Magione padronaleLe città occidentali sono diventate sempre più esclusive e inaccessibili

Saranno pure meglio che altrove, ma i nostri centri urbani si sono trasformati in luoghi che si reggono sulla scorta del lavoro dei più al servizio di pochi, in un circolo discriminatorio ormai assuefatto a sé stesso

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Non sono davvero meglio le metropoli insorte nel mondo sottosviluppato come oscene rinnegazioni maligne dell’arretratezza rurale di prima. Anzi, è sicuro che nei formicai africani e asiatici e negli oceani di baracche oltre le coste cintate del benessere occidentale si sta molto peggio. Tanto è vero, banalmente, che è da là verso qua, non il contrario, che si muove l’umanità migrante. Ma guardiamola bene, questa città del nostro mondo. Che altro è in concreto, infatti, se non la complicatissima e costosissima organizzazione che in modo forzato e ingrato assicura un decoro posticcio, buona illuminazione, aria climatizzata e un comfort da resort in mezzo al degrado a pochi isolati residenziali e a una lustra fungaia di uffici di rappresentanza?

Sarà pure meglio che altrove, ma resta che la città occidentale ripete il criterio della magione padronale e semplicemente ne moltiplica le metrature, identicamente ne reitera le discriminazioni: con una servitù numerosa impiegata a spolverare i locali cui non ha accesso se non a quel fine, dedicata ad alimentare il padrone con cibi che essa non può permettersi, impegnata a lavare e stirare abiti che non potrà possedere se non quando il proprietario li avrà dismessi, infine residente nell’area appropriata e periferica di quel palazzo della separazione di classe.

Non è diversa, appunto, la struttura della città occidentale: con aree inaccessibili ai più, piene di merci che i più non possono acquistare, piene di automobili che i più non posseggono ma tengono pulite e parcheggiano, piene di ristoranti di cui i più frequentano solo le cucine, insomma piene di un benessere che non è dei più ma che i più garantiscono ai pochi con il proprio lavoro.

Non serve una lente moralista per vedere in questa combinazione la realtà della città occidentale. L’ineccepibile lavorìo del profitto che apparecchia il pranzo del manager durante il closing del contratto milionario; l’esposizione fieristica che mette in rassegna le macchine utensili più avanzate, gli ultimi ritrovamenti della ricerca, le sorprese dell’intelligenza artificiale, e richiama delegazioni di investitori alloggiati negli hotel scintillanti; la girandola dei consulenti, degli addetti all’immagine, dei creativi che porta al successo l’ennesima iniziativa dell’eventificio cittadino: tutto questo pregevole dispositivo non è che una parte, eminente ma quantitativamente modesta, della città occidentale, ed è un ingranaggio che funziona, non si dice sullo sfruttamento, ma sicuramente sulla scorta del lavoro di una moltitudine collocata a servigio, tecnicamente funzionale alla manutenzione della vita e dei possedimenti altrui. Una moltitudine che vive negli interstizi e delle briciole della città occidentale, e che mena un’esistenza dopotutto non molto diversa rispetto a quella dei contadini e dei lavoranti nelle casupole intorno al castello del signorotto.

È solo perché vi siamo immersi, è solo perché vi siamo abituati, se la città occidentale non ci appare per quel che è: una specie di inferno assuefatto a sé stesso, e nel centro la precaria simulazione di un paradiso che si affanna a bruciare soldi, soldi, soldi per credersi autosufficiente e originario.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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