Continuità nel rinnovamentoI candidati alla guida del Pd sembrano uguali, ma al partito serve qualcosa di nuovo

Tra un’esitante Schlein che non vuole spaventare i militanti sembrando Che Guevara e un Bonaccini che parla da figlio del Nazareno nessuno mette pepe in vista di un Congresso che semmai dovrebbe far capire chi si consegnerà al populismo di Conte e chi no

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Cara Elly Schlein, mettici un po’ di pepe, perché «la rivoluzione si fa o non si fa», come scriveva decenni fa lo scrittore Alberto Carocci a Elio Vittorini, ed è una frase che si potrebbe attagliare a lei, giunta a metà percorso della sua battaglia per la leadership del Partito democratico (e già questo le vale una medaglia al coraggio), essendosi candidata il 4 dicembre mentre i gazebo saranno aperti il 26 febbraio (il che è anche una metafora della sua campagna, perché Elly pare sempre in mezzo al guado: innova, ma non troppo).

Avendola ascoltata cento volte (da ultimo a Piazzapulita giovedì sera) si avverte come un freno a mano tirato, un fermarsi prima di spiccare il volo, un non trarre le conseguenze, in una parola: un’esitazione.

Certo le novità ci sono, dalla politica sull’immigrazione alla casa, fino alla lotta alla precarietà, e però ogni volta si esce con la sensazione che siamo sempre lì, al massimo a uno spostamento a sinistra della linea del Partito democratico: ma, così, difficilmente Schlein alzerà un vento popolare.

Mentre il suo sforzo pare quello di non apparire estremista, forse per non spaventare i militanti, gran parte dei quali effettivamente la percepisce come fosse Che Guevara, e di non spaccare il partito (un’attitudine “togliattiana” che non si sospettava in chi dieci anni fa voleva “occupare” il Nazareno), la pacifista bolognese trarrebbe invece vantaggio se dicesse di voler rovesciare il tavolo tarlato del Nazareno. Non si può più dire «rottamare», ma insomma il concetto è quello.

Può darsi che essendo circondata da personaggi che in questi anni hanno avuto posizioni di comando nel Partito democratico (lasciamo perdere l’endorsement di Dario Franceschini, ma Francesco Boccia è stato il braccio destra di Enrico Letta e Marco Furfaro il responsabile comunicazione di Nicola Zingaretti, per dire) Schlein senta le ali tarpate: in effetti, come fa a sparare su un quartier generale popolato dai suoi sostenitori?

L’impressione, insomma, è che la radicalità insita nella sua biografia sia come bloccata da un realismo esagerato, nella discutibile idea che la radicalità sia automaticamente minoritaria; e questo rischia di appannarne l’immagine anche soprattutto considerando che Schlein punta a fare il pieno nelle primarie aperte, laddove cioè si presume che si esprimerà una voglia di voltare pagina più forte rispetto a quella delle sezioni.

E poi c’è la concorrenza di Gianni Cuperlo a insidiarla su posizioni di sinistra probabilmente più mature da un punto di vista politico, che potrebbe toglierle voti nei circoli, voti che probabilmente ritroverebbe nelle primarie (dove corrono i primi due selezionati dagli iscritti) magari in ticket proprio con Cuperlo. Mentre Paola De Micheli potrebbe essere la vice di Stefano Bonaccini, il quale anch’egli deve correggere il tiro e darsi da fare per dare un’anima alla sua candidatura.

Pur dentro un’annunciata discontinuità con l’attuale gruppo dirigente, il governatore dell’Emilia-Romagna vuole fornire un messaggio rassicurante, da figlio del partito quale in effetti è, ma non deve esagerare: se il “bonaccinismo” sarà la prosecuzione di questo Partito democratico con accento emiliano potrà anche vincere il Congresso ma non avrà gran futuro. Era Alessandro Natta a parlare di “rinnovamento nella continuità”: ecco, non pare questo il caso. Ora, malgrado i giorni passino in fretta il cuore politico della sfida è ancora piuttosto oscuro.

Al netto della querelle regolamentare e bizzarrie varie (come quella di una Costituente fallita al punto che non si sa più se Articolo Uno aderirà e quando), a voler nobilitare la discussione sin qui vista diremmo con Claudia Mancina (Repubblica di ieri) che la differenza tra i due è «tra una sinistra di governo, quindi progressista ma riformista, e quella di una sinistra di denuncia e di protesta, che si illude di trasferire l’antico conflitto di classe in una confusa difesa dei più deboli».

Peccato che questa alternativa, che presentata così è facilmente comprensibile, non emerga con la dovuta chiarezza e per questo non diventi discussione di massa, fatto politico.

Tantomeno sono leggibili le linee: dicano chiaramente i candidati senza giri di parole se nel futuro prossimo del Partito democratico c’è Giuseppe Conte con il suo bagaglio post-populista e trasformista o piuttosto una rimeditazione delle politiche riformiste e di governo. Ragazzi, svegliatevi. Altrimenti senza chiarezza non si fa un congresso politico ma una disfida di potere tra i dirigenti. Tanto aspra per loro quanto noiosa per il Paese.

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