Comizio in aulaMeloni rimpalla (ancora) il Mes e rischia di restarne fuori

Per la premier «non è il momento» e «non è nell’interesse dell’Italia», mentre la segretaria dem Schlein da Bruxelles ricorda che «ratificarlo non vuol dire chiedere l’attivazione». Di fronte all’ostruzionismo, la minaccia ventilata da alcune cancellerie è restituire la partecipazione del nostro Paese al meccanismo

Camera dei deputati - Comunicazioni di Giorgia Meloni sul prossimo Consiglio europeo
Roberto Monaldo/LaPresse

L’ordine del giorno prevedeva, sia alla Camera sia al Senato, le comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo che comincia oggi a Bruxelles. A Giorgia Meloni la doppia tribuna è servita, in pratica, per fare un comizio, richiamare all’ordine i “suoi” e ribadire la linea ortodossa su Mes, Pnrr, immigrazione, dopo settimane di frizioni nella maggioranza, soprattutto sul fronte leghista e soprattutto sull’ex fondo «salva-Stati».

Sul punto, il centrodestra cassa una mozione di Azione e Italia Viva per una ratifica rapida del Meccanismo europeo di stabilità, su cui Roma è rimasta isolata, unica a non convalidare lo strumento (a prescindere dal volerlo poi utilizzare o meno). «Sul Mes non ho cambiato idea», ribadisce Meloni. «Bisogna capire se questo sia il momento, per il Parlamento, di discutere questa materia. Ha senso che procediamo a una ratifica senza contesto?»

«L’interesse dell’Italia oggi è affrontare il negoziato sulla nuova governance europea con un approccio a pacchetto», motiva la presidente del Consiglio. Insomma, l’ennesimo rinvio. Di cui «mi assumo le mie responsabilità», rivendica Meloni. Sul Pnrr, nega ritardi o, se ce ne sono, è perché «abbiamo ereditato il piano». Attacca, al solito, il commissario europeo Paolo Gentiloni.

Se nelle sue arringhe la premier ha, metaforicamente, processato l’Unione europea, a Bruxelles non troverà un clima disteso sui dossier economici. Come scrive Repubblica, i continui rinvii italiani – finalizzati alla trattativa «a pacchetto» in cui far rientrare la riforma del Patto di stabilità – hanno indispettito gli altri contraenti. Su tutti, la Germania.

La minaccia di Berlino, che probabilmente è uno strumento di pressione, è quella di andare avanti senza l’Italia. L’ipotesi sarebbe restituire al nostro Paese i quattordici miliardi che ha già versato (la nostra quota vale 125 miliardi) ed escluderlo dal meccanismo. Sarebbe possibile? Il Mes non è previsto dai trattati, ma è un’associazione intergovernativa tra venti Stati. Anche su questo Meloni verrà sollecitata al Consiglio.

Un altro tema a cui l’agenda di Palazzo Chigi è assai sensibile è quello dei migranti. Incassata la riforma del Pact on Migration, che in realtà ha alcune criticità per un Paese di primo arrivo come il nostro, a Bruxelles si faranno probabilmente sentire le rimostranze di Polonia e Austria, contrarie ai ricollocamenti e intenzionate a impedire i cosiddetti «movimenti secondari». Sulla carta, con governi di destra-centro e centrodestra, dovrebbero essere alleati della premier.

A Bruxelles, ieri, c’era la segretaria del Pd, Elly Schlein. «Meloni mette in imbarazzo il Paese – ha detto Schlein –. Il governo blocca venti Paesi per ragioni ideologiche e per non dire la verità agli italiani: ratificare il Mes non vuol dire chiederne l’attivazione».

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