Freno anticapitalistaIl contributo comunista allo sviluppo dell’Italia e l’eredità che ci resta

Il simbolo con falce e martello è indubbiamente protagonista nella storia del nostro Paese, e i risultati si vedono nelle attuali manchevolezze sistemiche in materia di giustizia sociale, ordinamento del lavoro, economia

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L’atteggiamento narrativo con cui la tradizione comunista e post-comunista rappresenta sé stessa e il proprio rapporto con lo sviluppo italiano è perennemente biforcuto in due assunti reciprocamente infedeli: e cioè che essa tradizione avrebbe contribuito alla costituzione e legittimazione della parte migliore del nostro ordinamento sociale e civile, e che i difetti per cui esso tuttavia si è segnalato rappresentavano altrettante zone sottoposte al dominio di forze altrui, aree di arretratezza, di malgoverno, di torbidità politica, culturale e amministrativa che immoralmente repugnavano a un’infiltrazione democratica purtroppo non ovunque e non sempre pervasiva.
Erano insomma le cure apprestate da quella tradizione a formulare il profilo decente del Paese, a garantire la realtà di un sistema politico migliorabile ma dopotutto libero, di una giustizia sociale perfettibile ma quanto più avanzata rispetto al regime dello sfruttamento capitalista, di un ordinamento del lavoro ancora manchevole ma in ogni caso presidiato da diritti finalmente irrevocabili, di un’economia magari ancora esposta ai mai placati appetiti liberisti ma innegabilmente messa in sicurezza  dall’intervento pubblico che ne preservava l’eticità.
Su questa doppia inconsistenza storica e politica, e sulla inossidabile mistificazione che ne è l’inevitabile risultamento, si basa almeno mezzo secolo di pubblica rappresentazione che quella sinistra ha preteso di fare di sé stessa: la parte che non ha fatto dell’Italia un paradiso perché avversata da forze opposte e da una società irresponsabilmente renitente; la parte che ha tuttavia impedito all’Italia di trasformarsi nell’inferno che quelle forze avverse e quella società immatura avrebbero impiantato se appunto a contrastarne le ambizioni non fosse insorta e non avesse combattuto quella diversità tradizionale.
Ma quel sistema politico migliorabile era il sistema partitocratico di cui i comunisti e i post-comunisti erano parte costituzionale: non alternativa. La giustizia sociale indiscutibilmente costruita con il contributo dei comunisti e dei post-comunisti non era quella che rimuoveva le disuguaglianze: era quella che le remunerava con il risarcimento della redistribuzione e le perpetuava, diffondendole, con il diritto acquisito a una sanità pessima per tutti, a una scuola svaccata per tutti, a una pubblica amministrazione inefficiente per tutti.
Alle manchevolezze dell’ordinamento del lavoro poneva rimedio un sistema indubbiamente partecipato dai comunisti e dai post-comunisti: ma il sistema consisteva nel compensare quelle manchevolezze con sussidi, occhi chiusi sul lavoro nero e pensioni di adolescenza.
L’economia italiana resisteva bensì con il contributo dei comunisti e dei post-comunisti all’assedio del mercato libero e della concorrenza, questi nemici di ogni società genuinamente democratica: ma lo faceva come altrimenti non sarebbe stato possibile, cioè in modo perfettamente conseguente, assicurando allo Stato il 45 per cento dell’impresa italiana e curando che il potere pubblico mantenesse il doveroso monopolio sugli asset strategici, come il pomodoro pelato.
È vero che il contributo comunista e post-comunista è stato fondamentale per questo Paese. È una responsabilità molto grave: una responsabilità di cui gli eredi di quella tradizione, per tradizione, rifiutano di farsi carico.

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