Il Carnevale di EllyOra sono tutti con Schlein, ma lei dovrà fare attenzione a non perdere pezzi del Pd per strada

La leader votata dal 53,8 per cento degli elettori rischia di avere contro una parte non così piccola del partito: alcuni sono già usciti, altri l’aspettano al varco, soprattutto sugli aiuti all’Ucraina

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L’ebbrezza della vittoria fa volare di gioia Elly Schlein, comprensibilmente strafelice dell’inatteso risultato delle primarie e galvanizza le prime, seconde e terze file che si vanno accalcando dietro di lei già pregustando ruoli più o meno importanti ma comunque da loro non previsti fino a domenica.

Quando una volta l’allora newcomer disse che non ci sarebbero mai stati gli schleiniani – dopotutto, sarebbe stato difficile anche solo pronunciare bene la parola – si sbagliava: da ieri sono tutti schleiniani in ossequio a una prassi immemorabile che prevede la famosa corsa a salire sul carro dei vincitori, e per molti anzi si tratta solo di incassare il dividendo magari per interposto familiare: ed è in base a questa logica che si parla insistentemente di Michela Di Biase, moglie di Dario Franceschini (forse concausa dello strano posizionamento del marito dietro la movimentista Elly) come capogruppo alla Camera – Debora Serracchiani ha praticamente già rimesso il mandato nella consapevolezza che quella postazione tocca a uno di Elly.

Comunque “Dario” aveva visto giusto quando diceva in giro che la gente vuole la novità, ha puntato e ha vinto, e questo lo candida naturaliter a uomo forte del “nuovo Pd”. Lei, Schlein, vuole anche il capogruppo del Senato – qui si parla di Francesco Boccia, gran regista organizzativo della scalata – e una segreteria “monocolore” formata da donne e uomini nuovi e meno nuovi (nel frullatore dei nomi: Marco Furfaro, Rosella Muroni, Marco Sarracino, Chiara Braga, Chiara Gribaudo, Marta Bonafoni – più improbabile il capo delle Sardine Mattia Santori).

Tutto bene? No. No, perché Elly ha certamente vinto – il 12 l’incoronazione alla Assemblea Nazionale – ma un vincitore (o una vincitrice) intelligente proprio perché è forte non dovrebbe esagerare. È quello che le consiglia Franceschini, mentre Boccia è per non fare prigionieri.

Il Pd non è di proprietà di Elly Schlein. E non solo perché ha preso il 53,8 per cento – non il settantacinque per cento di Veltroni o il sessantasette di Renzi e nemmeno il sessantasei di Zingaretti – cioè il minimo storico per un segretario eletto, ma poi perché in numeri assoluti la sua è stata la performance peggiore, non foss’altro per il fatto che i votanti sono stati sensibilmente meno delle altre volte, un milione e centomila: per l’esattezza ha preso 587.010 voti contro i 505.032 del suo rivale. Ora quel quarantasei per cento di Stefano Bonaccini in buona parte è destinato a migrare verso la nuova leader ma costituisce pur sempre un’area di una certa importanza, oggi e domani.

Quando i coriandoli e le stelle filanti del gran Carnevale di Elly saranno state spazzate via dalle scope della politica resterà comunque un pezzo di Partito democratico, e di elettorato del Partito democratico, che non sarà con lei, magari senza farle la guerra (per fare la quale occorrono generali e colonnelli di cui i riformisti dem oggi non dispongono), ma di cui farà bene a tenere conto.

I contraccolpi della vittoria della deputata bolognese al momento sono imprevedibili e probabilmente nelle prossime settimane saranno poca cosa: ieri Giuseppe Fioroni, ex dirigente del Ppi, della Margherita e componente della prima segreteria di Walter Veltroni, ha lasciato il partito e sta lavorando con altri cattolici democratici ad una sua struttura che forse cercherà spazio nel Terzo Polo. Mentre Giorgio Gori ha fatto un ragionamento molto lineare: ora si resta nel Partito democratico e vedremo le scelte che Schlein farà, chiarendo che (l’esempio è cruciale) se sull’Ucraina la neosegretaria dovesse modificare la posizione atlantista e favorevole al sostegno militare a Kyjiv a quel punto restare nel partito diverrebbe insostenibile.

È lo stesso ragionamento che va facendo il nome di maggior peso dei riformisti, quel Lorenzo Guerini che da ministro della Difesa ha costruito praticamente l’appoggio militare al Paese occupato da Putin: il giorno che il Partito democratico schleiniano dovesse votare contro un nuovo invio di armi Guerini lascerebbe l’aula. E forse non solo l’aula, ma il partito.

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