Piccolo grande schermoLa fiction Rai su Carlo Alberto Dalla Chiesa è un doveroso omaggio a un servitore dello Stato

“Il nostro Generale” batte negli ascolti il Grande Fratello perché riesce a dare una nuova umanità a un protagonista della storia italiana. Nella precisione della ricostruzione non c’è indulgenza verso il Male e nemmeno retorica a favore del Bene

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Se Carlo Alberto Dalla Chiesa batte “Il grande fratello” vuol dire che non tutto è perduto. I primi due episodi della serie su Rai Uno “Il nostro Generale” andati in onda lunedì sera hanno avuto 4 milioni di telespettatori contro i 2,6 del GF (altri due episodi ieri sera, e ancora due lunedì e due martedì prossimi), il che non era affatto scontato in questo tempo senza memoria – parliamo di fatti di cinquant’anni fa anche se a molti di noi sembra l’altro ieri – in questo Paese nel quale gli eroi non sono quasi mai giovani e belli e poi non ci va tanto di rimestare nelle italiche pagine scure.

Eppure accade che la Rai mandi sulla prima Rete questa produzione Rai/Stand by me, appunto, “Il nostro Generale”, sulla figura del generale Dalla Chiesa impegnato nei suoi anni torinesi a combattere le nascenti Brigate rosse, questi nuovi Demoni che lo Stato non capiva: «Bisogna pensare come loro», dice Dalla Chiesa ai giovanissimi carabinieri da infiltrare nelle fabbriche, nelle università, da calare nella famosa “acqua dove nuotano i pesci” del terrorismo e vivono i fiancheggiatori.

E infatti l’angolo visuale della serie diretta da Lucio Pellegrini (episodi 1, 2, 4, 7, 8) e Andrea Jublin (ep. 3, 5, 6) è originale e integrante, scrutando l’intuizione del Generale dei carabinieri che in un iniziale deserto investigativo mette su i Nuclei speciali antiterrorismo, un primo pool di carabinieri che imparano a pensare come i brigatisti, all’epoca gente sconosciuta, inafferrabile, misteriosa, incomprensibile nel suo vernacolo proto-leninista, persino anarchico-proudhoniano, degli albori della classe operaia diventata più di un secolo dopo la immaginaria leva di una palingenesi morale a colpi di mitra.

E Dalla Chiesa, l’ombroso ma umanissimo Dalla Chiesa (che bravo Sergio Castellitto), ricorda il Martin Sheen di The Departed di Martin Scorsese che infiltra Di Caprio nella gang di Jack Nicholson in una delle più clamorose contrapposizioni tra Bene e Male della storia del cinema.

Solo che qui si parla di fatti reali, certo con calligrafia cinematografica estremamente realistica anche grazie a spezzoni di telegiornali di quegli anni, si rievoca il sequestro di Mario Sossi, l’arresto di Renato Curcio e la morte di Mara Cagol, la Torino buia e paurosa di quegli anni, e, accennate ma credibili, le tante stolidità di Roma, cioè del cuore del potere e quindi l’isolamento del Generale, l’incomprensione dei burocrati per i metodi nuovi di Dalla Chiesa.

Il quale nonostante tutto va avanti, caparbio e dubbioso al tempo stesso come tutti gli uomini intelligenti, procede nella sua vita blindata (che scena quella del matrimonio della figlia Simona nella caserma dei carabinieri), lontano con la mente eppure vicinissimo ai familiari, la moglie Dora, l’altra figlia Rita, Nando, e in un certo senso anche “padre” dei giovani meridionali (un attore su tutti, Antonio Folletto, “Nicola”, che è anche la voce narrante) che egli mette alle costole dei brigatisti. Che sono qui degli invasati che diventano presto criminali, qui non c’è proprio nulla di romantico negli occhi di Curcio ma invece molto di tenebroso nelle dure proteste operaie e studentesche che presto sfuggiranno di mano per incanalarsi nel buio della mente terroristica: i film di Marco Bellocchio sono lontani.

Fa tenerezza la famosa caserma dei carabinieri di Torino “Pietro Micca” con quei tavoli di legno ingombri di fascicoli, quella polvere sui mobili, quella arretratezza di mezzi (si vede «il primo computer d’Italia», una specie di grosso registratore, le ricetrasmittenti, le macchine fotografiche di una volta col grosso obbiettivo), l’immagine di uno Stato da fine Ottocento sfidato da quattro ragazzotti esaltati – che questo era il primo brigatismo della prima metà dei Settanta.

Nella precisione della ricostruzione (si sente che c’è stato un lavoro scrupoloso anche grazie alla consulenza di Giovanni Bianconi) non c’è indulgenza verso il Male e nemmeno retorica a favore del Bene, ed è questo il lascito più importante, assieme al doveroso omaggio a un grande servitore dello Stato, de “Il nostro Generale”, una bella pagina di televisione.

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