Transizione pericolosaLa crisi demografica nel Sud del mondo è una minaccia per l’economia globale

Le previsioni sul calo della popolazione di Cina, India e molti Paesi in Africa e in America Latina richiedono contromisure per evitare un spopolamento più rapido del previsto e sempre più difficile da arginare

AP/Lapresse

Tra i podcast originali di una delle maggiori piattaforme di audio streaming del mondo ha avuto meritatamente successo uno dedicato a Mumbai, la megalopoli indiana in rapido sviluppo. Parla della sua variegata popolazione, delle disuguaglianze, spazia dalla cucina all’ambiente e si focalizza sul pericolo che a causa del cambiamento climatico una sua parte finisca sott’acqua entro il 2050.

Tra le previsioni piuttosto fosche che vengono fatte sul futuro della città vi è anche quella che sarà imposto un disincentivo alla generazione di più di due figli, per combattere la sovrappopolazione. Ebbene, i dati indiani ci dicono, invece, che a Mumbai oggi il tasso di fertilità, ovvero il numero di figli per donna fertile, è di 1,5. Non è un’eccezione, a Delhi è di 1,6, a Calcutta addirittura di 1,2.

Per capirci, in Italia, dove quasi nessuno contesta la presenza di una crisi demografica, nel 2021 è stato di 1,25, con punte massime in Alto Adige (1,72) e in Trentino (1,57). Quanti in Occidente sanno che nelle metropoli del Subcontinente si fanno meno figli che in alcuni angoli d’Italia e della Vecchia Europa?

La contraddizione a cui va incontro il podcast, erroneamente catastrofista riguardo a una possibile sovrappopolazione, è sintomatica. Vi è una completa sottovalutazione del problema demografico, che in molti ambienti, in primis quelli ambientalisti e progressisti, è surclassato da quello climatico.

Eppure i dati sono chiari. Nei Paesi più popolosi del mondo è in atto un cambiamento simile a quello che è stato vissuto in Occidente alcuni decenni fa.

In Cina dopo anni di stagnazione il tasso di fertilità, complice il Covid, è sceso nel 2020 a 1,28, mentre l’India, che la sta sostituendo come Stato con più abitanti sul pianeta, sta vivendo un vero e proprio crollo. Il numero di figli per donna si è dimezzato in trent’anni, passando dai 4,05 del 1990 ai 2,05 di due anni fa.

In Italia la stessa diminuzione è avvenuta in sessantadue anni, tra il 1914 e il 1976. Gli Stati Uniti, al terzo posto mondiale per popolazione, sono da molto sotto la soglia di riproduzione di due, e da quindici anni vedono un lento ulteriore calo che sta portando i numeri americani vicino a quelli dell’Unione europea, mentre anche in Indonesia, quarto Paese più popoloso sulla Terra, la quantità media di figli per donna è ai minimi, con 2,19.

La conseguenza è che anche in India e Indonesia ha timidamente cominciato a crescere il tasso di dipendenza degli anziani, ovvero il rapporto tra over-65 e numero di persone in età lavorativa. Stanno iniziando a seguire la stessa traiettoria della Cina di una ventina d’anni fa – i cinesi, dal canto loro, sono ormai agli stessi livelli degli americani dei primi anni Novanta.

Dati della Banca Mondiale

Parallelamente scende la percentuale dei bambini sulla popolazione. In India tra il 1990 e il 2020 è calata dal trentotto per cento al 25,7 per cento, in Cina dal 28,9 per cento al 17,7 per cento, in Indonesia dal 35,8 per cento al 25,5 per cento.

Dati della Banca Mondiale

Naturalmente vi sono altre aree del mondo in cui il numero di figli per donna e la crescita della popolazione sono ancora alti. Per esempio l’Africa, in particolare quella occidentale e centrale.

Dati della Banca Mondiale

Tuttavia in trent’anni anche in queste aree è cominciata una riduzione. E laddove è iniziata prima ed è stata più intensa, come il Medio Oriente e il Nord Africa, si nota l’impatto sul ritmo di crescita della popolazione, che è in netta diminuzione. A dimostrazione anche di come neanche la religione riesca veramente a frenare quella che possiamo a buon titolo definire transizione demografica.

In Africa il cambiamento è ancora recente, e la minore mortalità precoce o per Aids compensa per ora la riduzione della fecondità, che però c’è ed è significativa. Il percorso pare segnato anche per questo Continente.

Dati della Banca Mondiale

Sono solo i Paesi più poveri quelli per cui il minor numero di figli per donna per ora non porta a ritmi di crescita più bassi, come invece avviene tra quelli emergenti con reddito medio-alto o medio-basso, ovvero quelli arabi, asiatici, latinoamericani.

Dati della Banca Mondiale, variazione 1990-2020

Però è proprio nei luoghi dove c’è più indigenza che le donne diventano sempre meno feconde, la correlazione è chiarissima.

Nonostante le popolazioni più povere tendano ancora a riprodursi di più, ormai sono moltissimi i Paesi a reddito medio basso che sono dentro o vicino alla fascia dei due – o meno – figli per donna. Tra questi, come si è visto, la Cina e l’India, ma anche Vietnam, Messico, Brasile.

Dati della Banca Mondiale, variazione 1990-2020, un cerchio per Paese, grandezza dei cerchi proporzionale alla popolazione. Fascia di non riproduzione della popolazione in grigio

Non sembra esserci un netto legame, però, con la velocità di crescita del reddito. La transizione demografica avviene sia laddove il Pil è aumentato in modo veloce, ancora Cina e India, sia dove vi sono stati periodi di crisi e stagnazione, come il mondo arabo o l’Africa orientale e meridionale.

Dati della Banca Mondiale, variazione 1990-2020

Il cambiamento appare essere anche generazionale e culturale. La disponibilità di strumenti di contraccezione se non di sterilizzazione, un ruolo meno subalterno della donna nella famiglia anche nelle aree più conservatrici, il trasferimento dalle campagne e dalle sue dinamiche sociali alla città, dove molte donne studiano e lavorano.

Sono moltissime le cause, in gran parte positive, di quella che appare come una rivoluzione e che nel futuro, però, potrebbe trasformarsi in un’emergenza.

Anche perché vi è un elemento di cui si parla poco: questi Paesi stanno raggiungendo il modello demografico occidentale a un livello di reddito molto inferiore di quello che avevano Unione europea e Stati Uniti, per esempio, quando hanno cominciato ad avere pochi figli.

In Brasile ormai il tasso di fertilità è più basso che in Francia con un reddito che è solo un quarto e un welfare per nulla paragonabile. In Cina le donne partoriscono quanto a Milano ma con un Pil pro capite che è meno di un terzo. E l’India sta raggiungendo gli stessi livelli con indici di benessere ancora inferiori.

Dati della Banca Mondiale

Ciò significa che questi Paesi si troveranno a che fare, tra non molto, con pensioni da pagare e sanità da garantire senza avere i mezzi per farlo. Non potranno neanche godere di quel flusso migratorio in entrata che in Europa e Nord America ha notevolmente ritardato la transizione demografica.

Visto che alla fine, spesso lo dimentichiamo, la Terra è un sistema chiuso, nel lungo periodo anche le migrazioni da un Sud del mondo sempre più vecchio tenderanno a spegnersi, e, come prevede l’Onu, la popolazione globale diminuirà.

Avverrà, secondo le ultime stime, intorno al 2080, ma l’accelerazione del calo della fertilità di questi ultimi anni potrebbe accorciare i tempi.

Perché se ne parla poco e ancora vi è la convinzione che il principale problema, anche in prospettiva, sia invece la sovrappopolazione?

In parte a essere responsabile è la rapidità del fenomeno. In tanti sono ancora vittime dello stereotipo che vede le famiglie indiane, sudamericane, asiatiche, africane con cinque o sei figli, perché fino a poco tempo fa era effettivamente così.

In parte soprattutto in Occidente vi è, tra chi si occupa di tematiche globali, una certa inclinazione culturale, che potremmo chiamare liberal o progressista, che tende a considerare conservatore affrontare o parlare della questione demografica.

Eppure andrebbe affrontata laicamente, considerando, come si fa con l’emergenza climatica, le conseguenze profonde e concrete del cambiamento.

Anche le comunità più benestanti, come quelle europee, faticano a mantenere finanziariamente e curare una popolazione sempre più anziana. Come potrà farlo chi è ancora povero?

La Cina, appesantita dal peso del declino demografico, sta frenando anche economicamente e rischia di fermarsi. È questo il destino di tutto il pianeta nella seconda metà di questo secolo?