Il dottore è coltissimo!Trent’anni di apostolato berlusconiano, ma la legittimazione è riuscita solo su Retequattro

L’essenza della guerra santa all’egemonia della sinistra svelata in una chiacchierata di metà anni Novanta con un adepto del Cavaliere

Claudio Furlan/LaPresse

Ricordo – metà anni ‘90 del secolo scorso – una chiacchierata con un esponente, allora poco in vista, di Forza Italia. Mi aveva chiamato dopo aver letto qualcosa che avevo scritto su un quotidiano con cui in quel periodo collaboravo (il Giornale, diretto da Vittorio Feltri).

Non ricordo esattamente di che cosa si trattasse, ma erano considerazioni vagamente critiche, per quanto tutt’altro che appuntite, sulle classi dirigenti del cosiddetto centrodestra, in particolare sui requisiti culturali non proprio eccellenti per cui esse si segnalavano. Quel funzionario di Arcore voleva spiegarmi che io mi sbagliavo, e chiedeva appunto di incontrarmi per convincermi dell’infondatezza di quelle mie considerazioni.

A me quel suo interesse appariva a dir poco sovradimensionato, e mi ero fatto l’idea – ingenerosamente, come presto avrei constatato – che un tipo così doveva aver davvero poco da fare se perdeva tempo con me e con quattro innocue stupidaggini stese su un paio di colonne non propriamente epocali.

Ci vedemmo, dunque, e parlammo di niente fin quando il mio interlocutore si decise a impugnare il fattaccio che l’aveva punto a chiamarmi: quel mio articolo – tanto per capirsi – sull’incultura del centrodestra. «Avvocato, guardi che lei si sbaglia! La cultura è molto importante per noi».

Mi fece l’impressione dell’oste che rivendica la qualità delle materie prime davanti al cliente che lascia tutto nel piatto, ed era così sguaiatamente plebeo quel suo modo di dire («la cultura»), così da pomeriggio in famiglia, così disarmante, che non trovai di meglio che rispondere che aveva sicuramente ragione lui, che sicuramente sbagliavo io, e che in ogni caso era solo un articolo di giornale e che non era proprio il caso che se ne facesse un cruccio. Non l’avessi mai detto.

Quel mio abbozzare, infatti, diede anche più carica alla brama di ripristino della verità di quel disciplinato agente, il cui compito non era censorio ma diciamo così apostolare. Io evidentemente non sapevo, ed era necessario che sapessi.

«Lei deve sapere, avvocato, che il dottore è un uomo coltissimo!»
Il dottore era Silvio Berlusconi.

A quell’altezza di tempo il profilo mignottocratico di quei ranghi politici non era ancora compiutamente formulato, ma nulla meglio di quello spassoso apoftegma («il dottore è un uomo coltissimo!»), nulla meglio del tono vibrante che me lo rinfacciava, nulla meglio del candore con cui quel poveretto si faceva adempiente al proprio incarico, spiegava l’essenza del berlusconismo e preconizzava il trentennio di poi: in buona sostanza, la santa guerra all’egemonia culturale di sinistra per il tramite della candidatura di venditori di morbidissime trapunte e fanciulle con curriculum 90-60-90, naturalmente con il rincalzo dell’informazione liberale che oddio c’è la caduta dei valori e gli immigrati prima ci portano le malattie e poi ci portano via il lavoro agli italiani e poi nelle scuole c’è la sinistra che fa la propaganda della droga e ai bambini gli spiega che non è vero che se si toccano diventano ciechi.

Il mio ospite si congedò, molto soddisfatto. L’avrei rivisto spesso, negli anni a venire, a Retequattro. Lì non serviva che spiegasse che il dottore è un uomo coltissimo. Lo sapevano già.

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