Waste in ItalyNon basterà il riciclo per mantenere il primato italiano nell’ecosostenibilità

Il nostro Paese è l’economia più circolare d’Europa, secondo l’ultimo rapporto Cen Enea, e lo è da cinque anni perché ha creduto per primo alla raccolta differenziata. Ma ci siamo fermati lì. E non abbiamo ancora capito che c’è anche molto altro in cui investire

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Dovremmo essere contenti che l’Italia si sia confermata come l’economia più “circolare” d’Europa, come certificato dal V Rapporto Cen Enea, da poco presentato. E invece è un risultato che lancia un allarme importante. L’Italia guida la classifica delle economie più riciclatrici dell’Unione Europea da cinque anni. Il primato non è quindi una novità. La novità è che, purtroppo, stiamo rallentando.

È vero, spiega il Rapporto Cen Enea, che è l’insieme del sistema Ue che ha rallentato, solo che la media dell’Unione parla di un arretramento del tasso di circolarità dello 0,1 per cento, mentre noi siamo arretrati del due per cento. Per capire che cosa sta succedendo bisogna andare a guardare più attentamente dentro i numeri. L’Italia costruisce il suo primato fondamentalmente sulla raccolta e riciclo dei rifiuti, dove abbiamo un tasso di riciclo del settantadue per cento con il cinquantatré per cento di media Ue: siamo quasi del cinquanta per cento sopra. Siamo il Paese che ricicla più rifiuti: novecento sessantanove kg per abitante (tutti di dati sono relativi al 2021), più della Germania, superata nel 2020 in valore assoluto (ma i tedeschi hanno un Pil maggiore, quindi il loro tasso di riciclo era già comunque inferiore), più di Francia, Spagna e Polonia.

Ma l’economia circolare non è il solo riciclo. In tutti gli altri settori che compongono la filiera dell’economia circolare infatti non solo siamo più indietro, ma stiamo perdendo ulteriormente terreno. L’indice di circolarità infatti è composto da sette indicatori: tasso di riciclo dei rifiuti; tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo; produttività delle risorse; rapporto fra la produzione dei rifiuti e il consumo di materiali; quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo totale lordo di energia; riparazione; il consumo di suolo. Perché questi ritardi?

Sul consumo di suolo c’è poco da dire, dopo quel che si è visto in Emila Romagna nelle scorse settimane. Sulla riparazione, abbiamo meno imprese impegnate della Spagna, e il loro numero è in calo. Sulla produzione di energia da fonti rinnovabili basta leggere le cronache dei ricorsi ai Tar contro pale eoliche e campi solari. Ma il punto più dolente è il tasso di utilizzo di materia prima secondaria. Qui siamo in fondo. Eppure, siamo un Paese manifatturiero, la seconda potenza industriale europea, quindi di materie prime ne abbiamo bisogno, ma ne siamo al tempo stesso molto poveri. E neppure la grande crisi dei prezzi delle materie prime del 2020 e 2021 ci ha spinto a invertire la rotta. Al contrario noi importiamo anche materie prime secondarie. Siamo per esempio il primo importatore europeo di biomasse. Ed è paradossale che mentre abbiamo un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti che ci permette di dominare da anni la classifica della circolarità, non siamo ancora riusciti a creare e sviluppare una filiera economia delle “miniere urbane”.

«Il fatto è che l’Italia negli ultimi cinque anni ha rallentato al contrario delle altre maggiori economie europee, Germania e Francia, Spagna e Polonia, che hanno iniziato a correre in materia di sostenibilità e di economia circolare – spiega Roberto Morabito Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’Enea – E correre, in questo caso, significa fare dell’Eco Innovazione il motore dell’economia».

Per misurare il tasso di eco innovazione l’Ue ha messo a punto un sistema di indicatori: l’Eco Innovation Scoreboard, che misura e quantifica una serie di indicatori raggruppati in cinque aree, tra cui gli input e gli output di eco innovazione. Gli input sono le risorse economiche, i finanziamenti, pubblici e privati, impegnati nello sviluppo di attività eco innovative. Gli output sono i risultati ottenuti, principalmente pubblicazioni e brevetti.

Potrà sembrare strano, rispetto a certi luoghi comuni, ma nei brevetti non siamo messi male. Sono i finanziamenti a latitare. Nella classifica europea degli output siamo un po’ più su della media europea anche se siamo scesi dal settimo al nono posto. Negli input invece, siamo al ventunesimo posto nella Ue a ventisette. Eppure, siamo la seconda industria manifatturiera dell’Unione. «I dati dicono che spendiamo il settanta per cento di quanto spendono in media i Paesi Ue – commenta Morabito – Questo vuol dire che, come sistema industriale, abbiamo un contesto abilitante molto povero. Questo dipende anche dalla prevalenza numerica di Pmi che non hanno forza e strumenti per investire da sole in innovazione e ricerca».

Vuol dire che abbiamo sì Enel, Eni, Barilla, ma il novanta per cento del nostro sistema produttivo è fatto di piccole e microimprese. Aziende poco strutturate, dove non ci sono risorse per figure specializzate: qui l’eco innovazione, la sostenibilità, le fa chi si occupa di produzione, chi fa gli ordini, o magari la contabilità. Insomma, l’eco innovazione delle imprese italiane è frutto di un adeguamento imposto a normative esterne a cui non ha però poi fatto seguito un cambiamento dall’interno dell’economia. Ecco perché la “circolarità” italiana si è fermata al primo stadio, quello della cosiddetta “end of pipe”, il punto finale del processo produttivo.

Come son state infatti introdotte a livello mondiale i primi fattori di sostenibilità nel sistema economico? Tassando e penalizzando le produzioni più inquinanti. Andando cioè a misurare gli effetti inquinanti di ogni processo produttivo. E successivamente premiando gli investimenti più green, e creando un sistema di compensazione come i certificati di Emissione di CO2, che dovevano rappresentare una fase transitoria. In sostanza, finché si è trattato di rendere più verdi i nostri prodotti, ci siamo riusciti in qualche modo, ma non abbiamo mai messo mano a ripensare tutti i passaggi precedenti del ciclo produttivo, dall’acquisizione delle materie prime, alla produzione in senso stretto e poi la logistica e la distribuzione. Cose che probabilmente i grandi gruppi tricolori, i soliti Enel, Eni, Barilla hanno già fatto, ma che non si trasmettono fino ai riami più lontani delle filiere.

«Ora l’Ue sta lavorando alle nuove norme sull’Eco Design – commenta Morabito – che significa appunto ridisegnare le architetture produttive avendo la sostenibilità, la circolarità come primo obiettivo. Ma l’Italia, in questo momento, nell’ambito della sostenibilità dei cicli industriali, ha il novanta per cento di tutti i suoi investimenti green concentrati sulle tecnologie di disinquinamento a valle del ciclo industriale stesso, le “end of pipe”. Serve invertire la marcia. Gli strumenti ci sono, sia in termini di tecnologie innovative sia di competenze che potrebbero essere messe a supporto del Sistema Paese. Per esempio, partendo dall’istituzione di una Agenzia tecnica nazionale per l’Economia Circolare, che coordini gli interventi e dia un indirizzo agli investimenti, sia pubblici che privati. Poi creare sistemi di “simbiosi industrial”, ossia promuovere le sinergie e le collaborazioni tra attività produttive dello stesso territorio in modo che gli scarti di una possano diventare materia prima di un’altra. Così fanno gli Eco Parchi in Usa e in Canada, il distretto di Kalundborg in Danimarca, il primo in Europa.

In Italia solo qualche mese fa il ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica ha sottoscritto un accordo di collaborazione triennale con Enea per individuare percorsi e strumenti per realizzare un programma nazionale di simbiosi industriale. Le analisi dicono che in Europa per ogni euro investito in simbiosi industriale se ne producono dodici aggiuntivi. La metà in termini di riduzione di costi per acquistare materie prime, grazie alla maggiore capacità di utilizzare le cosiddette “materie prime secondarie” frutto dei processi di recupero e riciclo. Un altro cinquanta per cento dei vantaggi viene dall’incremento delle vendite perché prodotti e produzioni green sono sempre più preferite dai consumatori perché non solo più verdi ma anche più sicure, più certificate e trasparenti. Abbiamo le potenzialità per farlo: i cassetti delle scrivanie dei ricercatori, all’Enea e non solo, sono pieni di brevetti, progetti e idee. Ma senza investimenti restano lì».

Insomma, l’economa italiana è in ritardo perché ci siamo fermati al riciclo, ma l’economia circolare è ben più del solo riciclo. E il sistema Italia getta opportunità e risorse al vento. Gli esempi sono infiniti, anche senza ripetere che le grandi città italiane, specie al Sud, Roma in testa, gettano soldi per trasportare all’estero rifiuti che contengono potenziali tesori. Nei Rae, i Rifiuti di apparecchiature elettriche e elettroniche, abbiamo un efficiente sistema di recupero dei rifiuti, ma solo il trenta per cento di quanto recuperato viene sfruttato in Italia. Il resto finisce negli altiforni di Germania e Belgio per recuperare oro, argento e rame. L’economia circolare è fatta di impianti che creano materia prima secondaria e energia da fonti non fossili. Ed è proprio qui che il nostro gap si allarga oltre i livelli di guardia.

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