Ora et riposa Le vacanze nei conventi per prendersi cura del corpo e dello spirito

Si tratta di luoghi millenari, aperti ai pellegrini che vi si recano abitualmente. Ma anche a una nuova tipologia di viaggiatori che esula dalle solite rotte e giunge su queste “alture dello spirito” nascoste. L’obiettivo è trovare un angolo di pace e di contemplazione

courtesy of Luca Rotondo

Ci sono nomi che, al solo pronunciarli, sono capaci d’evocare immagini di serena bellezza, e di richiamare momenti, posti, sensazioni che si legano a percorsi di ricerca del proprio io. Al bisogno di estraneazione dallo stress della routine quotidiana, per rimettersi in forma mentalmente e fisicamente. La rivissuta emozione di esperienze passate o la semplice fascinazione per mondi dai ritmi così diversi da quelli abituali ci ricordano, d’altra parte, proprio l’importanza del benessere psicofisico.

Nulla è più importante di esso e nulla, dunque, dovremmo mai anteporre alla sua conservazione. Uno dei modi migliori per farlo è sicuramente il soggiorno in luoghi di contemplazione, dove il silenzio e la meditazione sono favoriti dall’incanto dei paesaggi circostanti e dalla presenza di comunità religiose custodi di antiche tradizioni spirituali.

D’altra parte, ben prima che esplodesse la moda del silence o meditation retreat praticato da star come Natalie Portman e Oprah Winfrey, una schiera interminabile di profeti della vita interiore hanno sempre insistito sulla necessità del ritorno in sé stessi. Ripetendo con Agostino che «in interiore homine habitat veritas» («nell’intimo dell’uomo abita la verità»), hanno in pari tempo sottolineato come la salute dello spirito influisca su quella del corpo. È del teologo e mistico certosino Denys van Leeuwen, soprannominato Doctor Ecstaticus, un bellissimo passo che, tratto dall’Enarratio in Proverbia (XVI), così suona nella traduzione italiana: «Una buona e gioiosa disposizione del cuore ridonda sul corpo e ne conserva o ne accresce la salute; similmente la salute del corpo […] ridonda sull’anima e le arreca diletto».

Una delle ventisette camere dell’hôtellerie de la Rochette, courtesy of Luca Rotondo

Tutto ciò può essere particolarmente sperimentato in mete che sono solitamente fuori dai grandi circuiti del turismo religioso. Al di là delle Alpi, la Savoia (o Savoie) ospita non poche di quelle che si potrebbero a buon diritto definire “alture dello spirito”. C’è, ad esempio, l’abbazia di Notre-Dame de Tamié, ubicata a 900 metri di altitudine nell’omonima valle all’interno del massiccio dei Bauges. Fondata nel 1132 da san Pietro di Tarantasia e nota per la caratteristica cinta muraria munita di torri, la fromagerie, i preziosi manoscritti miniati, l’ufficiatura in gregoriano, è abitata da oltre venti cistercensi della Stretta Osservanza, comunemente chiamati trappisti, i cui canti si odono in Des hommes e des dieux (Uomini di Dio), il film di Xavier Beauvois ispirato al massacro dei monaci di Tibhirine in Algeria.

Ma non è il solo: il Carmelo de Le Reposoir in Alta Savoia è invece un’ex certosa che, istituita nel 1151 dal beato Giovanni di Spagna e circondata da un bosco circolare, si erge ai bordi d’un laghetto nel cuore dei monti Aravis. In questo luogo incantato visse fino alla morte – dopo aver acquistato nel 1922 i cadenti edifici medievali e averli adattati per la sua comunità di carmelitane scalze – madre Maria di Gesù, al secolo Alessandra Starabba dei marchesi di Rudinì, già amante di Gabriele D’Annunzio (il Vate aveva lasciato Eleonora Duse per lei, ribattezzandola Nike per la statuaria bellezza).

Le diciotto claustrali ivi dimoranti, ligie alla regola e allo spirito della riforma di santa Teresa d’Avila, non hanno però strutture d’accoglienza e consentono le visite guidate in determinati spazi monastici solo il mercoledì. Solennemente distesa sul lago di Bourget e celebrata da Honoré de Balzac e Alphonse de Lamartine, l’abbazia reale di Hautecombe è invece ricordata come storica necropoli di Casa Savoia: nel vestibolo della chiesa, a destra di chi entra, è sepolto l’ultimo re d’Italia Umberto ii insieme con la consorte Maria José del Belgio.

Mère Marie, courtesy of Luca Rotondo

Ma la comunità a vocazione ecumenica Chemin Neuf, cui è affidato l’intero complesso abbaziale dal 1992, ospita persone esclusivamente per discernimento vocazionale o formazione. E, in ogni caso, solo per lunghi periodi.

Diverso da tutti gli altri è invece Saint-Joseph de La Rochette al confine tra la Savoia e l’Isère. È questo un monastero di benedettine ubicato nel comune di Belmont-Tremonet, due villaggi che, amministrativamente uniti nella seconda metà dell’Ottocento, non contano in tutto neppure seicento abitanti. Il centro rurale può essere raggiunto in autobus (è una delle fermate della linea c12 Aosta-Chambéry con due corse al giorno da lunedì a sabato, esclusi i festivi), in treno (la stazione più vicina, a otto chilometri, è Le Pont-de-Beauvoisin in Isère, da non confondere con l’omonimo confinante comune in Savoia), in aereo (l’aeroporto più prossimo è quello di Chambéry, da cui la stazione urbana di Challes-les-Eaux dista 11 chilometri) o a piedi (per i più motivati).

Modalità, quest’ultima, che può apparire assurda ma non certo a chi, amante del cammino di Santiago, dovesse percorrere la via Gebennensis la quale, conducendo da Ginevra a Le Puy, è in realtà solitamente scelta da pellegrini provenienti dalla Germania e dalla Svizzera. A chi può consiglio, in ogni caso, di raggiungere Belmont-Tremonet in auto. Passando per il traforo del Frejus si percorrono paesaggi montani di rara bellezza: non pochi di essi sono dominati da castelli medievali o abbazie romaniche come la celeberrima Sacra di San Michele, che (ispiratrice de Il nome della rosa di Umberto Eco) è ben visibile, una volta superata la tangenziale Nord di Torino e imboccata l’A35, in tutta la sua misteriosa bellezza.

La Rochette, invece, non ha nulla che la possa far accomunare a tali splendidi e imponenti cenobi. Di primo acchito potrebbe addirittura deludere per l’aspetto comune di alcuni edifici, che la compongono. Ma ci si accorgerà presto di essere immersi in un contesto di genuina semplicità ed essenzialità, che rapisce l’animo e lo rasserena. Qui le benedettine, che sono attualmente dodici (una di esse, suor Claire, è centenaria), risiedono soltanto dal 1972.

I Vespri nella chiesa abbaziale di Saint-Joseph de La Rochette, courtesy of Luca Rotondo

La comunità dell’epoca aveva infatti deciso di abbandonare il primitivo monastero: fondato a nord di Lione nel 1824 da madre Suzanne du Peloux, ma progressivamente interessato dalla radicale urbanizzazione dell’area, esso ormai non godeva più del necessario isolamento e silenzio delle origini. Le monache si stabilirono così, dopo esserne divenute proprietarie, nel castello di Belmont – in realtà un delizioso piccolo maniero settecentesco – e lo adattarono agli usi claustrali.

Con sé avevano portato il pesante mobilio in noce, le suppellettili liturgiche, la fornita biblioteca con libri finemente rilegati, conservando inoltre alla nuova abbazia l’antico toponimo lionese con il quale la comunità religiosa era da sempre identificata e conosciuta: La Rochette, appunto, da una piccola roccia sulla quale, così si diceva, sarebbe stata edificata nel xvi secolo quella maison poi convertita in monastero da mère Suzanne.

Fedeli al suo insegnamento nel solco di un’autentica spiritualità contemplativa, le monache conducono ancora oggi una vita d’intensa preghiera, quotidianamente caratterizzata dalla meditazione, dalla partecipazione alla Messa e, soprattutto, dalla celebrazione delle ore liturgiche, che si aprono con il Mattutino (6:25) e si chiudono con la Compieta (20:30).

La necropoli di Casa Savoia, courtesy of Luca Rotondo

A ognuna di esse può partecipare, se lo desidera, chi soggiorna a La Rochette (per info: abbayedelarochette.fr). La porta della chiesa abbaziale è infatti aperta già prima dell’alba e il canto delle monache in cocolla, che salmodiano nel coro, ognuna al proprio stallo, è facilmente udibile ovunque. L’essere presenti al cosiddetto mattutino potrebbe offrire un inedito spettacolo di immagini e suoni: sul far del giorno, infatti, la luce del sole, filtrante attraverso l’ampia vetrata laterale a oriente, inonda a mano a mano l’intera chiesa e sembra fondersi con il suono delle melodie gregoriane.

A occuparsi degli ospiti è direttamente l’abbadessa. Mère Marie o, meglio, soeur Marie, come preferisce farsi chiamare, è una donna gioviale sulla sessantina, che ogni giorno, fra l’altro, provvede a portare dalla clausura allo spartano refettorio dell’hôtellerie le vivande cucinate dalle consorelle per la colazione, il pranzo e la cena. La struttura, adibita al soggiorno di turisti o pellegrini, dispone in tutto di ventisette camere, per lo più singole, arredate tutte allo stesso modo: ampio letto, scrittoio, poltrona e cassettone ottocenteschi.

In una sorta di vano, poi, un lavabo con specchio, mentre i restanti servizi igienici e le docce sono comuni e dislocati su ogni singolo piano. Ma, in un tale contesto, non costituisce affatto un peso l’adeguarsi a costumi morigerati, con spazi di condivisione, nel rispetto della pace e della contemplazione.

D’altra parte, gli stessi prezzi richiesti sono quanto mai economici: se per la pensione completa si pagano 45 euro al giorno, sono 25 quelli da versare per il pernottamento con prima colazione. A non avere d’altronde prezzo è quel clima abbastanza unico e intimamente familiare, di cui s’è finora parlato. Il clima de La Rochette.