Il leone di SiciliaLa grande umanità di Antonino Mannino e la sua lotta a fianco dei più deboli

Attento al dramma dei senzacasa, implacabile contro la speculazione e l’abusivismo edilizio, lo storico dirigente del Partito comunista italiano è stato un protagonista instancabile della lotta alla mafia

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Se n’è andato, all’età di 83 anni, pure Antonino (Nino) Mannino. E i media, soprattutto locali, ne hanno subito qualificato la figura di primo piano nel Pci siciliano come storica. Con indubbia ragione, diciamolo apertamente, malgrado un diffuso malvezzo narrativo possa portare a dubitarne. L’arbitrario uso di definire così chi muore è infatti talmente generalizzato da rendere poco o nulla percepibile il significato di “memorabile” in quell’aggettivo, ormai ridotto a mero topos di genere necrologico. Ma, lo si accennava prima, Nino Mannino, detto anche Ninone per la notevole stazza, è da riguardarsi tra i nomi a pieno titolo storici della politica siciliana e, in generale, nazionale, forte d’un prestigio conquistato sul campo tra i vertici regionali del tramontato Partito comunista italiano. Un nome, il suo, già passato d’altra parte alla storia, perché lui la storia di una Sicilia e un’Italia migliore, libere da mafie, ingiustizie sociali, mala gestione della cosa pubblica, l’ha davvero fatta.

Nato il 7 dicembre 1939 a Carini, in provincia di Palermo, da una famiglia di buggisi, di condizione cioè borghese e agiata, Nino Mannino si dedicò agli studi fino al diploma di studi medi superiori, preferendo poi, tra il vivo disappunto del padre, darsi anima e corpo alla militanza comunista. Sin da allora manifestò quell’attenzione al mondo del lavoro, con particolare sostegno delle istanze di braccianti e operai, e quella sensibilità alle condizioni delle fasce svantaggiate, per cui si sarebbe contraddistinto nei successivi anni di dirigenza partitica, attività parlamentare, sindacatura carinese. 

Stabilitosi poco più che maggiorenne nel capoluogo siciliano per lavorare negli uffici del partito, s’interessò in pari tempo dei bisogni del paese natale, di cui fu consigliere comunale dal 1964 al 1975. Già dal 1961 alla guida della Fgci provinciale, si era subito posto, l’anno dopo, alla scuola del neosegretario regionale Pio La Torre, cui, salvo una breve parentesi di resistenza dialettica risalente a metà 1981 – «non eravamo d’accordo al ritorno di Pio, che era da anni in Parlamento, come segretario della federazione regionale, perché stavamo lavorando a una candidatura interna. Ma poi fummo convintamente dalla sua parte», racconta a Linkiesta l’ex deputata Angela Bottari –, sarebbe rimasto legato fino alla morte come uno dei più fedeli collaboratori.

Segretario del Pci di Palermo dal 1972 e della federazione provinciale del partito nel quadriennio 1974-1978, Mannino, che la mattina dell’omicidio di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo (30 aprile 1982) era stato visto correre per Corso Calatafimi armato di pistola – «volevo andare a fare secchi Lima e Ciancimino. Non qualche compagno migliorista come Michelangelo Russo, come insinuarono», così in un’intervista del 2016 –, rimase sempre del parere che l’assassinio fosse stato un favore di Cosa Nostra a «qualche servizio segreto» per l’opposizione del segretario regionale/deputato del Pci all’installazione di 120 euromissili nucleari nella base Nato di Comiso.

Comechessia, gli anni ’70, fino ai primi del successivo decennio, furono per il compagno Mannino soprattutto quelli delle grandi battaglie per gli operai d’Aeronautica Sicula, i metalmeccanici della Keller, i telefonici d’Italtel e, in particolare, i cantieristi navali del capoluogo, accanto ai quali scese ripetutamente in piazza per dire no alle gabbie e alle differenziazioni salariali. Ma anche quelli della consiliatura comunale palermitana in un quinquennio, 1975-1980, in cui affiancò gli altri quattordici eletti del Pci a Palazzo delle Aquile e in cui si succedettero, da Giacomo Marchello a Nello Martellucci, ben cinque sindaci. Della pattuglia di consiglieri comunali facevano parte anche Renato Guttuso e Leonardo Sciascia: il primo avrebbe terminato il suo mandato con l’elezione a senatore il 20 giugno 1976, il secondo vi avrebbe posto volontariamente fine agli inizi del ’77 in segno di contrarierà alla strategia politica di riavvicinamento e collaborazione tra Pci e Dc, elaborata e promossa da Enrico Berlinguer.

Uomo di partito, Nino Mannino aveva avviato, nelle vesti di segretario provinciale, una fitta interlocuzione con l’omologo democristiano Michele Reina, concretatasi nella formazione della Giunta Scoma (gennaio 1976 – ottobre 1978), che godette dell’appoggio esterno del Pci. Fu quella la prima esperienza di compromesso storico a Palermo, cui l’uccisione di Aldo Moro (9 maggio 1978) e dello stesso Michele Reina (9 marzo 1979) pose fine a livello nazionale e regionale col ritorno dei comunisti all’opposizione nel ’79. Fu quella anche l’epoca in cui Mannino intensificò contro Cosa Nostra un impegno fatto di concretezza e consapevolezza del fenomeno criminoso, tanto da essere sempre critico verso un’«antimafia ufficiale», che, dominata da chi «manifesta di avere l’esclusiva» al riguardo, aveva poi «prodotto molti opportunisti». Non meraviglia pertanto che avversasse «anche l’idea della superiorità morale della magistratura rispetto alla politica». 

Di tale battaglia e della altre continuò a farsi interprete e protagonista in Parlamento, dove sedette per due legislature (IX-X) come deputato del Pci (12 luglio 1983 – 12 febbraio 1991) e, dissoltosi il partito, del Pds (13 febbraio 1991 – 22 aprile 1992). Componente delle Commissioni Bilancio e Difesa della Camera, nonché della bicamerale d’inchiesta sulla mafia e della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato, fu primo firmatario, fra l’altro, delle proposte di legge sulle «particolari abilitazioni di sicurezza per la tutela del segreto di Stato» e sull’abrogazione «dei requisiti morali per la concessione e la revoca di patente di guida». 

Particolarmente attento al dramma dei senzacasa, le cui richieste aveva fatto sue soprattutto negli anni palermitani, Mannino fu nondimeno implacabile contro la speculazione e l’abusivismo edilizio, dando per la prima volta il via, come sindaco della sua Carini dal ’93 al ‘97, alla demolizione di numerose abitazioni del lungomare e al risanamento del litorale. Iniziale sostenitore, inoltre, della primavera di Palermo, poi critico verso Leoluca Orlando e l’orlandismo, non smise invece mai di promuovere la conoscenza del “maestro” Pio La Torre, dirigendo fra l’altro dal 2001 al 2004 il Centro di studi palermitano a lui intitolato. 

Non meraviglia pertanto che la notizia della sua morte, avvenuta sabato 26 novembre nell’ospedale di Partinico, sia stata accolta con corale rimpianto. Pragmatico, diretto, all’apparenza ruvido, Nino Mannino, cui a prima vista, come spiega a Linkiesta l’ex cronista de L’Ora Attilio Bolzoni, «non giovavano certamente né la corporatura massiccia né il marcato accento palermitano», sarà soprattutto ricordato come politico dalla grande umanità. Non a caso l’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto ha detto di conservare «un grande e affettuoso ricordo della sua bonomia e profonda sensibilità umana». Simile il pensiero di Angela Bottari, che al nostro giornale ha anche detto: «Nino è stato un dirigente comunista legato alla sua terra e al suo popolo. Un politico impegnato nella difesa dei più deboli e protagonista instancabile della lotta alla mafia. Ci mancherà».

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