Misogini, moribondi, ayatollah La repressione atroce del regime in Iran rischia di spegnere lentamente la protesta

Più di quattrocento morti, una sessantina bambini, migliaia di feriti, oltre quindicimila arresti. Questa è la dura risposta dei Pasdaran. La società iraniana si è militarizzata, con il tacito consenso di una non piccola parte della popolazione

AP/Lapresse

Vorremmo sbagliare, ma le notizie che non arrivano dall’Iran ci dicono che il grande movimento di protesta iniziato il 16 settembre, dall’uccisione di Masha Amini, si sta spegnendo sotto i colpi di una repressione atroce. Questa è una notizia – pessima – che va data sia pure con tutte le cautele. Setacciando la rete, da venerdì scorso non si trova riscontro di nessuna manifestazione, dopo che nei giorni precedenti il movimento si era affievolito nel Paese e gli scontri si erano concentrati nel Kurdistan (Masha Amini era curda).

Ma qui il regime e i Pasdaran hanno attuato una schiacciante occupazione militare con elicotteri, autoblindo, ronde assassine nei quartieri e infine pare siano riusciti a imporre la loro pace di morte. Notizie solo di alcuni scioperi nella regione arabo-sunnita del Kuzhestan.

Beninteso, non è improbabile che questo o il prossimo venerdì, o in occasione del quarantesimo giorno della morte di qualche manifestante, si organizzino nuove manifestazioni, nuovi cortei al grido di «donna, vita libertà». Ma quel che proprio pare – e vorremmo assolutamente essere smentiti – è che il grande, corale, movimento di protesta che ha occupato per due lunghi mesi tutte le piazze anche nella immensa provincia iraniana si è infine piegato sotto i colpi della repressione.

Il prezzo pagato è enorme: più di quattrocento morti, una sessantina bambini, migliaia di feriti, più di quindicimila arresti e soprattutto cinque orribili condanne a morte di manifestanti arrestati.

Un movimento immenso, con le caratteristiche di una rivoluzione contro le perverse fondamenta stesse del regime dei Pasdaran e degli ayatollah, che però si è scontrato – questo è il punto – con una compattezza totale del potere.

Non una crepa si è aperta nel Palazzo della Repubblica Islamica, non un esponente del regime si è dissociato e ha proposto mediazioni, riforme, aperture nei confronti del movimento di protesta. Non solo, i Pasdaran hanno approfittato della contingenza per marcare ancora di più la loro centralità politica e operativa nella gestione del potere.

La società iraniana si è così ulteriormente militarizzata. Il tutto, va detto, va riconosciuto con onestà, grazie non solo alla ferocia del potere, ma anche al consenso al regime di una non piccola parte della popolazione.

Come in tutte le dittature, ayatollah e Pasdaran comprano con una politica populista il consenso di una parte del popolo, soprattutto negli strati più poveri, ma anche fra i ceti medi.

Un centinaio di Bonyad, fondazioni caritatevoli, controlla il venti per cento del Pil nazionale e distribuisce a pioggia, anche grazie ai proventi del petrolio, un buon reddito a più di sei milioni di iraniani. Ma il vero punto di forza del consenso al regime viene da coloro che lavorano nel grande complesso militar-industriale iraniano.

Complesso controllato dai Pasdaran – secondo il modello nazista delle holding industriali controllate e di proprietà delle Ss – del quale fanno parte aziende industriali, holding e conglomerate per un valore superiore ai diciassette miliardi di dollari. E non si tratta della sola industria militare a bassa, media e altissima tecnologia. Telecomunicazioni, automobili, aeroporti, industrie alimentari e di tutti i tipi sono di proprietà dei Pasdaran.

Il nucleo d’acciaio di questo blocco sociale di consenso al regime, ben stipendiato, oltre alle decine di migliaia di mullah e religiosi, è costituito dai duecentocinquantamila Pasdaran, dai centomila membri delle Forze Armate e infine dal famigerato corpo dei Bassiji che conta novantamila membri a tempo pieno, trecentomila riservisti e un milione di membri mobilitabili.

I Bassiji sono istituzionalmente i veri e propri squadristi del regime, ideologicamente molto motivati – e motivate, la metà sono donne – e naturalmente ben pagati. Se si calcolano le famiglie, si vede che il blocco sociale del complesso militare-industriale, fortemente coeso ideologicamente col regime, conta alcuni milioni di iraniani. Nel complesso, questo blocco sociale legato da mille fili al regime, sia pure numericamente minoritario, coincide grosso modo con quel quarantadue per cento di iraniani che partecipano alle elezioni ed eleggono il blocco conservatore che oggi domina il Majlis, il Parlamento e tutte le istituzioni.

Dunque, il movimento di protesta in Iran ha di fronte a sé non solo una forza di fuoco feroce e capillare, ma anche un blocco sociale avverso che sostiene il regime così come la durissima repressione.

Naturalmente, la flessione che pare subire oggi la protesta, che sembra ora essere entrata in una fase carsica, non è affatto definitiva. Il movimento può riemergere da un giorno all’altro. Ma sino a quando non si aprirà una qualche crepa nel blocco politico del regime, pagherà un prezzo altissimo di sangue e dolore.

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