Inventing mammaLe bugie delle influencer e le storie che non funzionano se tutti sono cattivi

Nonostante lo scandalo dello scioglipancia di Wanna Marchi ancora facciamo molta fatica a pensare che qualcuno possa mentire per venderci un prodotto. E che una mamma possa essere una stronza

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Tra un «ma c’era il vetro!» e un «se non dormi 12 ore per notte muori», tra le storie degli unici due che si siano laureati a vent’anni, cioè Carlotta Rossignoli e Unabomber, sui social siamo infine giunti al grande scandalo che coinvolge quella che nella mia mente è stata la prima mamma influencer italiana. Riassumo brevemente per quelli che hanno un lavoro e non passano la giornata a guardare le figure di un libro immaginario: Julia Elle, in arte “Disperatamente Mamma”, ha costruito una carriera raccontando la propria storia: ha scritto libri sulla sua vita, sulla sua maternità, ha più di 640 mila follower a cui racconta quotidianamente tutte le difficoltà dell’essere donna mamma imprenditrice (spoiler: nessuna, è ricca, è magra, e mette il pigiama ai bambini alle 17:30), va nei programmi del pomeriggio a rilasciare interviste di immedesimabile autobiografia, ha scritto e interpretato una web serie su sé stessa, parlando sempre e solo di una cosa: indovinate voi quale.

Ha tre figli i cui nomi iniziano tutti con “Ch”, ha sempre raccontato che è stata mollata, incinta del secondo, dal padre dei suoi primi due figli: fatto sta che l’altro ieri Paolo Paone, l’ex compagno e padre dei suoi bambini, fa un post su Instagram dove dice che lui non è il padre biologico del “secondogenito” e che Julia Elle non glielo fa vedere perché lui non può accampare diritti. «Mi vedo costretto a questa precisazione non soltanto per correttezza nei confronti del pubblico ma anche e soprattutto perché stanco e fiaccato da anni di commenti che mi accusano di non essere un buon padre per Chris», scrive.

Non avere abbastanza schiena per sostenere le accuse di perfetti estranei fan di un’influencer e sentirsi costretti a scrivere un’ansa sulla paternità di un figlio perché il pubblico ha il diritto di sapere ha certamente più a che fare con il pretesto che con la verità. Visto che il problema è la verità, questo bambino lo sa di chi è figlio o l’ha scoperto così? La gente ha tutto il diritto di saperlo, o a un certo punto ci si appella al concetto di privacy? Il problema dei minori sui social non riguarda solo il mettere le foto o i video per fare soldi e visualizzazioni, riguarda anche e soprattutto la tutela dei bambini nel caso di separazioni.

Per la foto di classe è necessario che entrambi i genitori firmino una liberatoria, così come in pubblicità o in televisione: questo succede anche quando i bambini fanno sponsorizzazioni sui social? I guadagni vengono divisi?

Aaron Sorkin ha detto che per scrivere un buon cattivo bisogna non pensarlo come tale, ed è per questo che «you can’t handle the truth!» funziona: alla fine quel povero soldato non era tagliato per la vita militare, secondo me dormiva pure 12 ore filate, e poi che bell’uomo Jack Nicholson. Mi ricordo quando Julia Elle scrisse un post dove dichiarava di essere stata povera per 15 minuti. Non aveva dietro gli spicci per comprare un gelato al bambino, e da qui è partito tutto il suo monologo sull’indigenza. Sui social dice una cosa, nei libri un’altra, prima era povera, poi non era proprio povera povera, dice che il papà del bambino è uno che l’ha mollata incinta dopo una notte di passione, invece lui dice di no, e da Disperatamente Mamma a Inventing Mamma è un attimo. Perché non abbiamo il diritto di recesso quando compriamo le vite degli altri?

Viviamo nell’ossessione per la verità: ho visto con questi occhi influencer commentare film e serie tv in base al criterio di aderenza alla realtà, le stesse che dicono che è inutile farsi le pippe sulla sirenetta nera, perché le sirene mica esistono: in un sol colpo sono morti il cinema, la letteratura, la filologia, il senso del ridicolo, una strage per cui nessuno pagherà. Il pubblico si è sentito truffato. Davvero lo scioglipancia di Wanna Marchi non scioglieva la pancia? Mi state dicendo che l’io narrante non è davvero un “io” e forse nemmeno “narrante”? Come ha potuto un’influencer mentire su Instagram? Ma nessuno fa fact checking sui romanzi?

Il pubblico, che per sua natura sceglierà sempre Barabba, sta dalla parte del papà: rivuole indietro i soldi del biglietto, ma c’è da chiedersi se quella che vendeva Julia Elle non fosse semplicemente una verità a buon mercato, o se semplicemente facciamo molta fatica a pensare che una mamma possa mentire o essere una stronza. Il problema ti esplode in faccia quando scopri che il trauma è forse inventato – ve lo dice la vostra Cassandra di fiducia: succederà con tutte le influencer che lucrano su qualche disgrazia – e ti chiedi: ma quindi la scema sono io che ci ho creduto? Sì, le sceme siamo noi, ci abbiamo creduto esattamente come abbiamo creduto allo scioglipancia, alla sirenetta, ai bambini di due anni trans, alla dottoressa senza sonno, alle mamme che dicono di essere emotivamente e fisicamente stanchissime anche se hanno la tata, i domestici, le case di proprietà, una vita tra un massaggio e un parrucchiere e una sfilata e una festa e una crisi di pianto.

Alla fine, quello che mi domando è: la stronza è lei che forse ha mentito per costruirci una carriera o lui che ha esposto pubblicamente il figlio ai pettegolezzi? La prima vittima in guerra è sempre la verità, ma pure i bambini non scherzano. Questo bambino dovrà pur andare a scuola in mezzo alle voci di corridoio e fare anche la faccia allegra perché la mamma deve fare i video pagati: il giorno dopo lo scandalo, inspiegabile a livello logico, subito è apparso un video di sponsorizzazione con la creatura. In seguito, lei ha pubblicato una storia dove dice che per tutelare i bambini sceglierà il silenzio e gli avvocati. Se proprio vogliamo la verità, iniziamo col dire che le storie non funzionano se i protagonisti sono tutti cattivi.

Aggiornamento: ieri Julia Elle ha pubblicato delle stories su Instagram in cui spiega che ha mentito perché Paone era violento con lei e la figlia, che è dovuta scappare da un inferno domestico, che lui l’ha minacciata con un coltello, che il bambino sa che il suo papà è un altro. Ha pubblicato delle chat dove lui scrive che per gli insulti non c’è la galera. Dice di essersi rivolta a un centro antiviolenza. Dice di averli sempre «protetti anche nella vita reale», e questo «anche» dice quasi tutto sulla vicenda. Saranno contenti gli avvocati, un po’ meno i bambini che non potranno mai più riappropriarsi della loro storia. Una volta una ragazza aveva chiesto a Julia Elle se dovesse rimanere col marito che la menava o andare via, e lei aveva risposto: «Scegli la tua fatica». Chiamare i carabinieri sembra non essere mai contemplato, sarà troppo faticoso. Il rischio che si corre vivendo la propria vita su un set è che la quarta parete si può rompere, poi è difficile non passare per l’Amazing Amy di turno.