Cambio culturaleL’impatto sul clima della settimana corta va al di là delle emissioni e del traffico

Esistono diversi benefici indiretti che confermano la compatibilità dei quattro giorni lavorativi con le esigenze del nostro pianeta. A partire dalle abitudini di consumo

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A febbraio sono stati pubblicati i risultati del più ampio studio mai condotto sulla «settimana corta». La sperimentazione, che si è svolta nel 2022, è durata sei mesi e ha coinvolto 2900 dipendenti di varie aziende localizzate soprattutto nel Regno Unito. Ha suggerito che lavorare quattro giorni anziché cinque, a parità di stipendio, riduce lo stress dei lavoratori e mantiene invariata la produttività (che, anzi, in alcuni casi è aumentata). Terminato lo studio, che è stato coordinato dall’organizzazione no profit 4 Day Week Global e dal centro studi Autonomy, cinquantasei delle sessantuno aziende coinvolte hanno deciso di mantenere la riduzione delle ore di lavoro; diciotto in modo definitivo. 

I risultati non sono del tutto inaspettati. Sperimentazioni sugli effetti della settimana lavorativa di quattro giorni sono state condotte con risultati analoghi, seppure su campioni più contenuti, in Islanda, Stati Uniti, Irlanda, Belgio, Spagna, Giappone. Anche in Italia se ne parla, e alcune aziende hanno già testato l’iniziativa in modo indipendente. Un migliore equilibrio tra vita privata e lavorativa è il principale vantaggio che emerge dai vari studi. C’è però anche un altro potenziale punto a favore: l’impatto positivo sull’ambiente, che può aiutarci a frenare gli effetti della crisi climatica. 

Gli effetti sulle emissioni e sul traffico
Nel corso degli anni è stato dimostrato da diversi studi: ridurre l’orario di lavoro porterebbe a una diminuzione delle emissioni di gas a effetto serra e dell’inquinamento. Lo sostiene tra gli altri uno studio recente relativo al Regno Unito, firmato dall’organizzazione ambientale Platform London e da 4 Day Week Campaign: passare alla settimana lavorativa di quattro giorni entro il 2025 ridurrebbe le emissioni del Paese di centoventisette milioni di tonnellate all’anno. Sarebbe come togliere dalle strade ventisette milioni di aiuto, praticamente l’intera flotta di mezzi privati del Regno Unito. 

In Italia i trasporti sono responsabili di più del venticinque per cento delle emissioni di gas serra e un recente studio di Enea (ne abbiamo parlato qui), condotto su un campione di 1.269 lavoratori della pubblica amministrazione a Roma, Torino, Bologna e Trento, ha calcolato che per ogni giorno senza spostamento casa-lavoro si potrebbero evitare sei chili di emissioni dirette di CO2 in atmosfera. Lo studio di Enea si riferisce in realtà allo smart working, ma ci sono buone ragioni per pensare che la riduzione di emissioni si verificherebbe anche se quel giorno di lavoro a distanza (in cui, dunque, si è obbligati a rimanere a casa) fosse in realtà un giorno libero. 

Dopo che in Francia venne promossa una riduzione del tempo lavorativo settimanale a trentacinque ore, uno studio notò che le persone tendevano a spendere il tempo libero extra così recuperato in attività a basso impatto ambientale. Lo stesso emerge da altri studi sullo stesso tema e anche dai dati raccolti nell’ampia sperimentazione sulla «settimana corta» citata in apertura di questo articolo. 

La maggior parte dei lavoratori coinvolti in quello studio ha infatti dichiarato di aver usato il giorno libero in più per occuparsi di faccende pratiche di vario tipo: riparazioni in casa, pulizie domestiche, visite mediche, fare la spesa. Altri hanno detto invece di aver trascorso il tempo con i figli piccoli o di essersi dedicati ad attività gradite: dalla cucina allo sport, dalla musica al volontariato. 

Anche i consumi calano. Non solo in ufficio
Lavorare un giorno a settimana in meno comporterebbe anche una riduzione di tutti i consumi che tipicamente si registrano tra le pareti di un ufficio: basti pensare a computer, luci, stampanti, ascensori, aria condizionata, riscaldamento. Dopo aver sperimentato la settimana lavorativa di quattro o tre giorni nel 2019, Microsoft Giappone ha notato che, rispetto ai dati relativi allo stesso periodo del 2016, i consumi elettrici si sono ridotti del 23,1 per cento e il volume di stampa del 58,7 per cento. 

Anche una ricerca svedese del 2015 sostiene che ridurre soltanto dell’un per cento l’orario di lavoro porterebbe a una diminuzione dello 0,7 per cento dei consumi energetici. Continuando a comprimere gradualmente le ore di lavoro fino ad arrivare a trenta ore settimanali nel 2040, sarebbe più facile raggiungere gli obiettivi climatici.

L’aspetto interessante è che secondo diversi esperti la «settimana corta» non ridurrebbe soltanto i consumi all’interno degli uffici, una conseguenza abbastanza prevedibile, ma anche fuori. Ciò non accadrebbe se i lavoratori usassero il loro venerdì libero, ad esempio, per fare più viaggi in aereo, per fare più shopping o per guardare tutto il giorno la tv sotto il getto costante dell’aria condizionata. Le scelte individuali giocano un ruolo importante, ovviamente, ma come accennato molte indagini hanno già notato che le persone con maggiore tempo libero a disposizione sono state (o sarebbero) propense a spenderlo in attività a basso impatto ambientale. 

Ma non si tratta solo di questo. Secondo Laurie Mompelat, ricercatrice e autrice di report presso l’organizzazione ambientale Platform London, il passaggio a una settimana lavorativa di quattro giorni con una paga equa garantita, spingendoci a dare più spazio e importanza alle relazioni, alla cura e al riposo, cambierebbe in qualche modo la scala dei valori della società e, di riflesso, anche le nostre abitudini di consumo. 

È una tesi simile a quella descritta dal professore di Economia politica ed Economia sociale all’Università di Siena Stefano Bartolini nel libro “Ecologia della felicità” (Aboca edizioni): vivere più felicemente frenerebbe la cosiddetta crescita difensiva, che potremmo riassumere come la spinta a consumare e ad acquistare beni in risposta alla mancanza di una rete sociale adeguata, di città sicure e vivibili, di soddisfazione lavorativa e personale, eccetera. 

Salute psicofisica e benefici ambientali indiretti
L’impatto ambientale positivo della settimana lavorativa corta avverrebbe indirettamente anche a partire dai benefici sulla salute. Il calo dello stress e l’aumento del benessere psicofisico, due condizioni favorite dalla «settimana corta», sono state collegate tra le altre cose a un migliore funzionamento del sistema cardiovascolare e del sistema immunitario. Insomma: se si vive meglio, ci si ammala meno. Come notato da uno studio del 2019 della University of Adelaide, un aspetto chiave per ridurre le emissioni di carbonio del sistema sanitario sarebbe proprio quello di diminuire gli accessi degli utenti. 

L’ipotetico passaggio (dove possibile) alla «settimana breve», comunque, dovrebbe rientrare evidentemente in un quadro più ampio di interventi e cambiamenti. Anche culturali. Per ridurre l’orario di lavoro mantenendo una paga equa, è necessario avere già in partenza una paga equa: un aspetto non scontato. 

Per evitare che l’eliminazione di un giorno lavorativo si traduca in quattro giorni di superlavoro, poi, serve una buona organizzazione e un efficientamento dei processi: anche questo non è scontato, soprattutto in Italia. Allargando ancora lo sguardo, per dare davvero la possibilità alle persone di trascorrere il loro tempo libero extra in attività a basso impatto, bisogna pensare le città in modo diverso: con più spazi verdi, più luoghi di condivisione e più percorsi pedonali e ciclabili.

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