Contro la russificazione forzataIl falso mito storico dei confini ucraini artificiali

La nazione ucraina si è sviluppata aggregando elementi diversi e costruendo un apparato simbolico, fatto di valori e memorie, attorno cui si è coagulato un popolo che non si definisce per una specifica appartenenza linguistica o religiosa, ma per l’adesione a un’idea di comunità civile

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Il Cremlino, tra le ragioni con cui ha motivato la propria aggressione, ha affermato l’artificialità dello Stato ucraino negandone l’esistenza al di fuori del «mondo russo». In particolare, l’invasione e annessione della Crimea sono state giustificate da Mosca asserendo che quello non fosse in realtà territorio ucraino bensì russo, arbitrariamente donato da Nikita Chruščëv, a riprova di come i confini del Paese siano fittizi.

Prima di addentrarci nell’analisi dello sviluppo territoriale dell’Ucraina, occorre ricordare come i confini «di certi Paesi del Medio Oriente o dell’Africa» siano di matrice coloniale, tracciati nel secondo dopoguerra dalle potenze occidentali. I Paesi europei, compresa l’Ucraina, hanno invece esteso i propri confini nazionali partendo da un nucleo di territori che, per omogeneità culturale o opportunità politica, hanno rappresentato la culla delle moderne nazioni. Questo processo è più antico per Paesi come la Francia o la Spagna, e più recente per altri come Italia e Germania.

Tuttavia, nessuno si sognerebbe di affermare che il confine del Brennero sia artificiale o che la Savoia sia un dono arbitrario di Cavour alla Francia. Esistono ragioni storiche che hanno indirizzato lo sviluppo territoriale delle nazioni europee, ci sono state guerre, migrazioni, conversioni religiose. Esattamente come per l’Ucraina.

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L’Ucraina ha visto mutare i propri confini diverse volte, per ragioni storiche, guerre, deportazioni, come avvenuto per ogni Stato europeo. La presenza di popolazioni russofone all’interno di quei confini si deve in larga parte a movimenti di popolazione coatti che hanno interessato le regioni orientali del Paese in epoca relativamente recente. Ma la «frontiera» tra le due comunità non ha mai prodotto conflitti, anzi, ha dato vita a elementi culturali comuni (si pensi al surzhik, dialetto nato dalla fusione di elementi linguistici russi e ucraini).

Lungo questa «frontiera etnica» è impossibile scindere ciò che è russo da ciò che è ucraino. Proprio per questo la nazione ucraina si è sviluppata aggregando elementi diversi e costruendo un apparato simbolico, fatto di valori e memorie, attorno cui si è coagulata una nazione che non si definisce per una specifica appartenenza linguistica o religiosa, ma per l’adesione a un’idea di comunità civile. Per questo, nel caso ucraino, si parla di nazionalismo civico più che di nazionalismo etnico. I confini allora, più o meno artificiali, perdono di importanza proprio perché l’identità ucraina è il risultato di un incontro, di una fusione, lungo una «frontiera». Dove corra questa frontiera non si sa, ma certo la guerra e le strumentalizzazioni politiche rischiano di creare cesure e spaccature insanabili distruggendo così l’identità del Paese, seminando divisione dove c’era coesistenza.

Affermare quindi che l’Ucraina è il risultato di una costruzione artificiale è falso sotto il profilo storico e antropologico, ma soprattutto alimenta l’idea – cara al Cremlino – che possano esistere solo comunità nazionali omogenee, coese, integrali mentre tutta la nostra storia di europei è fatta di mescolanze, incontri, negoziazioni e identità sovrapposte e plurime, bilinguismi, matrimoni misti, molteplici eredità. In un’epoca di tensioni etno-nazionali e di separatismi, dalla Scozia alla Catalogna, dalle Fiandre alla ex-Jugoslavia, l’Ucraina era rimasto un Paese dove le diverse identità concorrevano alla realizzazione della nazione. Ci è voluta una guerra per distruggerlo.

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L’evoluzione territoriale ucraina è il risultato di molteplici fattori ma non può in nessun caso dirsi artificiale. I confini del Paese sono in parte mutati a seguito di eventi epocali, come le due guerre mondiali, ma hanno sempre teso a ricalcare frontiere linguistiche e culturali. Se il confine tra Siria e Iraq può dirsi artificiale perché non ricalca nessuna frontiera etnica o linguistica, ma è solo la linea di spartizione delle sfere di influenza inglese e francese nel Medio Oriente, il confine tra Russia e Ucraina risponde a criteri culturali e demografici.

La russificazione del Donbass, avvenuta massicciamente nel secondo Novecento, ha alterato il quadro demografico di regioni in cui il contado era prevalentemente ucraino. La legittimità dei confini ucraini non è data solo dai trattati internazionali, ma anche da elementi culturali e dallo storico radicamento in quei territori.

Tuttavia, anche così non fosse, questo non giustificherebbe alcuna azione di riconquista. Se valesse il principio secondo cui ogni Stato ha il diritto di muovere guerra al Paese vicino per recuperarne porzioni storiche o popolazioni affini, l’intera Europa diventerebbe rapidamente un enorme teatro di guerra. Ecco perché il diritto internazionale sancisce l’integrità territoriale degli Stati.

Per queste ragioni affermare l’artificialità dei confini ucraini non è solo falso, ma anche pretestuoso, in quanto nessun confine, nemmeno il più «artificiale», può essere violato.

Da “Alle radici della guerra” di Matteo Zola, Paesi edizioni, 222 pagine, 12,35 euro

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