifugio di fronte ai presagi di catastrofe imminente che il mondo oggigiorno ci lancia.