Sindrome BersaniGiorgia Meloni vincerà ma sa che il centrodestra può smontarsi da un momento all’altro

La leader di Fratelli d’Italia ha bisogno di un’affermazione indiscutibile, perché teme che un successo a metà, con gli alleati che si ritrova, possa costargli il governo

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Non sono facili gli ultimi giorni per la “lepre”, un errore può compromettere il risultato che un po’ tutti prevedono, e per questo a Giorgia Meloni, che non vede l’ora che arrivi questo benedetto 25 settembre, per quanto molto attenta nell’operazione-accreditamento, può slittare la frizione da un momento all’altro.

È successo l’altro giorno con la frase sulla «pacchia finita» che in Europa non è stata certo presa bene, visto che ha confermato una doppiezza tra fedeltà all’Europa e «difesa dell’interesse nazionale» che è ai limiti della contraddizione pura.

Cammina perciò sul filo, Giorgia, che deve preoccuparsi anche di un possibile cedimento strutturale degli alleati, Lega in testa, perché va bene un Salvini indebolito ma quei voti alla fin fine servono alla coalizione, che ci fa con un grande risultato se poi Lega e Forza Italia dovessero schiantarsi?

Chi la vede muoversi in questo periodo racconta che sta chiedendo una mano a tutti, consapevole che il personale politico di Fratelli d’Italia è del tutto inadeguato rispetto alla probabile prova di governo, e infatti è costretta a ricorrere agli esterni anche per tranquillizzare gli ambienti che contano (non è che a Cernobbio abbia incantato la platea), ambienti che in parte restano guardinghi su questa giovane leader digiuna di esperienze di governo e non va oltre «cose di buonsenso», come ha detto Franco Bernabé.

Per superare scetticismi e ostilità, Meloni ha dunque bisogno di un’affermazione fortissima, indiscutibile. Altrimenti potrebbero essere guai. Le dovrebbe essere ricordato ciò che accadde a un altro grande favorito alle elezioni, Pier Luigi Bersani, nel 2013. «Eravamo dati dai sondaggi dieci punti sopra», ha detto ieri Dario Franceschini, ma poi negli ultimi giorni prese forza il fenomeno Cinquestelle e Bersani chiuse con la famosa “non vittoria” con un inatteso e deludente 25%.

Giorgio Napolitano gli conferì un mandato per verificare se avesse i numeri per la maggioranza ma alla fine l’allora leader del Partito democratico fu costretto a gettare la spugna e l’incarico fu dato a Enrico Letta, più gradito ai centristi e anche a Berlusconi, riuscendo a formare il suo (breve) governo.

La storia certe volte può ripetersi, e non necessariamente come farsa. È possibile cioè che se Giorgia non dovesse stravincere, forze parlamentari ed extraparlamentari – gli ambienti economici che ricordavamo prima – potrebbero cominciare a crearle difficoltà che in Europa, o al Quirinale, non passerebbero inosservate.

Quando l’imprenditrice Luisa Todini parla dei «migliori», pur dentro un ragionamento un po’ confuso, non nega un’apertura di credito alla leader di FdI ma nemmeno la indica come il riferimento principale, evidenziando che c’è tuttora un’attesa, come una sospensione del giudizio, di tutto un mondo economico che può preludere, in una certa situazione, ad altre scelte, più sicure, da Giulio Tremonti a Giancarlo Giorgetti come premier più affidabili per certi interessi.

È la sottile linea che separa la novità dall’inesperienza – la prima gioca a favore la seconda contro – che determina questa incertezza presso fasce di Paese che più si avvicina il voto più si chiede se la strada che si sta per imboccare sia quella più conveniente, e attenzione perché gli ultimi giorni possono essere quelli del ripensamento, di un giudizio più meditato. Insomma, se la “lepre” è vicina al traguardo è anche vero che subito dopo per Giorgia Meloni inizierà un’altra corsa, e più difficile.

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