La risorsa più preziosaLa fragilità del mercato del lavoro italiano nasce dalla crisi del capitale umano

I limiti della filiera formativa si traducono in difficoltà industriali, produttive, economiche. I colli di bottiglia rappresentati dai dati europei e nazionali descrivono una condizione insostenibile per un’economia avanzata

Pexels

Quando si parla di mercato del lavoro e delle problematiche italiane di incontro tra domanda e offerta, si ha spesso un approccio d’indagine frammentato, a compartimenti stagni. La complessità della società di oggi ci dovrebbero spingere, invece, a guardare l’istituzione del mercato del lavoro in maniera organica, analizzando i diversi profili che interessano la domanda di lavoro e quelli che interessano l’offerta di lavoro.

Non si può però parlare dell’offerta di lavoro se non ci si occupa della filiera che porta a generare il capitale umano in un Paese: la filiera formativa e le esperienze di vita.

Sappiamo che il mercato del lavoro italiano è fragile, in termini di qualità del lavoro e di quantità (part time involontario, lavoro povero e sommerso). In tutti i settori, in maniera trasversale, si registrano i tre grandi divari che si trascinano da decenni: quello generazionale, anzitutto, che si manifesta con un tardivo ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e un alto tasso di disoccupazione giovanile; il gap di genere che nasconde un’ampia forbice nei trattamenti salariali tra uomo e donna; c’è il divario geografico, forse il più antico di questi.

Va poi sommato il fenomeno denunciato ogni mese dal bollettino del sistema informativo Excelsior (Unioncamere-Anpal), del mismatch che ci dimostra come nonostante cresca il numero dei lavoratori ricercati dalle imprese, al contempo cresce la difficoltà di reperimento da parte delle stesse. A dicembre 2022 la percentuale di assunzioni irrealizzabili principalmente per la mancanza di candidati e per l’inadeguatezza delle competenze è pari al 45,6 per cento (un anno prima era il 38,6). Il dato cela peraltro una vertiginosa polarizzazione tra gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (70,3 per cento) e le mansioni di segreteria, staff e servizi generali introvabili nel 21,9 per cento dei casi.

È in questo quadro che si colloca la crisi di produzione di capitale umano che riteniamo connessa alla crisi del nostro sistema formativo.

Nella filiera della formazione del capitale umano è possibile vedere alcuni nodi che è giusto tenere in considerazione: la crisi demografica, l’abbandono scolastico, la bassa percentuale di laureati e l’ingessata qualità dei percorsi formativi.

La crisi demografica sta comprimendo la fascia attiva della popolazione, soprattutto quella della classe 25-35 anni. Quando vediamo i tassi di occupazione aumentare rispetto ad un anno base, dobbiamo preoccuparci di guardare i dati in valore assoluto.

I giovani italiani poi permangono di più nella famiglia di origine. L’età di uscita dalla famiglia in Italia è in media 29,9 anni. In Europa è ventisei, in Francia e Germania 23,6 in Svezia diciannove. Va sottolineato che i Paesi con una età di uscita più alta sono anche quelli che presentano tassi di occupazione giovanili più bassi. Cioè, quelli dove i giovani hanno più difficoltà a costruirsi percorsi di vita indipendenti, come emerge dai dati Eurostat.

Il numero degli stranieri residenti in Italia si è stabilizzato intorno ai cinque milioni di persone, gli occupati stranieri sono 2,3 milioni, il dieci per cento del totale degli occupati. Il tasso di occupazione è al 57,8 per cento (58,3 per cento quello degli italiani), la disoccupazione al 14,4 per cento (nove per cento tra gli italiani), l’inattività al 32,4 per cento (35,9 per cento), ma gli indicatori peggiorano sensibilmente se si fa riferimento solo alle donne. Il contributo è minimo rispetto al potenziale e rispetto ai fabbisogni dell’Italia, probabilmente a causa della mancanza di una politica migratoria adeguata.

Nonostante l’apporto degli immigrati, tra l’inizio e la fine del ventennio passato i minori di quindici anni sono diminuiti di quasi cinquecentomila unità e la popolazione 15-64 anni di poco meno di seicentomila persone, con una forte contrazione dei giovani adulti (15-39 anni) pari a 4,2 milioni in meno. La popolazione di 40-64 anni è aumentata di 3,6 milioni di persone, per effetto dell’ingresso in questo gruppo delle generazioni numerose dei baby boomer. Secondo le previsioni Istat nei prossimi trent’anni, la popolazione di 15-64 anni scenderebbe dal 63,6 per cento (37,7 milioni) al 53,4 per cento (28,9 milioni) in base allo scenario mediano, con una forchetta potenziale compresa tra il 52 per cento e il 54,8 per cento. C’è e ci sarà quantitativamente meno forza lavoro, soprattutto giovane.

Ma il problema, come anticipato, non è solo di carattere demografico. In Italia, nel 2021 la quota di 18-24enni con al più un titolo secondario inferiore e non più inseriti in un percorso di istruzione o formazione è stimata al 12,7 per cento (517mila giovani). Nonostante l’Italia abbia segnato notevoli progressi sul fronte degli abbandoni scolastici, la quota di ELET (early leavers from education and training) resta tra le più alte dell’Unione europea (media europea 9,7 per cento), inferiore solo a Spagna (13,3) e Romania (15,3). Scende al 7,8 in Francia e all’11,8 per cento in Germania.

Abbandonano la scuola più i ragazzi delle ragazze – rispettivamente 14,8 e il 10,5 per cento. Insistono inoltre gli annosi divari territoriali: nel 2021, l’abbandono degli studi prima del completamento del sistema secondario superiore o della formazione professionale riguarda il 16,6 per cento dei 18-24enni nel Mezzogiorno, il 10,7 per cento al Nord e il 9,8 per cento nel Centro.

L’abbandono scolastico è anche implicito, per cui pur se assolto l’obbligo scolastico, gli studenti non raggiungono nemmeno lontanamente i livelli di competenza che ci si dovrebbe aspettare dopo tredici anni di scuola. Impliciti ed espliciti formano i dispersi totali. Secondo l’istituto Invalsi nel Centro-nord la quota dei dispersi totali oscilla tra il quindici e il venti per cento ma in molte regioni del Mezzogiorno i dispersi totali sono più del venticinque per cento, fino a raggiungere il 31,9 per cento in Campania, il 33,1 per cento in Calabria e il trentasette per cento in Sicilia e 37,4 per cento in Sardegna.

Grafica Eurostat

Il bacino di potenziali giovani lavoratori si riduce ancora di più se si guarda al tasso di laureati in Italia. Siamo penultimi nella classifica Ue27 con il 27,50 per cento a fronte di una media superiore al quaranta per cento.

Secondo l’Istat nel 2020, il 24,9 per cento del totale dei laureati 25-34enni, ha una laurea nelle aree disciplinari scientifiche e tecnologiche; le cosiddette lauree Stem. Il divario di genere è molto importante, se si considera che la quota sale al 36,8 per cento tra gli uomini (oltre un laureato su tre) e scende al diciassette per cento tra le donne (una laureata su sei). La quota di laureati in discipline Stem è simile nel Centro e nel Mezzogiorno (23,7 per cento e ventitré per cento, rispettivamente), mentre è più elevata (26,6 per cento) nel Nord.

Grafica Eurostat

Il possesso di competenze adeguate rappresenta come non mai un elemento decisivo per cogliere le opportunità e le nuove sfide offerte dalla transizione verde e digitale che se non affrontate, rischiano di accelerare l’obsolescenza delle conoscenze e competenze acquisite. Certo, questi temi non riguardano solo chi lavora dalle Alpi in giù. Attualmente oltre tre quarti delle imprese dell’Unione europea stanno, infatti, incontrando notevoli difficoltà a trovare lavoratori qualificati e i dati Eurostat più recenti indicano che solo il trentasette per cento degli adulti europei ha l’abitudine di seguire corsi di formazione. Inoltre, quattro cittadini su dieci (un lavoratore su tre) non dispongono delle competenze digitali di base e già nel 2021, in ben ventotto attività produttive (dall’edilizia all’assistenza sanitaria, dall’ingegneria all’informatica) si registravano carenze in termine di competenze.

Grafico Eurostat

A proposito della povertà qualitativa delle competenze: secondo i dati Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’Ocse, il punteggio medio di literacy in Italia è di duecentocinquanta contro una media Ocse di 266, mentre il punteggio ottenuto nella numeracy è 247 contro una media Ocse di 262. Se però si analizzano i dati suddivisi rispetto alle aree geografiche del nostro Paese, si ottengono risultati che evidenziano una forte eterogeneità territoriale.

Da parte delle istituzioni è urgente una maggiore consapevolezza sulla crisi del capitale umano. I colli di bottiglia rappresentati dai dati riportati, ci restituiscono un mercato del lavoro traballante. In più, i recenti rapporti di Adepp e Confprofessioni sui professionisti confermano che questo restringimento quantitativo sta già toccando anche il mondo del lavoro autonomo, con numeri crescenti di invecchiamento attivo.

La qualità del capitale umano e le ricadute negative che scaturiscono dalla sua scarsità quantitativa e qualitativa in un’economia avanzata come quella italiana, sono talmente sentite e attuali che Il 2023 è stato individuato dalla Commissione europea come l’anno europeo delle competenze.

Non bastano i titoli di studio spesso vuoti, che generano aspettative difficili da soddisfare e irrigidiscono l’offerta di lavoro. Occorre mettere al centro le competenze, investendo nella formazione mirata, ma per l’Italia le sfide sono maggiori. Quindi lotta all’abbandono scolastico, investimento sulla qualità dei docenti, sostegni alle famiglie che mandano i figli a scuola, rafforzamento degli ITS, aumento della percentuale dei laureati soprattutto in competenze Stem, responsabilizzazione dei corpi intermedi e dei datori di lavoro nella formazione continua e nei processi di upskilling e reskilling. Senza esagerare una lotta senza frontiere per il rafforzamento del capitale umano.

Il Pnrr e le sue missioni orientate sull’innovazione del Paese potrebbero non bastare senza un nuovo paradigma culturale degli amministratori pubblici, che consideri il capitale umano una risorsa preziosa che non possiamo sprecare e che dobbiamo accrescere.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter