Proselitismo fondamentalistaIl Qatargate fa parte della strategia di Doha per conquistare i musulmani d’Europa

Il Paese del Golfo adesso minaccia di tagliare le forniture di metano al Vecchio Continente, dove da anni ha avviato una grande operazione di penetrazione ideologica e religiosa

AP/Lapresse

Il ricatto del Qatar che minaccia di tagliare le indispensabili forniture di metano a un’Europa colpevole solo di aver scoperto i suoi loschi maneggi a Bruxelles ci ricorda che gli dei dell’Olimpo, per rompere la noia della propria immortalità, amano giocare scherzi atroci agli umani.

Infatti Giove, non contento di avere punito ferocemente Prometeo perché aveva regalato il fuoco agli uomini, ha fatto in modo che da un secolo in qua il combustibile di quella fiamma si trovi in massima parte proprio sotto i piedi di autocrati. Solo un dio iracondo e annoiato infatti ha potuto fare in modo che la gran parte del petrolio e del metano del pianeta si trovi nel sottosuolo delle peggiori dittature. Scherzo atroce che obbliga le poche nazioni che hanno saputo faticosamente costruire libertà e democrazia a sottostare ai ricatti dei dittatori.

Scherzo nello scherzo, Giove ha poi fatto sì che un terzo del petrolio e un quarto del metano esportati nel mondo sia nella disponibilità di regimi islamici fondamentalisti. Il che è già stato fonte di guai enormi se solo si pensa che dal 1945 al 2018, periodo nel quale gli Stati Uniti cessarono di essere esportatori di energia per diventare importatori, tutta la politica estera della più grande potenza del mondo, così come quella dell’Europa, fu subordinata alle pretese egemoniche di nazioni musulmane.

Per dirne una, fu solo a causa del ricatto energetico che prima l’Europa nel 1980, col Consiglio Europeo di Venezia, e poi gli Stati Uniti, decisero di accettare un terrorista feroce, demagogo e avventurista come Yasser Arafat quale rappresentante unico della Palestina, al posto del saggio re Hussein di Giordania, causando così un disastro che giunge sino ai giorni nostri e pagato duramente dallo stesso popolo palestinese.

Ma il vero problema non è solo nel ricatto geopolitico che i Paesi dittatoriali esportatori di energia impongono al mondo libero. C’è un altro problema troppo sottovalutato.

Dal 1973 infatti, dalla guerra del Kippur tra Israele, Egitto e Siria, si è verificato un fenomeno pericolosissimo. I Paesi islamici esportatori di energia ne hanno usato gli enormi proventi per finanziare una tendenza innata dell’Islam storico: fare proselitismo, allargare la Umma musulmana, vuoi convincendo le coscienze, vuoi con le armi. Anche in Europa.

Nel 1973, appunto, l’embargo totale sul petrolio non solo fermò l’esercito israeliano che, con Ariel Sharon, era alle porte del Cairo, ma provocò e anche il balzo del costo del barile da tre dollari, prima a dieci dollari, poi a venti dollari, per arrivare a cento dollari nel 1980, dopo la rivoluzione iraniana dell’ayatollah Khomeini.

Sono note le conseguenze geopolitiche di quel vertiginoso rincaro, ma sono stranamente ignorate quelle religiose.

Il flusso di centinaia, migliaia di miliardi di petrodollari nelle casse dei Paesi islamici ha infatti finanziato, come si è detto, una poderosa operazione di proselitismo musulmano nel mondo. Nei primi decenni ne è stata protagonista l’Arabia Saudita che nei soli anni Settanta ha finanziato l’impianto di non meno di duemila moschee salafite nel mondo. Moschee che hanno diffuso a macchia d’olio ovunque, in Asia, Africa, Europa e persino negli Stati Uniti, un Islam fondamentalista che predicava e predica il rigido rispetto di una legge islamica, la sharia, fissata nel 900 d.C., nel basso Medioevo.

L’accorrere in massa, anche in Europa, di musulmani nelle organizzazioni jihadiste, da al Qaeda, ai Talebani, all’Isis, nei decenni successivi è stato prodotto dunque proprio dalla predicazione di queste migliaia di moschee finanziate con i petrodollari.

Ma con l’11 settembre del 2001, l’Arabia Saudita è stata obbligata a fare i conti col frutto avvelenato del suo proselitismo salafita, che ormai confliggeva con gli stessi interessi geopolitici del regno.

Quindi, ad opera del potente principe Turki ben Feisal, capo del Mukhabarat, il Servizio Segreto e poi del re Abdallah bin Abdulaziz, ha operato una poderosa epurazione dei più estremisti tra i suoi predicatori, sia in Arabia Saudita che all’estero. Ha interrotto i rapporti, sino ad allora intens,i con i Fratelli Musulmani (grazie ai quali, per dirne una, Osama Bin Laden si era indottrinato nell’universitá king Abdulaziz di Gedda alle lezioni di Muammed Qutb, fratello di Sayyed Qutb, ideologo massimo del jihadismo più estremo) che si è mutato in un contrasto aperto dopo le primavere arabe del 2011.

Ma, proprio quando si è affievolito il proselitismo fondamentalista su scala planetaria dei sauditi, si è affacciato quello del Qatar, i cui proventi energetici si sono moltiplicati all’ennesima potenza con la riconversione dell’estrazione di petrolio in estrazione di metano, che ne fa oggi il secondo Paese esportatore al mondo dopo la Russia.

Un proselitismo fondamentalista, quello del Qatar, ben più moderno di quello dei sauditi, veicolato dalla televisione al Jazeera, grande supporter dei Fratelli Musulmani durante le primavere arabe, che irradia in tutto il mondo musulmano la trasmissione “Sharia e vita” dello sceicco Yusuf al Qaradawi, nuovo ideologo massimo della Fratellanza, che raccoglie milioni di spettatori. Il tutto pianificato con spregiudicata lungimiranza dalla dinastia degli sceicchi al Thani, che hanno la scabrosa tradizione familiare di figli che spodestano bruscamente dal potere il proprio padre.

Ma il Qatar ha avviato anche una grande operazione di penetrazione ideologica e religiosa in Europa. Fonda e finanzia il “Consiglio Europeo della fatwa e della ricerca”, punto di riferimento indispensabile per i Fratelli Musulmani in Europa sempre diretto da Yusuf al Qaradawi; finanzia la scuola per Imam di Chateau Chinon in Francia, che prepara ideologicamente i responsabili delle mosche della Fratellanza; compra, letteralmente, una cattedra a Oxford per Tariq Ramadan, nipote di Hassan al Banna fondatore della Fratellanza, capace di maneggiare il lessico progressista per affascinare i gauchisti europei e soprattutto finanzia a suon di milioni moschee e istituzioni islamiche fondamentaliste, se non jihadiste, in Europa.

Sono settantacinque i milioni di dollari profusi nel proselitismo nel vecchio continente dal Qatar 2015 in poi, ventiquattro dei quali destinati in Italia all’Ucoii, organizzazione islamica egemonizzata dai Fratelli Musulmani.

Comprare dalla Fifa, con regalie varie, il diritto a organizzare i campionati del mondo di calcio che abbiamo appena visto, e poi organizzare la rete di lobbisti e faccendieri a Bruxelles per evitare attacchi e critiche allo spregiudicato “modello Doha”, è stato uno sforzo dispendiosissimo, che si inserisce in una strategia di acquisizione, o meglio, di acquisto del consenso che ha una complessa profondità di campo: mira a conquistare i musulmani d’Europa, a convincerli a praticare l’Islam fondamentalista qatariota. E anche questo è un pericolo per la nostra democrazia.

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