La tirannia della giustiziaLa dittatura di Stato nelle Filippine e la lezione del Premio Nobel Maria Ressa

Nella prefazione di "Come resistere a un dittatore" (La Nave di Teseo), Amal Clooney racconta la lotta della coraggiosa giornalista che ha denunciato il modo subdolo in cui il regime autocratico di Manila limita la libertà dei cittadini: attraverso le leggi, il controllo della polizia e la nomina dei procuratori

LaPresse

Se pensiamo a un supereroe, difficilmente ci verrà in mente una donna alta un metro e sessanta con una penna in mano. Eppure, oggi, i giornalisti che vivono sotto regimi autoritari hanno bisogno di superpoteri. Rischiano ogni giorno la reputazione, la libertà e – in certi paesi – persino la vita. Maria Ressa è una di loro. Dire che Maria combatte contro le avversità è un eufemismo. 

In un regime autocratico, l’avversario di un giornalista è lo stato, che fa le leggi, controlla la polizia, nomina i procuratori e allestisce le carceri. Che possiede online un esercito di bot pronti a diffamare e screditare chiunque sia considerato un avversario. Che ha il potere di far chiudere stazioni televisive e siti web. E, cosa più importante, che per sopravvivere ha bisogno di controllare la narrazione. Per lo stato autocratico è vitale che di ogni storia circoli una sola versione.

Come disse una volta un famoso filosofo, non c’è tirannia peggiore di quella perpetrata dietro lo scudo della legge e in nome della giustizia. 

Eppure, sotto la presidenza di Duterte, il governo filippino non ha esitato a strumentalizzare la legge per intimidire coloro che percepiva come avversari. Le autorità hanno revocato la licenza della testata diretta da Maria e intentato contro di lei cause civili che rischiano di mandarla in rovina. Le molte cause pretestuose che deve affrontare potrebbero condannarla a trascorrere il resto della vita dietro le sbarre.

Non perché abbia commesso qualche reato, ma perché i leader del suo paese non accettano critiche. Di fronte a tutto questo, Maria aveva solo due alternative: restare al sicuro assecondando il governo o rischiare tutto per fare il proprio lavoro. Non ha esitato a scegliere la seconda e so che non si arrenderà mai.

Nel corso della storia, alcune delle voci più importanti della società sono state perseguitate. Gandhi, Mandela e Martin Luther King sono stati processati per aver criticato il proprio governo. In India, durante il suo processo penale per sedizione, Gandhi disse al giudice di non volere pietà per essersi opposto a un governo che calpestava i diritti umani: “Sono qui […] per sollecitare la pena più alta che mi si possa infliggere e accettarla lietamente,” dal momento che “rifiutarsi di collaborare con il male è un dovere tanto quanto collaborare con il bene.”

A seguito di queste sue parole, trascorse due anni in prigione ma rese la società indiana più giusta. Mandela fu arrestato quando le sue opinioni dispiacquero al governo: l’accusa fu di alto tradimento e scontò ventisette anni di prigione, ma sconfisse la piaga dell’apartheid.

La vicenda di Maria è una di quelle che definiranno il nostro tempo. I dati raccolti negli ultimi anni indicano che oggi nel mondo vengono incarcerati e uccisi più giornalisti che mai, e che le autocrazie sono più delle democrazie. Per questo Maria si rifiuta di lasciare il suo paese ed è determinata a difendersi dalle accuse. Sa che una voce indipendente come la sua è sempre utile, ma quando gli altri tacciono diventa essenziale. Si offre come esempio per chiunque altro abbia il coraggio di parlare. Perché se Maria, che è cittadina americana e ha vinto un premio Nobel, può essere condannata al carcere per aver fatto il suo lavoro, che possibilità ci sono per gli altri?

È ironico che i leader autocratici siano spesso definiti “uomini forti”, quando non sanno tollerare il dissenso né consentire uno scontro ad armi pari. Si dovrebbe al contrario celebrare la forza di coloro che vi si oppongono, anche quando sono alti solo un metro e sessanta.

Elie Wiesel ci ha avvertiti: potranno esserci tempi in cui non saremo in grado di evitare le ingiustizie, ma non dovrà mai esserci un tempo in cui mancheremo di protestare. L’eredità di Maria si farà sentire per generazioni, perché lei non ha mai esitato a protestare e cercare di orientare verso la giustizia la traiettoria della storia. 

E quando i giovani filippini studieranno la storia del loro paese, scopriranno che il primo filippino insignito di un premio Nobel per la pace era una giornalista coraggiosa e determinata a dire la verità. Mi auguro, per il bene delle generazioni future, che il suo esempio sia loro di ispirazione.

Da “Come resistere a un dittatore” di Maria Ressa, La Nave di Teseo