NeverendingL’energia leggera di World Record ci ricorda perché amiamo la musica di Neil Young

Il nuovo disco del cantautore canadese ha un suono più rilassato del solito, intenzionalmente sgangherato, libero di spaziare e creare una atmosfera capace di raccontare in modo accessibile e con grande umanità temi complessi

World Record, Neil Young

Fervono diatribe su quanti effettivamente siano gli album da contare nella discografia di Neil Young – qualcosa che sta tra 40 e 45 – ma poi, in fondo, chissenefrega. Più interessante, in coincidenza con l’uscita del suo nuovo titolo “World Record”, a un anno dal precedente “Barn” e in capo a 12 mesi nei quali l’artista ha pubblicato addirittura sette cose, tra riedizioni, inediti, antologie etc – più interessante è leggere nella sua intervista sul “New Yorker” che lungi dalla sua mente è l’idea di fermarsi e di attaccare la chitarra al chiodo e che perciò anche la sua sarà una neverending carriera, come quella dell’altro grande saggio della canzone americana.

Ancora più gustosa poi, la coincidenza tra l’uscita di “World Record”, frutto della collaborazione di Neil con Rick Rubin – produttore-Mida che tra gli altri in passato rivitalizzò Johnny Cash e Tom Petty all’insegna dello slogan “Meno è meglio” – con la riproposizione, debitamente lussuosa, di “Harvest”, in occasione del cinquantenario della sua prima pubblicazione del ‘72, e perciò via con tre cd o vinili, photo book, poster e film-concerto (fonte Bbc, 1971, tre inediti), per godersi appieno l’immersione nel capostipite/capolavoro del countryrock.

La notizia però è che nel mezzo secolo trascorso, e a dispetto  di una diversa band d’accompagnamento – gli Stray Gators di Jack Nitzsche in “Harvest”, con in più mille ospiti illustri, invece i Crazy Horse, Nils Lofgren, Billy Talbot, Ralph Molina e nessun altro in “World Record” – il suono sia fondamentalmente lo stesso, mutato pochissimo, soltanto oggi più rilassato, intenzionalmente sgangherato, libero di spaziare, mentre in “Harvest” c’era la palpabile ansia di definire un genere, portandolo a perfezione e meraviglia, e di tentare l’apologia contemporanea di uno stile di vita primigenio, sebbene ormai sul punto di tramontare.

Insomma una serie di registrazioni californiane rigorosamente “live”, un concept di base a cui affidare i testi di tutti i brani – il pianeta che cade in pezzi, l’urgenza dell’adeguare le nostre scelte a un allarme improrogabile – e poi spazio alla densissima espressività di Young, che col passare degli anni non s’è affatto annacquata, anzi, si è sempre più cristallizzata come un genere del tutto a sé stante.

Nella fattispecie i filoni espressivi sono due: quello bucolico, melodico, traballante e irresistibile dei motivi da portico – ci viene proprio da collocarli lì – con utilizzo di strumenti arcaici, andamento lento, sublime voce miagolante di Neil, e poi la sequenza dei pezzi sonici, distorsori innestati, amplificatori a palla, complicati ghirigori di riff circolari, minacciosi ed evocativi, e lui impegnato in lunghi assoli lancinanti (in questo disco suona la chitarra soltanto in tre brani) e a gridare, col suo stile desolato, una serie di richiami alla consapevolezza e alla mobilitazione collettiva (difficile non essere d’accordo, va bene, ma poi?).

A coronamento del tutto, nel solco del gusto per quel certo gigantismo di cui il canadese è stato sovente interprete, il pezzone-suite da 15 minuti, in questo caso il poderoso “Chevrolet”, dedicato a constatare che, con l’aria che tira sul pianeta Terra, presto i macchinoni della grande tradizione americana, quelli che sembravano bastimenti, se li potranno scordare, destinati a diventare reperti d’un passato eroico e incosciente.

Nel mezzo tanto calore musicale, la descrizione di una confidenza e un’intimità musicale come quella profonda e stabile tra i quattro maestri in scena, una serie di performance vocali di Neil tra le migliori degli ultimi anni e la sua perenne sfacciataggine di non proporsi come un uomo di filosofie, ma di appelli e anche un po’ di azione.  “Overhead the sky’s so blue / I’m a bird and so are you”, “sopra di noi il cielo è blu / io sono un uccello e pure tu” – canta in un pezzo, su una struggente melodia. C’è tutta la potente, vitale, convinta energia di cui da sempre Neil Young è l’incarnazione – semplice, accessibile, piena di umanità, che è poi uno dei principali fattori per cui è così tanto amato e si ha un po’ la sensazione di non poterne mai fare a meno.

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