Crisi di vocazioneIl minoritarismo della sinistra e la lunga strada per creare un’alternativa a Meloni

Al momento non ci sono le condizioni per mettere potenzialmente assieme un fronte antigovernativo. Mancano il leader, le alleanze e uno straccio di idea politica

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Walter Veltroni è abbastanza (molto) affranto per l’incapacità della sinistra, o del centrosinistra, di ritrovare la strada. Non si fa altro che litigare, persino dopo un voto catastrofico che in teoria – diciamo noi – dovrebbe favorire un soprassalto di responsabilità e costruttività, mentre la destra stragoverna. Ieri hanno litigato persino Enrico Letta e Andrea Orlando perché il primo aveva osato esprimere un po’ confusamente un relativo apprezzamento per Giorgia Meloni. Ma per il fondatore del Partito democratico il problema è ben più profondo delle quotidiane baruffe tra leader e semi-leader. 

Il ragionamento torna sempre lì da dove germinò nell’ormai lontano 2008, dall’assillo della sinistra di superare una volta per tutte il minoritarismo che l’ha sempre accompagnata per competere sul serio per il governo del Paese: la sfida fu persa ma le basi erano state poste. Almeno parzialmente. Poi andò come andò. Anche perché – è il centro del ragionamento di Veltroni – «non si è mai scelto con chiarezza il bipolarismo, nella scorsa legislatura ci sono state tre maggioranze diverse: l’astensionismo nasce quando i cittadini non sono sicuri dell’uso che si farà del loro voto». 

La destra invece ha capito come funziona. E infatti alle comunali, alle regionali, alle politiche si presenta unita, e vince, giocando la sua partita entro un campo che per quanto pieno di buche è evidentemente più maggioritario che proporzionale. Può non piacere ma è così. 

Se negli ultimi anni era apparso sulla scena politica e anche intellettuale una sorta di necessità di tornare al sistema proporzionale rispettando le specificità di soggetti vecchi e nuovi, le Regionali di domenica hanno aperto gli occhi su una realtà diversa: che divisi si perde. Ognuno coltiva il suo orticello tentando di fregare voti a quello che sta più vicino. Lo stesso Pd è una federazione di correnti, armate le une contro le altre. Non sembra nemmeno più un soggetto unitario. Fino a quando durerà questa condizione di egoismo dei gruppi dirigenti?

Dopodiché si entra nel magico mondo delle domande sulle reali politiche dei tre soggetti dell’opposizione, cioè delle condizioni per mettere potenzialmente assieme un fronte antigovernativo, specie in Parlamento. Altra cosa, ben più difficile, è costruire una proposta di governo credibile senza ammucchiate come quella “da Turigliatto a Cossiga” che poi non riescono a governare. È un rompicapo.

Resta infatti da capire chi sia di centrosinistra e chi no. Chi sia interessato a battersi contro la destra e chi no. E resta inevasa la domanda di fondo che Walter Veltroni, attento a non immischiarsi nelle diatribe della politica politicante, non si pone: qual è oggi il soggetto, o il leader, in grado di effettuare almeno una ricognizione per porre le basi di un’alternativa al governo Meloni? La risposta è fin troppo facile: non c’è nessuno oggi in grado di fare quello che fece appunto il Pd del 2008, cioè fornire una offerta politica unitaria in grado di competere con la destra. Può darsi che in fondo all’anima delle opposizioni di oggi ci sia un non detto: aspettiamo tempi migliori. 

La stessa idea di sinistra oggi va completamente ripensata ma non demolita, «una sinistra aperta – ha detto Veltroni alla presentazione del libro di Aldo Schiavone Sinistra! Un manifesto – alla ricerca di «un nuovo pensiero, senza rimpiangere un tempo che era meraviglioso e che comunque, certo, non tornerà mai più». Ma il tempo nuovo stenta a nascere, con questi gruppi dirigenti che litigano e questi partiti che non quagliano mai.

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