Pharsalia nostraIl poema incompiuto di Lucano celebra appieno il valore inestimabile della libertà

Un saggio del Mulino dà una nuova lettura alla celebre opera del nipote di Seneca. Accostato da Dante a Omero, Orazio e Ovidio, il giovane poeta canta la «guerra più che civile» tra Cesare e Pompeo e l’asfissia dei diritti quando li soffoca il potere di ogni epoca

Il quadro Morte di Lucano, Josè Garnelo, 1887, Museo del Prado, Madrid
“Morte di Lucano“ di Josè Garnelo (1887) © Museo Nacional del Prado

Lucano è un poeta contorto. Così pensavo quasi infastidita le prime volte che mi cimentavo nella lettura dei suoi versi, lettura faticosa per l’erudizione ostentata al punto da apparire sfoggio di sapere vuoto, per l’oscurità di certe espressioni, per le sentenze di pietra che mi sembravano sigilli di giudizi irrevocabili, dove ogni auspicabile e umanissimo dubbio risultava avvilito dalle certezze di un intellettuale che aveva capito tutto e che tutto sapeva, tutto della terra, tutto del cielo, tutto delle genti straniere e lontane che non aveva conosciuto mai…

E gli uomini? – mi chiedevo –, dove sono gli uomini, quelli veri, dove sono gli eroi? È o non è un poema epico? E gli dèi? Forse non gli servivano più: diceva di voler expromere le cause della tragedia, e in quel verbo scorgevo tutta la sua effimera saccenza, quella di chi crede di aver capito tutto. E poi la tragedia – perché di tragedia si trattava, non c’era male peggiore della guerra civile per i Romani –, la tragedia Lucano la chiamava tanta res, qualcosa di enorme, certo, ma non per forza di enormemente funesto. Perché parole ambigue, e non quelle doverose?

La lettura continuava, faticosa eppure attraente, straniante, e sussultavo dinnanzi all’affermazione sfacciata, senza alcun riguardo per la gloriosa libertas difesa per secoli dai padri a prezzo del sangue, che la guerra civile è stata il viatico per l’avvento di Nerone: benvenuti dunque i misfatti, se la sorte aveva in serbo tale ricompensa per il popolo romano. Irritante, intollerabile per chi come me vagheggiava l’eroismo di uomini che avevano offerto le migliori energie e addirittura la vita in nome delle istituzioni repubblicane, guerrieri dell’intelletto nel foro e delle armi sui polverosi campi di battaglia.

E allora Lucano mi appariva come poeta di stereotipi ad hoc per le recitazioni tanto in voga a quel tempo, che compiacevano i principi e il cerchio magico delle corti imperiali; ma poi mi impigliavo nei suoi versi che mi avviluppavano come spire, esametri anch’essi contorti, come lui, tanto lontani dalla musica di Enea, profugo che solcava i flutti e fondava la stirpe gloriosa, e lontani anche dai ragionamenti logici e serrati di Lucrezio, che con gli stessi esametri indagava la materia e l’universo, l’una e l’altro invisibili perché troppo piccoli o troppo grandi, e l’anima, sempre incomprensibile: spesso leggevo a voce alta gli esametri di Lucano, intuivo che il senso sfuggente, che tuttavia mi ostinavo a cercare, forse avrei potuto trovarlo proprio lì, perché lì era il battito, lì era il suo cuore aritmico e fibrillante.

Avevo più o meno vent’anni quando leggevo Lucano con questo spirito, mi sentivo sfidata in un corpo a corpo tra lui, che giocava a rendersi incomprensibile, e me, che mi sforzavo di capire, e in fondo mi riconoscevo in quel battito aritmico e fibrillante, perché a vent’anni battono così i cuori di tanti ragazzi. Anche Lucano aveva più o meno vent’anni quando componeva il poema che avrebbe attraversato i millenni.

Com’erano la sua vita, la sua famiglia, i suoi amici? Io sempre più curiosa di lui, ragazzo della mia età. Suo zio era Seneca, filosofo autorevole e influente non solo per la sua sapienza, suoi amici l’imperatore Nerone, di cui lo stesso Seneca era stato il precettore, e il poeta Persio; suo maestro invece Anneo Cornuto, uno dei più illustri: prospettive di una carriera folgorante alla corte del principe che lo aveva tra i suoi più intimi, invidiabili successi letterari, Lucano era tra i più applauditi di Roma. E allora, perché tanta oscurità?

L’avrei compreso più tardi, e con un sottile dispiacere.

Avrei compreso che Lucano era un giovane infelice, irrisolto, e che il suo poema è in realtà il canto epico e insieme tragico dell’inquietudine, l’eco di una generazione che ha vissuto uno dei tempi più convulsi della storia dell’impero, che ha subìto un potere spesso iniquo e impossibile da contrastare. È il singhiozzo di un giovane uomo che le trame dei fati nebbiose e violente hanno voluto giovane per sempre, avendo in serbo una morte precoce: muore giovane colui che al cielo è caro, diceva Menandro.

La Pharsalia, che reca anche il titolo alternativo di Bellum civile, è il suo lamento di nostalgia, il vagheggiamento di un tempo irripetibile, quando Res publica significava libertà. E la magniloquenza del verso epico che gli dèi infondevano ai poeti, ormai stravolto in un grido tanto ribelle quanto disperato, tutto umano, diventa l’unica forza per resistere e trasfigurare il dolore con la potenza immortale del canto.

La copertina del libro “Lucano, nostalgie di libertà” edito dal Mulino

Da “Lucano, nostalgie di libertà” di Antonella Prenner, Il Mulino, 144 pagine, 14 euro

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