Lusotropicalismo 2.0L’autocandidatura del Portogallo, da sola, non basterà a risollevare le relazioni tra Ue e Africa

L’ambizione di Lisbona, che ha storicamente mantenuto relazioni cordiali con le sue ex colonie, nasce soprattutto dalla mancanza di alternative. Per invertire il semi-divorzio in corso con l’Europa, vanno sanati anni di ambivalenza e sfiducia, alimentate dalla disinformazione russa e cinese

Una bandiera portoghese al vento
AP Photo/Armando Franca

Al summit tra l’Unione europea e l’Unione africana di quest’anno, il ministro degli Esteri portoghese João Gomes Cravinho ha dichiarato che il Portogallo intende avere «un ruolo centrale nell’aiutare l’Unione europea a capire cosa sta cambiando nel continente africano e come adattare il suo approccio per supportare la pace, la sicurezza e la stabilità in Africa».

Il nuovo protagonismo di Lisbona nelle relazioni tra Africa ed Europa è l’ennesimo tentativo dell’Unione di mantenere la propria influenza sul continente africano di fronte all’avanzata di altre potenze (due su tutte, la Russia e la Cina), sfruttando a proprio favore il recente passato coloniale portoghese, il suo lascito diplomatico e la sua influenza sull’identità dei portoghesi.

Per la maggior parte delle nazioni europee, «il periodo degli imperi coloniali si concluse poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Per il Portogallo, invece, finì nel 1974», con la caduta del regime di Salazar, spiega a Linkiesta Mohammed Nadir, professore dell’Università federale di Abc in Brasile ed esperto in relazioni luso-africane.

«Di fronte a questo cambio di paradigma, il Portogallo entrò nell’Unione europea, dalla quale era stato escluso, ma non abbandonò completamente l’Africa», aggiunge, sottolineando come di fatto il Portogallo sia riuscito nel tempo sia a mantenere relazioni amichevoli con le sue ex-colonie, che a partecipare a un grande numero di missioni multilaterali nel resto del continente.

Al di là della storia recente, la candidatura del Portogallo a intermediario privilegiato nelle relazioni tra Africa e Unione Europea nasce soprattutto dalla mancanza di alternative plausibili. «Le difficoltà delle potenze europee nel relazionarsi con le loro ex-colonie sono ben evidenti, come dimostra la crisi tra il Regno Unito e lo Zimbabwe e le ostilità delle ex-colonie francesi, belghe e italiane nei confronti dei colonizzatori. Non vedo molte altre alternative al Portogallo, forse solo i Paesi scandinavi, per il fatto di non aver avuto colonie in Africa», spiega il professore.

A questa situazione si aggiunge il fatto che la stessa identità portoghese si basi ancora oggi sul lusotropicalismo, una pseudo-teoria inventata dal sociologo brasiliano Gilberto Freyre e adottata dal regime salazarista. Secondo Freyre, i portoghesi sono stati “migliori” colonizzatori rispetto al resto degli europei perché più umani, amichevoli e disposti a integrarsi con le popolazioni autoctone.

Inoltre, «i portoghesi nutrono ancora un fortissimo immaginario nazionale legato al periodo delle “scoperte”, che di fatto non è niente più che una vera e propria violenta espansione coloniale in America, Asia e Africa. Questa narrazione eroica è ancora oggi dominante nella cultura portoghese», aggiunge Nadir.

Non sorprende quindi che, a differenza di molti altri capi di Stato europei, nessun primo ministro o presidente della Repubblica portoghese abbia mai chiesto scusa  alle sue ex-colonie (a eccezione del premier António Costa, che si è limitato a scusarsi con il Mozambico per il massacro di Wiriyamu, che provocò quattrocento morti tra i civili nel 1972).

Per giustificare l’utilità dell’intervento portoghese, il ministero degli Esteri Cravinho ha sottolineato che non bisogna «dimenticare che i flussi di rifugiati e migranti illegali che entrano nell’Unione europea spesso arrivano a causa di guerre e violenze che impediscono loro di continuare e vivere nei loro Paesi in Africa».

Le zone dove è necessario intervenire con più urgenza, secondo il ministro, sono il golfo di Guinea, dove si concentrano numerose attività della criminalità organizzata internazionale, il Sahel, vittima di attacchi jihadisti e del cambiamento climatico, la Repubblica Centrafricana, dove la guerra dura da più di dieci anni, e la Repubblica Democratica del Congo, dove il conflitto del Kivu si è riacceso nel 2015.

Nonostante la proposta di Cravinho, «non vedo come il Portogallo possa modificare i profondi cambiamenti geopolitici e il semi-divorzio tra l’Unione europea e l’Africa», precisa l’esperto. Malgrado i suoi sforzi, infatti, al momento l’Europa non può competere con l’influenza che la Cina, la Russia e, in minor misura, anche la Turchia e l’India esercitano in Africa.

Dal 2008, infatti, la Cina è il primo partner economico del continente africano grazie anche al successo del «modello Angola» (che, ironicamente, è un’ex-colonia portoghese), attraverso il quale offre aiuti finanziari ai Paesi africani in cambio dello sfruttamento delle loro risorse. Inoltre, «Xinhua (l’agenzia d’informazione dello Stato cinese, ndr) ha chiuso la sua sede a Parigi per trasferirla a Nairobi (la capitale del Kenya) e non esiste nessun mezzo di comunicazione che abbia tanti giornalisti in Africa come la televisione pubblica cinese (Cctv)», ha raccontato il professore di giornalismo ed esperto in disinformazione Dani Madrid-Morales a El País.

Dal canto suo, la Russia ha riallacciato i contatti con gli Stati africani nel 2019, data del primo summit russo-africano, mentre l’arrivo del gruppo Wagner nell’Africa sub-sahariana risale al 2017 e continua a trovare pochi ostacoli. Anche la Turchia e l’India hanno intensificato i loro rapporti con i Paesi africani: negli ultimi vent’anni, la Turchia è diventato il quarto Paese per numero di ambasciate in Africa, mentre l’India è diventato una delle cinque nazioni che hanno investito di più nel continente negli ultimi anni (circa 74 miliardi di dollari).

«[L’Europa e gli Stati Uniti] spesso faticano a capire la natura delle controverse relazioni tra le nazioni africane e Mosca, che non le “tratta con sufficienza” rispetto all’idea di democrazia e fa leva sulla nostalgia per il suo passato sovietico per invocare una strada diversa da seguire», hanno spiegato due ricercatrici dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Lucia Ragazzi ed Eleonora Tafuro Ambrosetti.

Malgrado sulla carta il Portogallo sia un ottimo candidato, è difficile quindi che da solo riesca a risollevare le sorti delle relazioni tra l’Africa e l’Unione Europea dopo anni di ambivalenza, sfiducia e sospetto nei confronti delle ex-potenze coloniali europee, alimentati anche dalla disinformazione russa e cinese.