Sòlaroom La parodia del giornalismo investigativo e la risposta in ucraino corrente che si merita

Dopo sette mesi in cui i russi hanno compiuto deportazioni di massa, torture e bombardamenti, i reporter di casa nostra si scandalizzano per la distruzione di un ponte illegittimo. Invece di chiedere al presidente ucraino di fermarsi, bisognerebbe avere il coraggio di dire che è il Cremlino a dover terminare subito l’invasione

LaPresse

Il giornalismo investigativo serio, quello co’ li controcojoni, quello combattente hasta la verdad Made in Zeta, quello che non guarda in faccia a nessuno ma rimira sé stesso in composto orgasmo, sin miedo al espejo, ed è invitato, strainvitato, megainvitato in approfondimento, in speciale, in maratona, in dibbattito a b multipla, a spiegare com’è la faccenda della pace e della guerra, e dal cocchio del Premio Stronzaggine osserva lungimirante verso le cose del mondo, il pianeta di trincee che ha duramente conosciuto frequentandole a su manera in each and every highway del praim taim, ecco, questo giornalismo collettore di minchiate ha messo il suo sigillo ermeneutico sull’operazione speciale a far data proprio dal comincio, il 24 febbraio, là quando era eminente la verità documentatissima e di molto democratica secondo cui l’esercito russo, anzi Putin proprio, «Sta puntando sui suoi obiettivi e nel frattempo cerca di non spaventare la popolazione».

Di rincalzo, un sette mesi dopo, e quando quel cauto e umanitario frattempo ha registrato il bombardamento delle scuole, a migliaia, degli ospedali, dei mercati, delle case, delle chiese, delle stazioni, e le deportazioni, e gli stupri di massa, e le torture dei bambini, tutte cose immeritevoli di rilievo, perché la guerra è sempre terribile, di rincalzo, stavamo a dì, t’arriva l’altro fremito del giornalismo d’inchiesta, questa volta il report di Milena Gabanelli, svegliata dal molesto boato sul ponte tra la Russia e la Crimea e dunque obbligata a domandarsi, testuale, quanto segue: «Ma qualcuno a Washington e Bruxelles dice a Zelensky dove si deve fermare?». 

Dove si deve fermare. Zelensky. Dove si deve fermare Zelensky. Dice: vabbè, ma quella registra tutto, annota tutto, vigila su tutto, e figurarsi se non si sarà domandata quando devono fermarsi gli altri. Per dire: radono al suolo una città, e i sopravvissuti tirano a finirli per fame e per sete, uomini donne e bambini, tutti drogati e omosessuali come Zelensky che non si ferma, ovviamente. 

Bene, vuoi che non si sia domandata quando devono fermarsi questi altri? 

Allora vai a vedere lì dove è insorta quella sua fremente domanda, su quel social, e scorri in giù i giorni, le settimane, i mesi che portano indietro, all’inizio della denazificazione. Cioè i giorni, le settimane, i mesi delle devastazioni, degli eccidi, dei missili e delle cannonate sugli edifici civili. E che ci trovi, in quel profilo attentamente rivolto a registrare le ragioni della pace? Non ci trovi un cazzo, come si dice in ucraino corrente.