Superbipopulismo Sul bonus 110, il Pd dovrebbe pronunciare meno critiche e più autocritiche

C’è un solo partito in Italia che sul megaincentivo, come su tutto il resto, ha tentato di dare ragione sia a Draghi sia a Conte. Il congresso dovrebbe essere una buona occasione per chiarirsi le idee

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Si può sostenere che il Superbonus 110 per cento sia stata una misura rovinosa, per le ragioni spiegate tante volte da Mario Draghi, e si può sostenere al contrario che sia stata una scelta giusta, con gli argomenti usati tante volte da Giuseppe Conte: nella libertà di espressione rientra a pieno titolo il diritto di avere torto, nonché quello di scegliersi i propri punti di riferimento come meglio si crede. Tanto è vero che sia tra i partiti sia tra gli opinionisti non sono mancati i sostenitori di entrambe le tesi, con tutte le possibili sfumature intermedie.

C’è però un solo partito in Italia che abbia tentato di dare ragione, contemporaneamente, sia a Draghi sia a Conte – come del resto ha cercato di fare anche su tutto il resto – ed è, ovviamente, il Partito democratico. Tra tanti discorsi astratti su identità e valori della sinistra che ne appesantiscono il dibattito congressuale, suggerirei ai dirigenti del Pd di concentrarsi un momento anche su questo non piccolo paradosso.

Stefano Bonaccini è stato criticato dai suoi avversari interni per avere definito «capace» Giorgia Meloni, forse anche a causa dell’accostamento ai giudizi assai più impegnativi espressi lo stesso giorno da Enrico Letta in alcune dichiarazioni al New York Times (in cui il segretario uscente aveva detto tra l’altro che sul terreno economico Meloni sta governando «meglio di quanto ci si aspettasse», aggiungendo pure che nel rapporto con l’Europa aveva deciso di «seguire le regole» ed «evitato di commettere errori»).

In ogni caso, a mio parere la parte più interessante del ragionamento di Bonaccini non era nel giudizio su Meloni, ma nella conclusione, laddove invitava i suoi compagni a «usare misura» anche nelle critiche. Parole di cui non solo non ha motivo di vergognarsi, ma che dovrebbe far scolpire all’ingresso della direzione. Così da ricordarsele anche lui, ad esempio, quando attacca il governo sul Superbonus, senza accompagnare alla legittima critica una doverosa autocritica, da parte del Pd.

Merita però di essere segnalata anche l’argomentazione con cui giovedì sera Elly Schlein, a Piazza Pulita, ha ribattuto a quelle parole (quelle di Bonaccini, s’intende): «Non sono d’accordo con le dichiarazioni che ha fatto Stefano Bonaccini, perché ieri eravamo in Parlamento a votare contro un decreto che ha solo lo scopo di rendere più difficile salvare le persone dal mare, giusto per fare un esempio, quando altre 73 persone sono morte annegate e sono state ritrovate sulle sponde libiche il giorno precedente».

Proprio così: «Un decreto che ha solo lo scopo di rendere più difficile salvare le persone dal mare». Cioè esattamente quello che aveva fatto Conte fino solo a qualche mese prima che Nicola Zingaretti lo definisse «un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste», altro che «capace» (anzi, per la verità il decreto varato dall’esecutivo gialloverde lo rendeva ben più difficile, salvare vite in mare, ma tralasciamo i dettagli). In compenso l’elenco delle malefatte del governo Meloni stilato da Schlein proseguiva, tra l’altro, con l’autonomia differenziata e i condoni: praticamente il programma del primo governo Conte, cioè proprio il leader con cui tutto il Pd (chi più chi meno, e ovviamente Schlein tra i più) vorrebbe quanto prima tornare ad allearsi.

Il problema però non sono le alleanze. Il problema sono le scelte. Il punto è che quello che vale per il Superbonus vale per i decreti sicurezza (vecchi e nuovi) e prima ancora per gli accordi con la Libia. Ogni scelta, in politica, può essere rivendicata come giusta, può essere difesa come un male necessario e può essere criticata come nefasta. L’unica cosa che non si può fare, se non si vuole perdere la faccia, è passare da un estremo all’altro a seconda delle convenienze e del nome del presidente del Consiglio, del ministro dell’Interno o del ministro dell’Economia. Cosa che il Pd ha fatto in questi anni sistematicamente, non solo sulle questioni appena citate, ma praticamente su tutte le questioni oggetto di dibattito, dalla prescrizione all’Ilva, dal reddito di cittadinanza al taglio dei parlamentari.

Per quanto riguarda il Superbonus c’è però un’ulteriore aggravante, date le cifre spropositate in ballo. Ed è che il principale e pressoché unico risultato costantemente rivendicato dai dirigenti del centrosinistra a merito storico dei governi dell’Ulivo, da trent’anni a questa parte, era proprio il rigore nella difesa dei conti pubblici.

Alle primarie del Pd mancano ormai pochi giorni, e personalmente mi auguro siano l’occasione di un rinnovamento e di un rilancio del partito, ma senza il coraggio di fare un po’ di chiarezza, fissare alcuni principi e tenerli fermi indipendentemente dai governi, dagli alleati e dalle convenienze, non c’è bonus facciate che basterà a coprire le crepe.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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