Il nuovo che non avanzaPerchè un partito dei liberaldemocratici non è più un lusso, ma una necessità

L’Italia ha bisogno di gruppi liberali, strutturati e democratici. Ma finché il sistema politico rimarrà ancorato a vecchie abitudini e storture, il Terzo Polo farà fatica a decollare

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Le difficoltà della prospettiva del Terzo Polo non sono legate soltanto alle diverse personalità dei due leader, ma alla contraddizione di presentarsi come la novità liberale in un sistema politico in cui rimangono vecchi vizi e anomalie della seconda Repubblica. Per questo, va riconosciuto che un partito liberaldemocratico è necessario. Non si spiegherebbe diversamente il fatto che, dopo il clamoroso insuccesso della “fusione” tra Azione e Italia Viva, ancora i sondaggi indichino questa preferenza degli elettori. Non è solo un segnale per Matteo Renzi e Carlo Calenda (che sembrano averlo colto, peraltro), ma è una insistenza che ha un significato.

Senza entrare in questioni terminologiche, si può ben dire che lo spartiacque del 1993/1994 separa un sistema basato sui partiti di derivazione costituzionale rispetto a un nuovo quadro, basato su gruppi privi di struttura e con personale politico accalcato sul leader che, per parte sua, seleziona i propri collaboratori e nomina in larga parte i rappresentanti in Parlamento. Il sistema dei partiti di estrazione ideologica ha avuto le sue infamie nel contesto di una democrazia bloccata dalla presenza di una parte politica storicamente legata alla Unione sovietica. È stato così facile concludere che quegli strumenti erano vecchi, inattuali, e appunto, infami.

Meriterebbe (prima o poi succederà) una difesa in chiave storica di un sistema che, bene o male, aveva accompagnato il miracolo economico, vinto la sfida terroristica più importante tra tutte le democrazie dell’Occidente, contribuito a sconfiggere la mafia stragista e attuato qualche riforma epocale per i diritti del singolo. E scusate se è poco.

Bisogna tuttavia chiedersi se veramente la causa della crisi politica italiana risieda nel modello del partito classico o, invece nella stessa democrazia bloccata, tralasciando per questa volta altre cause concorrenti. Una certa crisi della democrazia rappresentativa avviene anche in altri Paesi, ma in Italia essa è più profonda e con radici ben diverse. Al riguardo aveva le sue ragioni Giorgio Galli quando osservava che l’alternanza al potere non era una caratteristica aggiuntiva della democrazia rappresentativa, costituendone invece l’essenza stessa.

Se esaminiamo i sistemi di democrazia rappresentativa europei dove l’alternanza ha potuto funzionare (senza dimenticare che nella Repubblica Federale Tedesca la costituzione del partito comunista era vietata), vediamo che in Germania, Paesi Bassi e in altri Stati del centro-nord Europa, a parte la Francia, il sistema classico dei partiti tuttora funziona senza risultare né vecchio né inattuale. Anzi, in quei Paesi i partiti rimangono radicati nelle impostazioni ideologiche classiche, socialiste, liberali, conservatrici, cristiane e altre minori.

Non solo, ma in quei sistemi politici i partiti, associazioni volontarie aperte a tutti i cittadini, funzionano come collegamento con gli interessi della popolazione, ognuno per la propria parte, elaborando programmi e selezionando i dirigenti politici nelle sedi periferiche e congressuali.

Dunque, mentre in Europa i partiti costituiscono l’asse portante della democrazia rappresentativa, l’Italia si è discostata da tale modello: è l’unica democrazia occidentale che non si fonda su partiti a struttura democratica, come per la verità, prevede anche la Costituzione «più bella del mondo». Di qui per tutti gli ultimi trent’anni il sorgere e il succedersi di una congerie di associazioni, movimenti, gruppi che si costituiscono, si sciolgono, nascono e si rigenerano di volta in volta con diversi leader che tutto decidono con la modalità di un velleitario cesarismo.

In tale quadro dell’offerta politica si è reso più facile un voto emozionale di simpatia, con fortissime oscillazioni percentuali, mentre la vaghezza ideologica ha aperto il varco al cosiddetto populismo, che è la cultura politica prevalente nella seconda Repubblica.

E così dal fenomeno del partito proprietà personale del leader, che sceglie i propri rappresentanti in modo sovrano, si è via via giunti alle più diverse varianti con una specie di metamorfosi per cui la politica poco conta mentre conta il leader, spesso frutto di un accorto processo artificiale di costruzione dell’immagine nella quale i social e il mezzo televisivo hanno ruoli predominanti.

Secondo il semplicismo populista, si è oscillato tra il desiderio di una democrazia diretta dove, libera da alchimie politiche, si realizza un governo rafforzato nei suoi poteri, oppure, tout court, alla trasformazione in senso plebiscitario della democrazia rappresentativa, magari approdando a tentazioni di democrazia diretta. Così Di il partito è stato ridotto a comitato elettorale governato quando non direttamente dal proprietario, da oligarchie correntizie.

Lo stesso Partito Democratico, che era quel tanto che rimaneva più vicino al modello classico delineato da Maurice Duverger fino a Giovanni Sartori, corre il rischio di via via liquidare la propria struttura col sistema delle primarie, ben diversamente strutturato rispetto agli Stati Uniti. Aprendo ai non iscritti e ai movimenti, nella fase terminale del processo non iscritti portano infatti non iscritti sia alla segreteria che nei gruppi, per magari meglio predisporsi a più larghi campi e praterie.

Un partito strutturato e statutario dei liberali?
Nella nebulosa cangiante delle istituzioni politiche, nella vaghezza dei programmi mentre avanzano lobbies e caste (a cominciare dai magistrati “combattenti”), ciò che progressivamente è venuto a mancare in Italia è stato un dibattito, non di tweet. Un gruppo nuovo che si propone come liberale non può, dunque, che svolgere in primo luogo una difesa della politica, arte nobile, che può essere ignobile soprattutto quando manca la partecipazione responsabile e il popolo si estrania, come del resto avviene puntualmente e progressivamente in ogni consultazione elettorale.

Ma a una condizione: se si cerca discontinuità, non si possono mantenere, per comodità o per interessi oligarchici dissimulati, almeno in parte metodi elitari che hanno caratterizzato il modello che va appunto finalmente superato.

Renzi, che è odiato dal populismo trionfante, forse perché è uno degli ultimi politici di razza, comprende il passaggio d’epoca e ripropone il suo riformismo in una prospettiva liberale. Non era così all’inizio, ma l’esperienza e le sconfitte lo hanno reso più liberale, più garantista. Calenda è uomo politico solido che si è distinto per combattere i luoghi comuni e gli slogan, ma, come l’altro, non può affidarsi ancora all’idea del solo uomo al comando perché ciò porta a tatticismo sterile e magari ad errori. Meglio, così, accettare il confronto in un partito fatto di organi, assemblee e congressi anche dolorosi.

In politica la sconfitta di oggi può, d’altra parte, essere la vittoria del giorno dopo, quando il programma si sostanzia in un’offerta presentata con carattere distintivo e secondo premesse ideali che approdano al liberalismo. Si tratta, dunque, di indire congressi, approvare statuti non finti, e ricreare lo strumento partito, scalabile da iscritti, che costituisca e rafforzi un personale politico autonomo rispetto alla classe dei maggiordomi che tributano onore interessato al capo che li ha nominati.

Un rischio che hanno corso Tony Blair, Helmut Kohl, e tanti altri in Europa, e anche da noi, cito a caso, Alcide De Gasperi, vari segretari socialisti, Giovanni Malagodi e tanti altri padri, spesso fondatori o rifondatori di partito, che si sono accettati con funzioni di utile minoranza.

Si faccia un partito e si offra al Paese una novità politica rispetto alla fase in cui i partiti contano meno dei leaders e i leaders non si confrontano con le idee. Renzi e Calenda costituiscono comunque ancora una novità. Hanno in sorte di riportare il Paese nell’alveo della politica con uno strumento politico affine alla famiglia europea dei liberali rappresentati nel Parlamento Europeo, proponendo nel contempo un’offerta solida nel quadro non poco confuso dell’opposizione in Italia.

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